Mondi lontanissimi, la parabola di Astarte Avenue

Nel folto sottobosco del rock pinerolese, declinato in tutte le sue forme, ci sono perle che il tempo ingiustamente ha ricoperto di polvere. Alcune sono assolutamente da riscoprire e tra queste va certamente annoverata quella di cui scriverò in questa occasione: la storia degli Astarte Avenue, cinque visionari musicisti pinerolesi sospesi tra il dark, il post punk e influenze acid-rock. Ho la fortuna di poter far luce su questa band, ingiustamente misconosciuta anche a livello locale, con il batterista e fondatore Roberto “Roby” Rambaud. Roby è ancora oggi una figura molto nota nel nostro panorama musicale perché è uno dei massimi collezionisti di vinile di “panettone-city” ed è un esperto che non ama confinare la sua competenza ad un genere o ad un ristretto periodo storico. Ad ogni mercatino è presente con il suo banchetto e le sue “consulenze” sono molto richieste, come si conviene ad un vero intenditore. Ciò che si conosce meno è la sua storia di batterista. In questo senso intervistarlo mi emoziona un po’ perché è stato il primo drummer con cui io abbia mai suonato, nel lontano 1986, con gli Spleen ma di questo parleremo in un altro momento.

Iniziamo il fuoco di fila delle domande… Innanzitutto, ciao Roby e grazie per la tua disponibilità. La prima cosa che vorrei chiederti è di raccontarci, in breve, la storia degli Astarte Avenue, chi erano  i componenti del gruppo e quelle che ritieni essere state le tappe principali nella storia di questa band pinerolese davvero undergound.

Ciao Guido, ringrazio te e Groovin’ per la chance di raccontare una fase della mia vita artistica alla quale sono molto legato. La storia degli “Astarte Avenue” è innanzitutto una storia di amicizia e passione per la musica. L’idea di fondare questa band dal nome visionario venne a me e ad Ubaldo Ternavasio, personaggio da sempre noto a Pinerolo nell’ambito musicale. Considera che parliamo del 1983; un periodo molto fecondo a livello locale, forse per via del piattume che ci circondava e dal quale ci difendevamo con tutte le nostre migliori energie. In realtà la passione musicale era solo uno dei modi in cui esprimevamo la nostra creatività; insieme, condividevamo anche un’altra passione molto intensa: quella per il teatro. Il nostro trasporto per il palcoscenico trovava uno sfogo molto appagante all’interno della “Compagnia dell’acido”, una compagnia teatrale molto attiva in quella Pinerolo così peculiare. Il primo nucleo della band venne completato con l’ingresso di Piero Vecchiato alla chitarra e di Claudio Grosset al basso. Poco tempo dopo, la line-up si arricchì di un altro chitarrista: Bruno Gritta. Lo stile di quest’ultimo portò certamente la band su territori sonori  più “rumorosi “ e punk . All’epoca non era immaginabile il fatto di poter affittare una sala prove per il semplice fatto che non esistevano… noi provavamo in una baita di mio padre, sulle alture che sovrastavano Prarostino. In quella location così discosta potevamo sperimentare tutte le alchimie sonore che ci frullavano per la testa. Raggiungevamo questo luogo così ameno, privo di riscaldamento, anche in inverno con qualsiasi condizione atmosferica. Non si poteva arrivare in macchina fin là per cui a volte ci trovammo a trasportare gli ampli con la neve che ci arrivava alle ginocchia… oggi racconti di questo tipo paiono inverosimili ma allora avere un posto stabile per provare era un privilegio.

Stiamo parlando di un “complesso” che viveva un momento molto particolare: la prima metà degli anni ’80. Avevate vissuto tutti l’era del progressive, gli anni della politicizzazione; insomma, i mitici anni ’70. Quanto di un periodo così intenso era finito nel vostro modo di suonare? Riassumendo, se dovessi rispondere alla classica domanda: ”che genere facevate ?”, cosa risponderesti e quali erano i vostri principali riferimenti?

Componevamo canzoni semplici e se dovessi indicarti le nostre influenze principali non le prenderei dai gruppi tipici degli anni ’70 che pure “ci appartenevano” per motivi generazionali. Intendiamoci, eravamo quasi tutti dei “divoratori” di musica, anche prog ma ciò che amavano suonare era decisamente più lisergico rispetto alle colte sperimentazioni dei gruppi che si erano espressi mediante suites da tre quarti d’ora. I nostri maggiori ispiratori erano i Velvet Underground e in seguito i Bauhaus ma se dovessi dirti tutti gli artisti che ci hanno donato emozioni che abbiamo provato a tradurre nelle nostre canzoni, impiegherei, credo, qualche ora… Ubaldo alla voce era molto teatrale, era quello che potremmo definire un “animale da palcoscenico”, un’espressione quanto mai calzante… Le nostre canzoni erano spontanee, scarne, taglienti e tecnicamente approssimative ma erano intrise di una grande e intensa autenticità.

Vorrei chiederti una cosa che credo incuriosisca tuti i lettori di queste pagine… Com’era la scena pinerolese del tempo? Quali erano le band locali con cui avevate sviluppato un legame più forte ?

Anche la “scena” dell’epoca aveva i suoi gruppi di riferimento, gruppi che si rifacevano frequentemente agli stilemi del decennio precedente: i “mitologici” anni ’70  a cui accennavamo poco sopra. In alcune di queste formazioni ero stato coinvolto anche io. L’esperienza a cui presi parte e che ricordo più nitidamente è certamente quella con le “Ombre del duomo” in cui militarono, tra gli altri, Aldo Mella, Silvio Cortassa ed il compianto Vincenzo Tuzzolino al flauto. Va detto che noi eravamo molto particolari, la nostra singolarità ci rendeva una sorta di scheggia impazzita nell’alveo della scena locale di quel tempo.

Ci sono degli aneddoti che ti sono rimasti particolarmente impressi nella parabola  degli Astarte Avenue? Conoscendoti, non credo siano mancate situazioni surreali o grottesche…

Ripensandoci, il nostro percorso è costellato di aneddoti degni di nota e di momenti particolari. Quello che ricordo con più piacere è legato ad una serata in cui andammo a provare a casa di un’amica, a Frossasco, nella sua villetta. Decidemmo di suonare in giardino e dopo pochi pezzi ci accorgemmo che i condomini del palazzo di fronte erano tutti sul balcone ad ascoltare questa folle congrega di cinque sciamannati che facevano un casino pazzesco. Fu davvero divertente!

In quali situazioni vi è successo di suonare dal vivo ?

Purtroppo non facemmo mai dei veri e propri concerti. In parte perché eravamo creativi ma anche un po’ folli e dispersivi e poi perché io, Piero Vecchiato e Claudio Grosset andammo a suonare con i fratelli Canavese, a Bricherasio, negli Spleen, giovani alfieri del dark pinerolese, che stavano vedendo la luce proprio in quel periodo. Con Marco ed Antonella Canavese arrivò anche il tastierista emiliano Marco Leprai e così il nucleo originario della band si formò. Da qui in avanti potresti andare avanti tu che ci raggiungesti poi nel 1986 ma questa è un’altra storia…

Ora, se mi permetti, mi ritaglio uno spazio extra-intervista perché vorrei ancora aggiungere alcuni pensieri oltre a quelli che ho formulato in risposta alle tue domande. Ci tengo a dire che alcuni anni dopo le vicende narrate sopra, ripresi a recitare con la “Compagnia dell’acido”, sempre con Ubaldo e con tanti altri amici. Li porto tutti nel cuore ma vorrei ricordare in particolare una persona che era il fulcro della compagnia stessa: Egle Camusso che purtroppo ci ha lasciati troppo presto. Ecco… quella compagnia teatrale viaggiava parallela rispetto alle vicende dei complessi pinerolesi dell’epoca, proponendo testi teatrali molto singolari in cui la musica era sempre presente e parte integrante dello spettacolo… Molte figure di spicco dell’underground pinerolese di allora, misero la loro perizia strumentale al servizio della “Compagnia dell’acido”, mi riferisco a Bunna e a Francesco Caudullo degli Africa United, a Bruna Palmero del “Teatro del reale”, a Mario Bellia, all’epoca nei “Whitefire” ed altri ancora. Credo che un incrocio di vitalità, creatività ed energia così spiccato come quello espresso da questo ensemble di creativi,  trasversali a varie forme d’arte sia stato un vero evento difficilmente ripetibile in una realtà circoscritta come la nostra.

Grazie Guido e grazie a tutto lo staff di Groovin’ per avere raccolto questa testimonianza il cui scopo è di non lasciare che l’oblio seppellisca esperienze significative come Astarte Avenue e tutti i suoi sodali.


La copertina di “The Monks Cry”, il disco degli Astarte Avenue

Retro di copertina

2 thoughts on “Mondi lontanissimi, la parabola di Astarte Avenue

  1. ciao, sono claudio grosset citato in questo articolo! è stato commovente l’intervista al poliedrico roby Rambaud, (anedoto) che suonando con rombante perizia una sgangherata batteria con decise pedate sulla grancassa la spingeva così in avanti ed io, bassista, suo coacervo nella ritmica, ponevo un piede di fermo sulla grancassa medesima affinchè egli non giungesse stremato, e disteso, con la stessa al centro del ‘palco’… Per il resto caro Guido, io ho pianto ‘artisticamente’ l’abbandono degli ‘Spleen’ ma, il tuo ingresso, come bassista ha segnato una crescita esponenziale del livello tecnico del gruppo e della ritmica! Col senno di poi, mi sarebbe piaciuto comunque con te e con voi, gli Spleen, proseguire una collaborazione in qualche modo (‘basso’ a parte). 25 marzo 2020

    1. Ciao Claudio.
      È un piacere leggerti.
      Grazie per le belle parole.
      La tua spinta nel creare gli Spleen e “instradarli” è stata assolutamente fondamentale.
      Ricordo il tuo basso autocostruito.
      Tempi eroici.
      Un abbraccio.
      Guido

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