Diego Di Chiara, il genio egocentrico

Dovendo raccontare gli ultimi trent’anni di rock pinerolese, non ci si può esimere dal parlare di Diego Di Chiara, uno dei più talentuosi musicisti visti a Pinerolo e dintorni, a cui forse non è stato dato il riconoscimento che merita. Diego Di Chiara, ad eccezione di alcune comparsate come la partecipazione nel 2018 al faraonico SO5OS di Douglas Docker, da alcuni anni è distante dalle scene. Certamente non l’ha aiutato un carattere difficile, un mix contraddittorio di egocentrismo e debolezza, che ha complicato i suoi rapporti con il mondo circostante, allontanandolo poi di fatto anche dalla musica. Anche la sua attività compositiva, infatti, sebbene ci confessi che ha nel cassetto ancora molti inediti rimasti in buona parte incompiuti, è ferma da tempo. Questo non toglie che la sua creatività sia stata tra le più originali e qualitative degli ultimi tre decenni e noi dobbiamo darne conto. Musicista versatile, chitarrista che ha sempre privilegiato le sonorità metal, con approccio vicino alla loro versione più “progressiva”, ma anche appassionato di sintetizzatori e di musica elettronica, ha mescolato queste inclinazioni con il collante della formazione classica dando vita a una storia musicale che ancora oggi brilla per originalità ed eclettismo, ancorché caratterizzata da un’estemporaneità quasi delittuosa.

Diego ci ha raccontato le sue vicende artistiche, che noi abbiamo corredato con qualche vecchia recensione / intervista e alcuni file che testimoniano la qualità raggiunta dalla sua vena creativa. Oltre ad alcuni videoclip, vi riproponiamo la versione integrale dei suoi due lavori principali, “Patchwork” dei May Be All, e l’omonimo dei Carmilla, entrambi pubblicati qui come traccia unica, in accordo con l’autore.


Gli inizi

“Non so se è la musica che mi ha tradito o se sono io che ho tradito lei. In questo momento, però, se tocco una chitarra ho degli attacchi di panico, e questo non mi permette di considerarmi un musicista a tutti gli effetti. Eppure la musica ha sempre fatto parte di me, fin da bambino. Pensa che già a quattro anni suonavo Grieg su una pianola! Il mio primo contatto con una chitarra avvenne invece in terza media, quando scelsi l’attività alternativa al posto dell’ora di religione. In prima superiore avevo già la mia prima chitarra elettrica e la mia prima band, i Marchialỳ, in onore alla Maschera di Ferro. Il nostro repertorio era molto eterogeneo, spaziava da Albinoni ai Metallica, passando per Elvis e il punk. Proprio in quel periodo, presi parte all’organizzazione del primo “Heavy Metal Madness” all’auditorium di Corso Piave, che divenne ben presto un evento seguitissimo. Eravamo in quattro: io, Ruggero Catania, Klaus e Fulvio Callà (Elephant). Ma ti immagini oggi quattro adolescenti che organizzano un concerto, fanno il pienone, si divertono, solo per passione e per farsi una pizza col ricavato? Comunque, con Klaus ed Elephant suonai anche negli Escape, band metal di Perosa Argentina, e quando si sciolsero, portai Klaus con me nei Gallows Pole, una band di Candiolo. Eravamo intorno al 1992. Elisa De Palma, Klaus, Luca Bottega, Emanuel Da Roit ed io, seguiti e incitati costantemente dal mentore Alberto Vitalux, uniti dalla passione per lo speed metal. Facemmo un paio di anni di concerti. Ricevemmo molte recensioni negative ma il pubblico locale ci amava.”

Intro/Industrial Execution – Gallows Pole

Nospheratu

Finita l’esperienza coi Gallows Pole, arrivò il momento dei Lost Way con Stefano Ricca, Luca Russo e Donato Miroballi, e un repertorio incentrato principalmente su cover. All'”Heavy Metal Madness 3″ facemmo da spalla ai Nospheratu di Raffa Manera. Pochi giorni dopo, durante un live allo Stranamore, Raffa venne da me e mi chiese di entrare nella band come chitarrista solista. Mi diede un CD, anche se io non avevo nemmeno un lettore. Una mia amica mi fece una copia su cassetta e in sette giorni imparai tutto il repertorio. Facevamo live da 35 minuti, con una claque che montava, smontava, portava gli strumenti, offriva da bere, “pogava” tutto il tempo sotto il palco. Eravamo osannati al limite dell’imbarazzante. Facemmo molti concerti in giro per il Nord Italia, il più importante dei quali fu quello dello sferisterio di Dronero, quando aprimmo il live degli Extrema, di fronte a un migliaio di persone. Stavamo andando molto bene, ma tutto finì molto presto per colpa di un agente che, mentre faceva finta di promuoverci, si fregò i nostri soldi e ci licenziò subito dopo un concerto a Livorno. Eravamo piuttosto bravi, ma forse un po’ troppo simili ai Sepultura, e alla fine ottenevamo solo brutte recensioni, nessun interesse reale se non da parte degli amici, quindi ci sciogliemmo come neve al sole. Raffa divenne backliner di livello, prima coi Subsonica, poi col chitarrista di Vasco. Luca Russo si è dato al jazz, così come anche il batterista Luca Cerino.”

Beware – Nospheratu

May Be All

“Mentre si scioglievano i Nospheratu, io avevo già in testa il progetto May Be All. Stavo cercando qualcuno che potesse interpretare le cose che scrivevo e trovai una bellissima voce in Virginia Novellini e un batterista con grandi potenzialità in Gianni Pitzalis. Suonavamo moltissimo e vincevamo concorsi. Eravamo poco capiti dal pubblico ma osannati dalla critica. Nel 1998 iniziai a scrivere “Patchwork”, da solo e senza saper usare un PC. Ci misi due anni. A gennaio 2000, il disco era pronto. Alberto Macerata ci aiutò per la stampa e la burocrazia. Duemila copie volarono via, tra dischi e cassette. Le recensioni erano buone ma il pubblico non capiva, e nemmeno i gestori dei locali e i discografici. Ci dicevano che eravamo troppo avanti, che quel tipo di musica sarebbe andato bene di lì a dieci anni. E così fu! Le difficoltà mi fecero cadere in una grossa depressione, Virginia si stufò di cantare e se ne andò in Finlandia, dove si è fatta una carriera nel mondo del fitness. Gianni e io brancolavamo nel buio. Ma se da un lato i May Be All non decollavano, dall’altro prendeva corpo l’idea artistica che di lì a poco avrebbe portato alla nascita dei Carmilla.”

“Patchwork è un CD contenente undici brani che spaziano tra il Pop, il Reggae, il Metal, l’Ambient e la Techno: da sempre il gruppo ha cercato di proporre una miscela di suoni che partendo dal Rock più estremo potesse inserire degli elementi provenienti da diversi generi musicali e possiamo affermare che con questo CD sono veramente riusciti nel loro intento. Il CD si chiama appunto “Patchwork” proprio per esprimere la filosofia del collage, sia musicale, sia “testuale” poiché alcuni brani sono cantati in lingua inglese, altri in francese e in lingua italiana, mentre i contenuti spaziano dall’intimo al sociale, dal paranoico al positivo in una nevrosi contraddittoria che, secondo il gruppo, rispecchia la realtà in ci viviamo”

(Cubase Magazine)

Facciamo nostra una delle tante recensioni positive raccolte da “Patchwork”, uscito nel 2000. Nel “mosaico” si esprime la logica del “crossover”, in cui si mescolano Metal, Elettronica, Techno, musica industriale, con qualche strizzata d’occhio a vari sottogeneri pop. Con in più una tecnica compositiva che, stante le sue derivazioni “classiche”, lo avvicinano al Prog in un connubio che, a essere onesti, mai si era visto a Pinerolo e dintorni. L’album va considerato come una sorta di concept, ancorché i pezzi siano stati composti nell’arco di dieci anni. Un concept in cui, paradossalmente, il filo conduttore è proprio l’eterogeneità, il suo essere “incoerente, impuro e ricco di contrasti”. Buon ascolto! 


Patchwork – May Be All (Full Album)

Carmilla

Nel 2000 stavo con Elena Camusso, che spesso mi proponeva idee per fare dei nuovi pezzi. Dai suoi suggerimenti nacquero i primi due brani che sarebbero poi entrati nel repertorio Carmilla. L’industrial “More Pleasure” e “Silver Tears”, con atmosfere anni 80. Sempre Elena mi prospettò la possibilità di andare a Londra per promuoverli, così a settembre 2000 ci ritrovammo a due passi da Camden Town. Non arrivarono però i risultati sperati, così dopo un anno soltanto gettai la spugna. Tornai in Italia, mi iscrissi all’APM e con Elena, Milena Caldara e Susanna Marenco fondai i Carmilla, una visual band in cui gli aspetti scenografico, costumistico e teatrale avevano importanza paritaria rispetto alla componente musicale. Cominciai a lavorare sodo sui Carmilla, mettendo un po’ da parte i May Be All. Il primo concerto dei Carmilla si tenne a Rorà, nel 2001. Ci tirarono i pomodori e insultarono tutto il tempo. Non avevano tutti i torti, eravamo veramente grezzi. La gente poi vedeva solo zeppe, calze a rete, trucco pesante e bocce di fuori (mi chiamavano “Diego e il circolo delle quinte”!), ma trattavamo di cose importanti. Alcuni testi erano frivoli ma per la maggior parte parlavano anche di cose molto serie e impegnate. Carmilla era un simbolo dell’emancipazione della donna, della libertà, dell’essere liberi di amare anche persone dello stesso sesso. Ogni brano aveva un suo video, una scenografia diversa. Le recensioni non sempre erano entusiastiche, i gotici sono molto chiusi di mente, conservatori. Il riscontro di pubblico invece fu notevole. A Brescia ricordo persino delle ragazzine che durante il concerto cantavano “Lilith” con noi, fu un momento indimenticabile. E ancora oggi, alcuni pezzi dei Carmilla fanno decine di migliaia di visualizzazioni su YouTube”

More Pleasure – Carmilla (Su YouTube il video, a oggi, ha più di 50000 visualizzazioni)

Continuammo così per anni, tra piccoli successi e grandi frustrazioni. Firmammo pure un contratto con una indie per il remix di “Silver Tears”, che poi la Sony rifiutò perché ‘troppo complicato'”.

“Nel progetto entrarono un’infinità di persone, a cui Elena ed io imponevamo le nostre idee musicali, lasciando loro in modo molto democratico le scelte stilistiche e scenografiche. Alle già citate Elena Camusso, Milena Caldara (performer, costumi, con ruoli di coordinamento, una sorta di presidente) e Susanna Marenco (performer), aggiungo Andy Rivieni (addetto alla “teatralità” e videomaker), Giuliano Di Bello (lavori sporchi e scultore), Helena Rossa (performer, graphic designer, costumista e aiuto webmaster), Oliver D’Adda (curatore testi in inglese e voce maschile), Emily D’Adda (performer), Tintu (Elisa Martin, cantante e performer), Alessandra Turri (cantante e performer), Demis Pascal (servo di scena, tuttofare, performer), Massimo Max’el Macchia (tuttofare e DJ) più molti musicisti che suonarono nel disco e live, come Marco Gentile (archi), Mattia Siccinio (fiati), Marco Varvello (piano), Alessandro Raise (drum machine e synth), e altri che sicuramente dimentico.”

Carmilla – Carmilla (Full Album)

Qui l’intervista completa ai Carmilla che facemmo loro nel 2004: https://groovin2019.home.blog/2019/07/28/carmilla-intervista-con-la-vampira/


Il ritorno dei May Be All e gli anni recenti

Nel frattempo ripresi in mano i May Be All, a partire dal monumentale concerto di primavera del 21 marzo 2003 al Roadhouse Café, quando con me salirono sul palco una ventina di musicisti tra i migliori che il Pinerolese offrisse in quel momento.


In occasione di quella serata scrivemmo un articolo, da cui estrapoliamo la parte relativa all’esibizione dei MBA:

Dopo un’ora di musica ed una decina di minuti per la preparazione del complesso show successivo, sale sul palco la variegata fauna che darà vita all’esibizione dei May Be All. L’evoluzione che negli anni ha subito il progetto di Diego Di Chiara è davvero notevole ed il risultato assolutamente sorprendente. Uno spettacolo che trascende la musica, che se ne infischia delle regole, che prevarica ogni catalogazione e che trasforma così quello che loro stessi definiscono “crossover”, in un’esplorazione globale di disparate forme d’arte, con citazioni teatrali e poetiche che vanno al di là di un percorso strettamente musicale; un grande contenitore, avvalorato dalla presenza sul palco del gotha della musica pinerolese, in cui si sono fuse influenze diverse, nel quale si sono sentite le origini “hard” della band, ma nel quale si è potuta scorgere l’incessante ricerca artistica che infine ha saputo ricreare atmosfere davvero irripetibili. Dolci ballades sostenute da due pianisti-tastieristi d’eccezione (Gianluca Pulina e Marco Varvello), dotati di grande sensibilità musicale; aspri riff che affondano le radici nella tradizione heavy metal più estrema portati avanti dalla grande grinta dei due May Be All originari, Diego Di Chiara e Gianni Pitzalis, nonché dal ritorno alle origini rockettare di un Paolo Bruno in splendida forma; citazioni reggheggianti e sprazzi di world music, evidenziate dalle sonorità etniche delle percussioni suonate da Alessandro Raise o dal violino di Marco Gentile, piuttosto che dalla fisarmonica (ancora suonata da Varvello) o dal clarinetto di Mattia Siccinio; un ulteriore esempio di fine ricerca sonora che mescola il rock più crudo all’elettronica più ipnotica; le taglienti voci di Cate (Seem to Madden) e di Alessandra (una delle Disco Sisters) che perfettamente si sono adattate all’anima sconvolgente dello show; non sempre di facile ascolto la musica dei MBA, ma certamente in grado di penetrare gli animi, di smuovere le coscienze, una personale interpretazione della retorica degli affetti in linea con l’atteggiamento da grande provocatore che da sempre si porta appresso l’ideatore di tutto questo: Diego Di Chiara. Ma il gran finale dello spettacolo, splendida interpretazione del concetto di Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte globale di Wagneriana memoria, è quanto di meglio possa essere utilizzato per riassumere la proposta dei May Be All. La pista e le balconate del Roadhouse si trasformano in palcoscenico, si sconfina agevolmente dall’idea canonica di concerto, è la poesia che racconta la solitudine, è il teatro che si sovrappone alle note per sostenere l’inutilità di una guerra che in questi giorni è diventata di un’attualità indescrivibile. Il messaggio antibellico culminerà nell’immagine di una “bandiera della guerra” che viene lanciata, come a sancirne la fine, dalla balconata retrostante il palco, mentre un uomo arabo ed una donna chiaramente occidentale si scambiano un bacio sotto una pioggia di dollari. Uno spettacolo assolutamente, come si direbbe oggi, “flashante”, che meriterebbe maggior fortuna, accompagnato da un messaggio di notevole profondità e che ci sentiamo di sostenere appieno, proprio alla luce di quanto sta accadendo nel mondo in queste ore. PACE A TUTTI…


Il progetto di ricostruzione dei MBA si fermò però a quella serata. Avevo infatti selezionato otto persone per portare avanti la band, ma una per volta rinunciarono alla collaborazione. Credo per colpa del mio carattere, o forse della mia depressione. Rimanemmo solo io, Gianni e Caterina Sandri, e pochi altri. Cate, conosciuta nei Cravenotic di Gianluca Pulina, fu la vera innovazione dei May Be All, tanto problematica quanto talentuosa. La cosa durò pochissimo, almeno in versione elettrica. Iniziammo infatti a suonare i pezzi prog metal dei MBA in acustico. Fu un successone. Molte date, pezzi nostri riarrangiati, molte cover. Funzionava! Nel frattempo però anche Gianni lasciò il gruppo. Io scoprii Simone Pavan, poi nei Pellicans, al piano e la violoncellista Francesca Villiot, una mia compagna del Corelli, ma anche in questa versione non durammo molto. Durante un live, io e Cate cominciammo a litigare per una stupidaggine, tirammo fuori tutto quello che non c’eravamo detti per anni, lei se ne andò e non la vidi mai più, decretando in questo modo la fine dei MBA. I Carmilla, però, non stavano meglio. Elena ci mollò, Francesca pure, e lo stesso fecero Milena e Tintu. Eravamo rimasti io e Simone. Non toccai più la chitarra per tre anni. Poi, un giorno, senza motivo, misi delle basi blues su un CD e iniziai a suonare per strada. Lo feci per cinque anni, otto ore al giorno, sei giorni a settimana, ovunque. Fu in questo periodo che conobbi Cristina Bunino. Le proposi di suonare con me, richiamai Simone Pavan ed eravamo di nuovo un trio. Facevamo pezzi dei MBA e cover. Per un po’ andò tutto bene, ma la mia salute cominciò a peggiorare. Giustamente, anche Cristina e Simone mi lasciarono solo. In quel periodo studiavo Armonia e Direzione d’Orchestra al Corelli quindi mi dedicai soprattutto allo studio, mentre continuavo a suonare per strada. Ho poi ancora avuto un progetto acustico nelle Marche, finito il quale sono tornato in Piemonte e ora sono in quello che chiamo il mio ‘periodo stoico’: tre anni senza toccare la chitarra e senza ascoltare musica, con le poche eccezioni costituite dalle produzioni cinematografiche dI Netflix, le uniche che sono oggi in grado di accendere la mia curiosità.”

I riferimenti

Un’ultima considerazione la farei ricordando gli insegnanti e le figure di riferimento che considero più importanti per la mia storia musicale: da Pino Sicari (chitarra metal) a Giovanni Freiria (chitarra classica al Corelli), dal compianto Sergio Taglioni, insegnante di Sintesi e Campionamento all’APM, a Claudio Morbo, docente di Armonia e Direzione d’Orchestra, senza dimenticare David Uncini, direttore della banda musicale di Jesi, nonché grande trombettista e flicornista, per tutto l’ambito blues/jazz. Ultimi, ma non per importanza, voglio ricordare Andrea Allione, un amico/collega, ma soprattutto un maestro per me, e Douglas Docker, perché il suo invito a partecipare al progetto SO5OS per i suoi 50 anni, affidandomi due dei suoi pezzi più complessi in un momento di grande difficoltà per me, è stata una cosa stupenda. E infine, mia madre. Non ci fosse stata lei ad appoggiarmi, incoraggiarmi e mantenermi, non avrei potuto fare niente di quello che ho fatto. E, per citare Forrest Gump, con questo non ho più niente da dire. Chissà, forse un giorno tornerò, o forse no. May Be All!


Ringraziamo Diego per averci dedicato del tempo nel raccontarci la sua storia. Nell’attesa di poterlo riascoltare, dal vivo con qualcuno dei suoi progetti, o anche in studio, se deciderà di aprire i cassetti nei quali custodisce le sue idee per ora incompiute, vi ricordiamo che esiste anche un canale SoundCloud dove ha pubblicato tutta la musica che ha per ora scelto di condividere. L’indirizzo è questo: https://soundcloud.com/diego-di-chiara. Visitatelo perché, oltre ai suoi brani storici, non mancano le chicche!

Buon ascolto.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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