Dai Coyote Popular al Rosso Rustico Amaro Trio

Dei Coyote Popular abbiamo già parlato in questi giorni in un’intervista nella nostra rubrica “L’assalto del tempo”. Ma nel 2004 alcuni membri di quel collettivo erano parte di un progetto teatrale-musicale interessante e innovativo dal curioso nome di “Rosso Rustico Amaro Trio”. Si tratta di Domenico Castaldi, Paolo Moreschi e Fabio Rosso che noi di Groovin’ ospitammo sulle nostre pagine per un’intervista a cavallo tra l’attualità e l’amarcord. Ecco che cosa i tre ci raccontarono…

Ones


Chi si aggira intorno alla trentina o se, come me, l’ha pericolosamente superata da qualche tempo, non può non avere ben nitidi i ricordi musicali degli anni novanta pinerolesi. Senza voler generalizzare troppo, erano gli anni dei concerti metal all’Auditorium di corso Piave e dei live allo Stranamore, centro culturale simbolo di quel decennio. Lo Stranamore ospitava i generi più disparati ma a farla da padrone per circa un lustro decisamente prodigo di idee e creatività, furono un manipolo di band punk anarcoidi e, specchio di una tendenza internazionale, le Posse, che naturalmente non fecero fatica ad inserirsi in una realtà da sempre molto permeabile ai ritmi in levare da cui attingevano a piene mani quei progetti tra il raggamuffin e lo ska. Senza ombra di dubbio, a riscuotere i maggiori successi presso il pubblico pinerolese fu una band che inizialmente si faceva chiamare Coyote Posse. Ai ritmi hip hop di quel particolare movimento, spesso riprodotti con basi preregistrate e diffuse dai bracci dei giradischi, sostituirono però più genuine sonorità “acustiche” che sapevano molto di popolare. Furono tra i primi in zona ad introdurre nel rock strumenti della tradizione come flauti e fisarmoniche. Non a caso, ben presto, addirittura all’alba del loro primo demotape, mutarono il nome in Coyote Popular, sigla che metteva in risalto la natura folk della loro musica e che accompagnò poi per molti anni quel progetto fino a quando i membri sciolsero la band per seguire strade differenti.
Sono sicuramente rimaste ben fissate nell’immaginario di chi ha vissuto in prima persona quella fortunata stagione canzoni che mescolavano un sound inconfondibile a temi impegnati affrontati anche sempre con una certa rabbia. Chi non ricorda “Rock contro il potere” in cui si svisceravano i “quarant’anni di governo ladro” della prima repubblica? O la toccante ballata d’accusa scritta dopo il pestaggio del pastore nero Rodney King? O ancora, l’ironia sottile di “Spàllati”, con cui si preconizzava l’inesorabile fine di un calcio sano d’altri tempi, auspicando un suo ritorno a una dimensione più ludica da partita di strada. Un combat folk che ha lasciato un vuoto, forse a tutt’oggi ancora da colmare, e che molti di noi rammentano con un pizzico di nostalgia. Da allora infatti, se si escludono alcuni mostri sacri come ad esempio gli Africa Unite, la denuncia e l’impegno politico-sociale in musica non sono più stati affrontati con la stessa maturità da nessun altro gruppo pinerolese.

Ma che fine hanno fatto i Coyote Popular? Almeno tre di loro hanno mantenuto uno stretto contatto con il mondo della musica e continuano a portare avanti un discorso coerente fatto di esplorazioni nei ritmi e nelle armonie tradizionali. Domenico Castaldo, voce e carisma dei Coyote, è oggi un affermato attore e autore teatrale (ha vinto il prestigioso premio ‘Giuseppe Bartolucci’ nel 1999), nonché il responsabile del “Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore”. Il laboratorio, che “cerca una via trasversale alla ‘scuola di teatro’ e alla ‘compagnia di giro’”, ha sede a Torino, ma ha riscosso successi un po’ in tutta Europa. In questi anni Domenico Castaldo ha però continuato a comporre musica coadiuvato nella realizzazione e nell’esecuzione dei brani da due vecchi compagni d’avventura, il chitarrista Paolo Moreschi e il fisarmonicista Fabio Rosso, con i quali ha dato vita al Rosso Rustico Amaro Trio. Lo spettacolo ha ovviamente una forte matrice teatrale, grazie alle formidabili doti espressive di Castaldo che perfettamente aderiscono alle sonorità acustiche della musica del Trio. Non a caso, è proprio nei teatri che i concerti di questa formazione trovano la loro dimensione più idonea.

Le prove si svolgono a casa di Paolo, una cascina immersa nella campagna di Scalenghe. Non c’è una sala attrezzata appositamente per la musica. I tre suonano praticamente in cucina e io li ascolto accucciato sul divano, in compagnia di un gatto che si sta prendendo qualche ora di meritato riposo. Sugli scaffali, più nastri che CD. C’è un che di anacronistico nell’aria. La musica viene sviscerata senza amplificazione e senza microfoni. E’ quella senz’altro la vera natura della ricerca musical del Rosso Rustico Amaro Trio. Il Rosso della passionalità, il Rustico della dimensione domestica; l’Amaro della vena malinconica che pervade le loro canzoni. Le ascolto con attenzione in quell’atmosfera quasi bucolica, colpito soprattutto dall’utilizzo agevole di una molteplicità di linguaggi, che al popolare aggiungono la multietnicità. Sento cantare in napoletano, piemontese, francese. C’è persino una canzone in un russo maccheronico, chiaramente inventato per potere essere comprensibile ai più pur ricordando la steppa sovietica. Materiale per la chiacchierata ce n’è moltissimo ma la mia prima domanda sorge spontanea a metà della prova, prima che il vino pronto per la mescita dalla caraffa cominci a riempire i bicchieri durante l’intervista vera e propria.

Avete mai pensato di fare un disco?

“Al momento è un’esigenza che non sentiamo, anche se qualche volta ci è passato per la mente. Crediamo che il nostro, vista l’importanza della componente teatrale, sia uno spettacolo soprattutto da vedere. Per questo abbiamo sempre cercato, come scelta poetica, di imporre la performance dal vivo. E poi, le nostre canzoni nascono acustiche, all’inizio addirittura le suonavamo solo a casa di amici. Quando poi abbiamo cominciato a portarle nei teatri, siamo stati costretti ad usare microfoni ed un minimo di amplificazione, ma sono cose che non amiamo molto. Ci teniamo all’aspetto acustico dei nostri pezzi e in un disco per forza di cose questo viene snaturato. Stiamo comunque pensando alla possibilità di realizzare qualcosa autoproducendoci. Magari un DVD, che ci permetterebbe di non sacrificare la parte più teatrale dello spettacolo.”

La prova riprende. Domenico non è solo un attore e un cantante, ma si attornia anche di percussioni e di flauti che suona con una certa perizia. Djembé, tamburelli e un paio di sonagli legati alle caviglie. E non c’è solo il canto, ma c’è recitazione, poesia, suoni onomatopeici, versi di animali, il tutto perfettamente amalgamato con i suoni della fisarmonica e le vibrazioni delle corde di nylon della chitarra. E la serata scivola via avvolta da quelli che loro chiamano “giri”, gruppi di canzoni apparentemente scollegate tra loro ma eseguite senza soluzione di continuità come unite da una coerenza impalpabile che finisce per renderle inscindibili. Dopo la prova ci sediamo al tavolo col vino nel bicchiere e qualcosa da spiluccare che ci terrà compagnia per un’oretta abbondante di domande e risposte.

Si è detto della componente teatrale, presenza forte nella vostra musica. Vi sentite di più una band in cui si inseriscono aspetti dell’arte attoriale, oppure una compagnia di teatro per cui la
musica diventa solamente uno dei mezzi possibili per esprimervi?

Noi siamo sicuramente un gruppo musicale, ma siamo legati in modo solido al teatro soprattutto per le caratteristiche del modo di cantare di Domenico, che ha radici profonde nella tecnica recitativa.
Cos’è che lega così bene il teatro con la musica? Entrambi devono produrre vibrazioni di corpi di fronte ad altri corpi. Ciò che li unisce è
sicuramente questa loro innata tendenza ad evocare. Ecco perché preferiamo lo spettacolo dal vivo a qualunque altra forma di diffusione. Questo ci permette di lasciare molto spazio all’interpretazione, evidenziando il colore, l’armonia, il ritmo, cose di cui c’è sempre bisogno, anche nella comunicazione quotidiana. Inoltre, è inevitabile che ciò che facciamo, in qualche modo, abbia dei rapporti con il lavoro che Domenico svolge con il Laboratorio.

La presenza della cultura popolare è sicuramente la caratteristica più evidente delle vostre canzoni, sia nel linguaggio, sia nelle sonorità. Da cosa nasce questa attenzione?

Fin da bambini siamo cresciuti con la musica popolare, non certamente con il rock. E quei suoni sono rimasti dentro di noi. Oggi è certamente semplice tirarli fuori, senza filtri. Questo aspetto
rappresenta senza dubbio il filo conduttore della nostra musica.

A proposito di fili conduttori, esistono delle tematiche che sono presenti più di altre in ciò che scrivete? Come nascono le vostre canzoni?

Alcune delle nostre canzoni sono delle persone, altre dei momenti, delle intuizioni. Altre non sono qualcosa di particolare, ma rappresentano una sensazione di distacco dal mondo, istanti della vita, letture che ci hanno particolarmente colpito. Nascono tutte in modo piuttosto casuale ma poi piano piano si avvicinano tra loro per attrazione e danno vita a quelli che noi chiamiamo “giri”, gruppi
di brani che finiscono per nascere spontaneamente, ma la cui forma non è definitiva e può variare nel tempo.

Ai tempi dei Coyote Popular eravate sempre piuttosto arrabbiati e politicamente molto più impegnati. Oggi sembrate più riflessivi. Che cosa è cambiato?

Un tempo sentivamo dentro una grossa rabbia. Si voleva essere a tutti costi provocatori, ogni parola doveva essere uno schiaffo. Oggi l’esigenza è la stessa, ma ha mutato forma, perché quella di allora era esteticamente sterile. Le canzoni che sembrano meno impegnate sono in realtà frutto di una vita molto più impegnata. Riteniamo che per cambiare il mondo non sia necessario fare troppe parole, ma farlo attraverso le nostre azioni quotidiane. E’ una presa di coscienza dovuta forse all’età, ma anche alla necessità di non farsi travolgere da quello stesso sentimento di rabbia.

Quali sono i vostri programmi futuri?

Trovarci qui martedì prossimo per le prove. Questo rimane il nostro obiettivo primario, perché qui abbiamo tutto ciò che desideriamo di più dal punto di vista musicale. Una prova che è soprattutto un incontro, un gruppo musicale che è soprattutto un gruppo di persone, di amici. Per continuare a stupirci delle vibrazioni impalpabili che, mentre suoniamo, ondeggiano impalpabili tra di noi.

“Essenziali e semplici. Le strutture dei brani sono poco complesse, ma essendo in tre, quel poco bisogna farlo bene e questo è musicalmente molto appagante”. Una chiosa che riassume senza
sbavature ciò che il Rosso Rustico Amaro Trio si propone e offre al pubblico. Un viaggio nel nostro passato, tra storie contadine e rimandi partigiani, tra feste paesane e racconti di persone sfortunate, il tutto utilizzando strutture molto semplici che, anch’esse, appartengono al nostro background
culturale e che colpiscono quindi direttamente al cuore.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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