Valerio Menon, il signore dell’handpan – parte II

Valerio Menon è stato il protagonista di uno dei primi articoli del rinato Groovin’ (Valerio Menon – il signore dell’Handpan) in cui segnalavamo i suoi trascorsi pinerolesi e l’incredibile percorso che l’ha portato a diventare una delle massime personalità europee, se non mondiali, nell’ambito dell’handpan. Di che cosa si tratta e in cosa consiste il suo attuale lavoro, ce lo siamo fatti raccontare oggi direttamente da lui, nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.


Ciao Valerio. Ovviamente, la prima domanda non può che riguardare il tuo principale mezzo espressivo. Tu nasci batterista, ma improvvisamente scopri l’handpan. Ci racconti com’è avvenuto il tuo primo incontro con questo inusuale strumento e perché hai deciso di dedicare ad esso la tua vita artistica?

La maggior parte degli handpan player, almeno fino ad ora, sono batteristi. L’Handpan / Pantam (lo strumento è così recente che ancora si “litiga” sul nome) è forse quello che ogni percussionista sognava da sempre: avere delle note. L’incontro è avvenuto tramite YouTube: ricordo che stavo discutendo (…) con la mia ex ragazza e per errore ho cliccato sul video sbagliato, video in cui per l’appunto compariva un Handpan. È arrivato nel momento perfetto: non avevo più voglia di mettere su gruppi e, a differenza della batteria, questo strumento ti consente di avviare una carriera solista.

Per chi non conosce l’handpan, ci puoi fornire qualche cenno storico e qualche informazione fondamentale per comprenderne meglio le caratteristiche?

Ogni tanto mi chiedo quante volte ancora dovrò rispondere a questa domanda :)) È uno strumento etichettato come idiofono (la famiglia degli xilofoni, per intenderci), nato a Berna nel 2000 da due artigiani svizzeri. Il concetto iniziale, poi risultato vincente, era proprio quello di provare a dar la possibilità ai suonatori di Gatham (percussione tipica del sud dell’India) di avere delle note a disposizione. Per concretizzare questa ambizione, si è partiti dall’architettura tipica dello Steelpan. In Italia inizia ad essere usato anche nel mainstream: Elisa e Negramaro per citarne due.

Penso che la domanda sarà ricorrente fino a quando l’handpan rimarrà uno strumento di nicchia. A proposito, qual è il suo livello di diffusione attuale?

È in piena espansione. Ho iniziato a produrre nel 2015 ed eravamo una sessantina nel mondo, oggi siamo circa 300 costruttori. In Italia ce ne sono una ventina, anche se è difficile fare numeri precisi.

Valerio Menon al lavoro – Foto di Luca Bertolotto

Da qualche anno ti occupi in effetti anche della realizzazione degli handpan, che richiedono una lavorazione eminentemente artigianale. Come si costruisce uno strumento del genere?

È piuttosto complicato da spiegare in un’intervista scritta, ma provo a sintetizzare: si parte da una lastra di acciaio, che viene poi stampata, “idroformata”, tornita o martellata (a seconda dei gusti / possibilità dell’artigiano) fino ad ottenere una cupola. Da lì in poi pressiamo i dimples (le fossette che vedi attorno alla cupola) e “disegniamo” con un martello pneumatico il confine della nota, anch’esso visibile. Successivamente inizia il processo di accordatura, che viene eseguito con appositi martelli.

Parliamo anche della tua musica. La tua discografia da solista consta di tre album usciti tra il 2013 e il 2015. Dove trovi l’ispirazione nel comporre per uno strumento che, vista la sua recente ideazione, non possiede ancora una vera e propria tradizione consolidata?

L’assenza di regole dà una marcia in più sia alla composizione che all’attitudine in sé. Nell’Handpan ci sono un numero limitato di note, situazione che ho sempre considerato simile a quella del ballo: nella danza, disegnando un cerchio stretto che delimita l’area, se il ballerino è bravo saprà esattamente cosa fare, se non lo è, non inizia nemmeno a ballare. La composizione applicata a questo strumento l’ho sempre vista un po’ in questa maniera.

A quali progetti stai lavorando attualmente?

Il mio lavoro principale da quattro anni è costruire ed accordare strumenti. Questo mi porta via tutta la giornata. La ditta per la quale lavoro (EchoSoundSculpture) organizza anche un concerto al mese con artisti da un po’ tutte le parti del mondo, il programma lo curo principalmente io quindi è anche questo uno sforzo quotidiano. Per quanto riguarda la musica l’ho messa in cantina per un po’, non avendo molto tempo libero diventa difficile anche solo sedersi e cercar di capire in che direzione comporre il materiale successivo. Ci sono state però due eccezioni: ho musicato l’apertura di una galleria d’arte a Francoforte il maggio scorso e ho un vinile in uscita nei primi mesi del 2020. Sarà però solo un pezzo: il lato B strumentale di supporto al pezzo principale. Uscirà per l’etichetta londinese Marrow Records (anche lui pinerolese emigrato – Stefano Marro n.d.r.). Ma in entrambi i casi si trattava di amicizie strette: a dire di no rischiavo grosso.

Hai suonato in moltissimi festival dedicati all’Hang, in svariate nazioni europee. Qual è stato il momento della tua carriera live che ritieni più importante?

Paradossalmente è ora: nonostante non suoni più da quattro anni (salvo sporadiche eccezioni), i locali e soprattutto le organizzazioni dei festival continuano a scrivermi per mettermi in programmazione. Potrei organizzare un tour europeo dall’oggi al domani, ormai ho molti contatti, ma per il momento mi interessa di più stare in laboratorio ad accordare, mi diverto di più. Un booking statunitense mi aveva fatto una bella proposta un annetto fa, l’ho messa da parte ma magari prima o poi si organizza.

Ora vivi e lavori in Svizzera, ma hai dei trascorsi importanti in Val Chisone. Cosa ti ha portato fuori dai confini nazionali? Intrattieni ancora dei legami, professionali o affettivi, con il Pinerolese?

Sono cresciuto a Pinasca. Ho fatto le superiori a Pinerolo e l’Università a Torino, ho avuto una band a Piossasco (3 Hours A Day) ed una in provincia di Cuneo (E.Z.R.A. Page, prodotti da William Benedetti, già produttore dei defunti Timoria, band trovata tramite un annuncio sul vecchio Groovin’, nel 2005). A Pinasca ho avuto il laboratorio dal 2015 al 2017. I miei legami affettivi sono tutti lì. Il vivere in Svizzera è dettato dal lavoro: la ditta è qui a Lenzburg (20 minuti da Zurigo, 40 minuti da Berna).

Domanda di rito che rivolgiamo sempre ai nostri conterranei che vivono e lavorano fuori dall’Italia. Cosa c’è all’estero che manca al nostro Paese, e che cosa invece ritieni che da noi possa ancora essere preso come punto di riferimento?

Quando ho iniziato a suonare, a 12 anni, lo facevamo più che altro per l’attitudine, per come eri guardato solo a dire che avevi una band. Ora quella roba lì è sparita, anzi, si è capovolta. Fenomeno tutto italiano. L’ultimo CD che ho registrato è andato (poco) oltre le 1000 copie, in Italia ne avrò vendute 30 (amici compresi). Ho fatto circa 200/220 live, in Italia non arriviamo a dieci. Nella Penisola è tutto più difficile da organizzare, i locali live stanno scomparendo e da quel che vedo inizia anche a diffondersi la prassi del suonare a rimborso spese. È tutto da ricostruire, insomma. Che cosa può essere preso come punto di riferimento? La tenacia. Nonostante la situazione post-bellica, ci sono ancora una valanga di band, e dove i locali live non ci sono più, li si inventa. Prendi l’esempio di Pinerolo: l’unico a sbattersi davvero per una programmazione live continua è un bar di 30 metri quadrati all’incrocio fra via Montegrappa e via Saluzzo. Roba che sembra impensabile, ma è la realtà.

Quando tornerai a suonare dalle nostre parti?

Per tornarci avrei dovuto suonarci almeno una volta prima… cosa che non è mai successa, salvo per il Saluzzo Busker Festival, ma lì siamo già oltre i confini. Per adesso non avrei comunque tempo, ma magari in futuro qualcosa si organizza. Nonostante ciò, la scena pinerolese la seguo sempre con molta attenzione.


Ringraziamo Valerio per la disponibilità a parlarci della sua attività, perché le scelte inconsuete e coraggiose ci piacciono sempre. Chiudiamo l’intervista con il brano “Insert Coin”, tratto dal suo terzo album “Slowmotion Replay”, uscito nel 2015. In merito, va evidenziato che il video ha ottenuto numeri impressionanti, superando abbondantemente le 120000 visualizzazioni. Buon ascolto!

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Insert Coin – Valerio Menon

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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