Le recensioni di Ru Catania – System Overload

da www.groovin.it – Maggio 2002

Mi fa un certo effetto sentire Carlo Decanale cantare. Il suo timbro l’ho ben presente, e anche se è cambiato parecchio, la cassetta dei Makhnovcina l’avevo tritata talmente tanto che Carlo (qualcuno lo conosce come Karenza) lo riconoscerei tra mille.
Continuiamo le presentazioni: Paolo Battaglino suona la chitarra e arrangia i pezzi. Paolo Perotti, anch’egli alla sei corde, si è altresì occupato di registrare e mixare. In questi tre pezzi hanno suonato Kasko la batteria e Luca Russo il basso. I testi, in inglese, sono di Carlo. E che genere fanno? Bella domanda. Genere piacevole, sicuramente. Pop-rock? Indie rock? Post rock? Brit-pop? Insomma, ci sono le chitarre, la voce melodica, soft e un po’ sguaiata come alcune cose tipicamente inglesi, progressioni di accordi non ostiche ma non certo banali e un’amalgama strumentale notevole.
Ma andiamo con ordine: “Rainy days” è accattivante, una linea melodica orecchiabile e divertente, le chitarre scivolano benissimo sia per esecuzione che per arrangiamento, basso e batteria pensano a tenere in piedi tutto. Opening da manuale. Un piccolo bridge che sa di Police si prende una manciata di battute. È di classe, anche se personalmente non ne avrei sentito il bisogno perché il pezzo aveva già detto tutto. E aveva detto cose belle. Brano da cantare e ballare.
“A showgirls’s life” mi ha spiazzato. Bellissima la voce iniziale che recita e si snoda sull’ arpeggino (poi mi spiegate come avete fatto l’arpeggino, sono armonici?). Ha il flavour e il suono di alcune voci ipercompresse degli Eels, e non posso non rimanerne affascinato. Le chitarre si intrecciano benissimo e viaggiano in bilico tra XTC e Blur, e sono pure un po’ invidioso per non avere scritto io quelle parti. “Somewhere else” gode di una ricerca sonora che ancora mi porta in zona Eels/Blur… se riuscite ad immaginarvi un compromesso tra gli Eels e i Blur… Suoni col tremolo e delay fanno la loro parte, ma non è mera effettistica, piuttosto un uso sapiente di ciò che si ha a disposizione per creare atmosfere suggestive. Mi piace molto in questi ultimi due pezzi il ruolo della batteria, che anche grazie a un suono particolare esce strana, schiacciata e i piatti si direbbe facciano a botte per farsi sentire ma senza dar fastidio. La coda finale è lodevole, un treno di basso e batteria sul quale si alternano chitarre noise/melodiche, ottave storte e filtri, in una soluzione trascinante… Spero di sentire presto questi pezzi dal vivo, perché so che mi scioglierei su questa coda a fine concerto. E so che vorrei che questa coda durasse almeno 15 minuti. 

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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