NEW MIND ORDER – Jambalaya 37

“New mind order” è il titolo del nuovo EP dei Jambalaya 37, uscito verso la fine del 2018. Si tratta di un mini album registrato dal vivo presso l’Ecomuseo Feltrificio Crumiere di Villar Pellice, un tempo fabbrica e oggi luogo di aggregazione e diffusione storico-culturale. L’album consta di cinque tracce, tutte strumentali. I Jambalaya rinunciano dunque alla presenza di ospiti alla voce, come ci avevano abituato saltuariamente in passato, per dare spazio totale alle proprie sensibilità esecutive. Difficile inquadrare con precisione l’ambito in cui si muovono i Jambalaya 37, anche se è evidente la direzione del loro percorso artistico. La formazione è attiva da tredici anni ma nel tempo, senza subire variazioni sostanziali nel nucleo originario, ha trasformato radicalmente il repertorio, mettendo sempre più a fuoco il proprio approccio stilistico. Abbiamo ancora in mente gli esordi ska-jazz che risuonavano, ad esempio, nell’EP “Quando vola lo struzzo” del 2009. Per la verità si intravvedeva già un certo interesse verso piccole sperimentazioni, ma complessivamente il genere era ancora ascrivibile a grezze e leggere forme in levare. Da quando il 37 è comparso nel nome, invece, il percorso creativo dei Jambalaya ha cambiato direzione. Probabilmente complici le inclinazioni e i gusti musicali dei singoli, certamente agevolati dall’esperienza di Alessandro Raise, batterista ma anche producer nell’ambito di generi in cui le contaminazioni con l’elettronica sono fondamentali – si veda ad esempio il suo side project Jazzatron – la trasformazione è giunta a completa maturazione.

“New mind order” si muove in territorio fusion, ma riesce a fuggire ogni tentativo di catalogazione. La timbrica di Fender Rhodes, prevalente nelle parti soliste, rimanda alle sonorità alla Herbie Hancock e Chick Corea che caratterizzavano la proto-fusion di Miles David, ma l’uso dell’elettronica e il particolare incedere ritmico ci fanno pensare a interpretazioni molto più contemporanee. È difficile anche inserirlo compiutamente nell’ambito acid jazz, perché mancano richiami all’hip hop stile Us3, e sono molto lontani anche dalla forma canzone e dall’approccio melodico che molti esponenti del genere – vedi Incognito – da sempre hanno adottato. Siamo di fronte a una sorta di fusion di ritorno, laddove un genere nato per allontanarsi dal classicismo del jazz e mescolarsi alle tipicità pop-rock, oggi recupera certi tratti compositivi della tradizione nella stesura dei temi, nelle strutture armoniche e nei fraseggi delle improvvisazioni, senza però abbandonare le conquiste di quarant’anni di contaminazioni che vengono mantenute nelle ritmiche e negli arrangiamenti di tastiera.

È in questo rimescolamento di tradizione e modernità, dunque, che possiamo trovare i tratti distintivi del linguaggio dei Jambalaya 37, fatto di sonorità sofisticate, “di gusto internazionale”. Da un lato la timbrica classica del piano elettrico di Gilberto Bonetto, prevalente nei fraseggi solistici – unica eccezione il sintetizzatore nel solo di “Locked” – e le strutture armoniche che sembrano rientrare nei canoni più tradizionali del jazz. Emerge infatti l’incessante ricerca di un allontanamento dai cliché melodici nel perseguimento di linee originali e di tessuti compositivi non sempre decifrabili al primo ascolto. Dall’altro la modernità dell’approccio ritmico elettro-acustico in cui Raise raramente si abbandona allo stile canonico dei batteristi jazz, privilegiando un tocco più funk, sul quale si innestano le basi composte da piccoli interventi di drum-machine, dalle linee di basso – non più suonate dal vivo ma realizzate in pre-produzione e finemente elaborate per renderle timbricamente più conformi al genere – e da sporadici interventi tastieristici. L’intelaiatura della musica dei Jambalaya 37 è poi completata dalla chitarra di Dario Balmas, suonata con funzioni essenzialmente ritmiche, perfettamente integrata nell’incedere funky di tutto l’album, e dagli eleganti fraseggi del trombone di Gabriele Biei, che, nell’alternanza tra temi principali e controcanti, infonde ulteriore fascino con la sua presenza inconsueta.

“New mind order” non è uscito su supporto fisico ma è ascoltabile sulle principali piattaforme di streaming musicale. Oggi vi proponiamo il video di “HJ#09”, proprio nella versione live finita sull’EP di cui vi abbiamo appena parlato.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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