Lo spirito continua, il breve volo dei Coyote Popular

Incontro il mio vecchio amico Luca Gozzi, batterista “storico” dei Coyote Popular in un pub a metà strada tra Pinerolo e Giaveno, sua cittadina di adozione da molto tempo. Conosco Luca da quando lui aveva 15 anni ed io venti; ogni volta rivedersi è davvero un grande piacere. Abbiamo vissuto dal di dentro la fantomatica “scena” in differenti formazioni musicali ma con idee ed impostazioni di fondo in realtà molto simili. La chiacchierata-intervista che segue è qualcosa di davvero informale come si conviene a due vecchi amici che si ritrovano.


Luca, è davvero un piacere rivederti. Dove accidenti eri finito ?

“Ho lasciato Pinerolo ormai da parecchio tempo, sulle ali di un rapporto di coppia poi finito. Per tanti motivi logistici eravamo venuti ad abitare qui ed anche il mio lavoro è in zona. Lavoro in una comunità alloggio per disabili da queste parti per cui, anche dopo la separazione, sono rimasto qui, da un lato per motivi logistici ma certamente anche perché questi posti mi sono entrati dentro. Vivere qui mi piace molto. Torno comunque spesso a Pinerolo perché vado a trovare i miei ed ogni volta, in qualche modo, riecheggiano le vecchie situazioni di cui dinosauri come me e te amano parlare davanti a qualche buona birra… come stasera…
Ho passato, in due riprese, anche un po’ di tempo a Londra dove ho lavorato come cameriere e dove ho avuto modo di confrontarmi con una realtà sociale molto differente dalla nostra. Evidentemente sono uno spirito in perenne movimento e tutto ciò comporta dei pro e dei contro”.

Della Coyote Popular si parla ancora molto. E’ stata una band davvero apprezzata dalle parti di “panettone-city “. Raccontaci qualcosa sulla nascita del gruppo.

“Considera che nel periodo in cui il gruppo si formò eravamo nel pieno dell’era delle posse. A quel movimento “rubammo” la sensazione di sentirci fratelli del mondo. Esprimevamo la nostra libertà espressiva usando più idiomi e dialetti. Domenico Castaldo, che componeva le canzoni che eseguivamo, usava il “suo” napoletano ma lo alternava ecletticamente al piemontese. In questo senso eravamo “possettari” ma per il resto era una veste che sentivamo un po’ stretta. Il nostro impianto musicale era differente e, inoltre, avvertivamo il bisogno di sottolineare in maniera più chiara la nostra inequivocabile connotazione politica, assolutamente orientata a
sinistra. Mantenemmo infatti quella denominazione (Coyote Posse, n.d.e.) solo per pochi mesi diventando in fretta “Coyote Popular”.
Va ricordato che la formazione primigenia della Coyote Posse nacque anche grazie all’input di Luca Caputo, cultore di musica e, ai tempi, estimatore del fenomeno in questione. La sua spinta fu decisiva nella decisione di fondare il gruppo. Ti parlo di situazioni risalenti al 92, 93; anni, come sai, di grande fermento.”

Da un punto di vista strettamente musicale eravate molto differenti dai gruppi pinerolesi che andavano per la maggiore. Non avevate una veste sonora punk o hardcore ma, anzi, il ricordo che ho di voi è quello di una fantastica band di compagni che non disdegnavano i tempi in levare e le influenze quasi “etniche”. Che ne pensi ?

“Esiste una definizione dataci, se ricordo bene, da Andrea Pomini di “folk d’assalto”. Credo che renda bene l’idea di quella che era la nostra veste espressiva. In tutto questo c’è qualcosa di paradossale perché le radici musicali di alcuni di noi erano saldamente piantate non solo nel rock ma addirittura nel metal. Il metallaro era certamente Fabio Rosso che, nella sua Carmagnola, cantava in un gruppo con quelle sonorità. Io, Jarno e Paolo eravamo rimasti, invece, letteralmente folgorati dal sound di Seattle che in quegli anni riscuoteva un successo colossale. L’uragano grunge fu il leit motiv dei primi anni ’90 e travolse anche noi con la sua energia derivante da ispirazioni molto eterogenee tra loro. Se penso ai Pearl Jam e alla loro musica mi viene ancora la pelle d’oca. Per farti capire quanto fummo rapiti da quel filone, ti dico che per un certo periodo fondammo addirittura un gruppo parallelo : gli “Equilibri Precari” in cui ricreavamo quelle atmosfere, al di fuori dell’alveo folk di “mamma Coyote”. Come “Coyote Popular” suonavamo in quel modo perché Domenico Castaldo che certamente era il nostro elemento più carismatico era fortemente influenzato da gruppi quali Les Negresses Vertes, Loschi Dezi, Mau Mau e simili. Tutte band in cui la componente “etnica” era assolutamente avvertibile se non preponderante. La parola leader non apparteneva al nostro modo di percepirci come collettivo ma è indubbio che creativamente Domenico avesse una marcia in più. Aveva il talento di riuscire a esprimere sottoforma di canzone il sentimento comune che il gruppo aveva nei confronti della società, delle sue dinamiche, delle sue ingiustizie. Ci siamo sempre definiti “musicanti” più che “musicisti”. La differenza è sostanziale. Il nostro essere musicanti era funzionale alle istanze che desideravamo esprimere. Volevamo un mondo migliore, un mondo di tutti, per tutti, un’ impronta umana più equa e comunista. La musica era il canale tramite il quale riuscivamo a veicolare queste emozioni. I più “musicisti” della band erano Fabio e Paolone che spesso davano del tu ai rispettivi strumenti. Noi altri eravamo indirizzati ai messaggi che volevamo esprimere più che non a eventuali virtuosismi armonici o ritmici
Ricordi, no, il “famoso” discorso della tecnica…”

Fermati ! Ti interrompo perché questa è una domanda che volevo assolutamente porti. Ai tempi ai quali ci stiamo riferendo si discorreva molto sul fattore “tecnica”. Per molti era un ingrediente irrinunciabile, per altri era addirittura dannosa. Io, all’epoca ero tra questi ultimi. Resto di quella fazione ma sono diventato più moderato. Tu cosa ne pensi ?

“Cazzo, è impossibile dimenticare quelle discussioni… c’è gente che sull’argomento si è fatta e continua a farsi pippe mentali da una vita.
Dipende dalle tue intenzioni. Il professionista, il didatta, il jazzista per forza devono averne una “dotazione” significativa. Per noi era diverso, noi volevamo suonare canzoni che arrivassero dritte al cuore e per questo scopo non ci servivano tempi dispari o solismi virtuosi. È una questione di priorità. Mi è capitato recentemente, allo “Stranamore” dove sono andato a sentire l’ottima “Storia di Franco” del mio amico Paolo Moreschi, di essere riconosciuto dal cuoco del locale. Ci aveva ascoltati tanto tempo fa e quello che gli era rimasto impresso era il calore che le nostre canzoni gli avevano trasmesso, non le parti musicali che avevamo eseguito…
È stata una grande gioia. Come dicevi tu, tanto tempo fa, preferisco le dita al servizio della musica piuttosto che non la
musica al servizio delle dita…”

Purtroppo non siete durati tantissimo. Vuoi ricordarci il vostro periodo di maggiore attività ?

“Abbiamo concentrato la nostra attività in un biennio breve ma intensissimo. Il 1994 e il 1995 sono stati la nostra belle epoque. In quel lasso di tempo abbiamo suonato dal vivo all’incirca cinquanta volte. Se consideri che parliamo di un gruppo assolutamente non professionistico, è un numero di date davvero elevato. Non solo; a livello personale molte di quelle date sono state da sogno. Ho diviso il palco con artisti per i quali ho sempre nutrito una grande ammirazione: i Lou Dalfin,maestri dell’occitania riletta in chiave rock, i nostrani Africa Unite, al ritorno sul palco a Pinerolo dopo svariati anni di assenza. Cito anche gli Yo Yo mundi, band acquese che in quel periodo aveva un discreto riscontro nel circuito indipendente ed in cui militava anche Fabrizio Barale, futuro chitarrista di Ivano Fossati e un “brand” particolare: gli Hisonz Street Band, un nome che a molti non dirà nulla ma che era in realtà il gruppo in cui, in quei tempi, militavamo Samuel e Boosta, poi nei Subsonica. Facemmo tre o quattro date insieme, credo nel 94. Con gruppi locali come gli Offals, nonostante l’appartenenza a bacini sonori differenti, si percorse un bel pezzo di strada insieme dividendo date, strumentazione, mezzi ma soprattutto amicizia.
Tornando al discorso precedente sul fattore “tecnica”, posso affermare con grande contentezza che ho raccolto più di quanto seminato. Ti ricordo anche che abbiamo diviso il palco con voi Affittasi cantina in svariate situazioni. Mi piace ricordare un paio di fantastici autogestititi di Corso Piave e il mitico NonePalooza del
luglio 94. Di quest ‘ultimo ricordo la locandina in stile psichedelico disegnata, una tantum, dal nostro amico Paolo Malinconico.
Sempre nel “biennio magico” abbiamo registrato due cassette alle quali siamo molto legati : “Coyote popular” del 1994 e “Rom” dell’anno seguente. Se penso a “Rom” mi viene in mente un altro personaggio che anche tu conosci molto bene : Marco Canavese. Lo conobbi a Pinerolo dove facevamo obiezione di coscienza insieme. Diventammo molto amici e posso garantirti che il lavoro di “produzione esecutiva” che Marco fece sulle canzoni di “Rom” è qualcosa di realmente spettacolare. Siamo sempre stati un gruppo “colorato” ma l’incontro con Marco fu determinante. Lui, tecnico del suono ma anche polistrumentista, seppe arricchire la nostra gamma cromatica con una sensibilità artistica che ci lasciò davvero sbalorditi. Se ascolti “Rom” rispetto al primo demo del 1994 ti accorgi subito della quantità enorme di sfumature in più che eravamo riusciti ad esprimere. Fu un deciso salto di qualità : come passare dai pennarelli alle tempere o ricevere in regalo un cappotto nuovo dopo una vita trascorsa in palandrana. Diventammo anche molto amici, pensa che quando si sposò invitò tutto il gruppo al completo. Fu determinante per la seconda parte del nostro biennio vissuto intensamente.”

Ci sono aneddoti e momenti particolari della vostra epopea che desideri ricordare ?

“Ah ah… mi servirebbe un’intervista di dieci ore… una situazione che ricordo con piacere è certamente il fatto di avere potuto fare le prove al castello di Macello, grazie ad Enzo Chiattone che aveva dei ganci familiari che ce lo permettevano. Suonare in quella situazione assumeva una dimensione quasi onirica.”

Quali personaggi hanno dato vita al quadro della Coyote popular?
Tanti e tutti significativi, per motivi diversi. Di Domenico Castaldo abbiamo parlato poco sopra.

“Certamente Paolo Moreschi, ottimo chitarrista e amico vero, poi Jarno Ledda, ottimo chitarrista anche lui. Poi un personaggio molto eclettico che conosci bene anche tu: Fabio Rosso ( suonò negli Spleen nel 1996 , ndr), i nostri percussionisti Enzo Chiattone e Roby “Bebop” Piscitello. “Bebop” non è un personaggio che si possa liquidare così velocemente. Pressochè tutto ciò che realizzammo a livello di grafica, demo, logo, manifesti, era opera sua. Aveva uno stile che poteva, per certi versi, ricordare Andrea Pazienza, un assoluto genio del fumetto e della grafica più in generale. Roby riuscì a rendere personali queste influenze ed è ancora oggi un artista giustamente apprezzato. Per un certo periodo suonò con noi anche Walter Guerra, chitarrista anche lui. Cito volutamente per ultimo Paolo “Paolone” Giordano e, ovviamente, lo faccio con un grande velo di malinconia La sua tragica morte in macchina, nel ’96 fu un evento così doloroso da sancire la fine della nostra esperienza ; non tutti i traumi si possono superare…
Eravamo in un periodo di stand by ma quella tragedia segnò il termine irrevocabile della nostra bella parabola. Qualcuno tra noi continuò, qualcuno continua tutt’ora. Le attività teatrali di Domenico Castaldo e le avventure musicali di Paolo Moreschi sono indici del fatto che, come si diceva, “lo spirito continua” ma questa sarebbe un’altra storia…”

Se ti obbligassero a scegliere una vostra canzone da utilizzare come manifesto sonoro, quale sceglieresti ?

“Bella domanda… sono rimasto legato a tantissime nostre canzoni… vorrei ancora “rubare il pallone ai mondiali”… ma… se proprio mi punti la pistola alla tempia scelgo “Folkassalto” perché racchiude tutti i colori e le urgenze espressive di cui abbiamo discusso in questa intervista.”

A questo punto mi rimane una domanda in Quelo-style… ”Tu, come la vedi ?”. Mi riferisco alla situazione sociale e politica nella quale viviamo.


“Beh… lo scenario è un po’ da incubo… La politica giallo-verde ma soprattutto il clima sociale che stiamo attraversando sono davvero fonte di grande tristezza. Anni fa il mio serbatoio dell’ottimismo era sempre mezzo pieno, col passare dei tempi, purtroppo, sempre meno. Paghiamo il tradimento della “sinistra moderna” che con la barzelletta della fine delle ideologie ha consegnato il “suo” popolo alla destra. Credo sia stato un pericolosissimo e colpevole salto della quaglia. La fotografia che meglio sintetizza tutto questo, per me, è Giovanni Lindo Ferretti, mio idolo totale ai tempi di CCCP e CSI, immortalato con Giorgia Meloni e Giuliano Ferrara… Difficile immaginare di peggio, forse Pulici con la maglia della juve… Resto inguaribile, continuo ad essere uno di quelli che “ci crede ancora”
Capiremo, tutti insieme che non si tiene per chi vince, si tiene per chi lotta ed a lottare non può che essere il popolo in prima persona.
Poi potremo riparlarne…”


Grazie Luca per questo scambio di vedute ma soprattutto per il piacere di avere rivisto un amico. I lettori di Groovin’ apprezzeranno certamente questa incursione nel passato di un gruppo a cui tutta
la scena di Pinerolo è rimasta legata…

Guido Ross

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