Living In The Past – la storia dei Mother Goose

Il 1999 è un anno strano, è l’anticamera del nuovo millennio ed è una singolare terra di mezzo tra il tempo della musica auto composta e “l’era delle cover”. Vivo quel periodo con una profonda rabbia musicale. I “miei“ Affittasi Cantina e Delinkuere sono naufragati in un oceano di “divergenze umane ed artistiche” che avrebbero logorato anche Ghandi. Un giorno, in Beloit un collega mi chiede “Facciamo una cover band ?” Provocatoriamente rispondo “la farei solo se suonassimo musica dei Jethro Tull”, convinto di avere allontanato il pericolo. Da questa fugace conversazione nasce una cover band assai particolare e longeva: “Mother Goose – tributo ai Jethro Tull”, attiva dal 1999 al 2015. Il collega in questione è Robert Mongiello, chitarrista pinerolese “storico”, precedentemente impegnato con i gruppi del filone demenziale anni ‘80. Dialogando con lui ho deciso di scrivere questa piccola storia così particolare, questa raccolta di ricordi, quasi tutti stupendi, alcuni molto dolorosi. Ciò che segue è il mio racconto, intervallato da interventi di Robert che ebbe un ruolo assolutamente fondamentale nel far decollare questo progetto così peculiare.

Dopo l’estate del ’99, passiamo un paio di mesi a testare dei potenziali compagni di strada, amanti della musica di Ian Anderson e in grado di suonarla. Si presentano soggetti improponibili, personaggi con un’autostima da “Ego del Chisone”, gente da psichiatria ma, in mezzo a una pletora di casi umani, troviamo dei suonatori degni di cotanta qualifica. Stefano Camusso, “l’architetto del suono”, alle tastiere, uno che da del tu ai tasti bianchi e neri ( bruttissimi colori…), Vincenzo Tuzzolino al flauto, un musicista dal talento eccezionale e Valerio Boeris, batterista non fine ma assolutamente efficace. Come front-man reclutiamo Giorgio Santiano, uno che i Jethro li mastica da sempre e che aderisce entusiasticamente al nostro percorso, assolutamente singolare per un paesone come Pinerolo. Dopo poco tempo Vincenzo decide di percorrere altre strade e al suo posto arriva Bruno Galbiati.

Robert, cosa ricordi di quella fase di rodaggio, non semplicissima?

“Non semplicissima è un’espressione molto gentile. Io ricordo che testammo un numero di strumentisti non esiguo se consideri la realtà ristretta in cui ci muovevamo all’inizio. Mi ricordo le tue incazzature in sala prove dopo alcune audizioni poco felici con soggetti da neurodeliri. Dobbiamo dire, però, che la formazione che uscì da quella robusta scrematura era davvero potente”

La prima formazione “storica” è così composta :

  • Giorgio Santiano: voce solista
  • Robert Mongiello: chitarra elettrica ed acustica
  • Guido Rossetti: basso e cori
  • Stefano Camusso: piano e tastiere
  • Bruno Galbiati: flauto
  • Valerio Boeris: batteria

All’inizio non ci rendiamo conto del fatto che suoniamo roba che prende e che la suoniamo pure abbastanza bene. Non ci poniamo grossi obiettivi se non quelli di rimediare qualche data in zona e ci proponiamo, infatti, rigorosamente dalle nostre parti. Suoniamo in quelli che vent’anni fa erano i locali di riferimento per la musica rock dal vivo: “Pub 4 Assi” di None, “Hockey Club” di Villar, “Macabaru” di Vigone, “Jam Session” di Pinerolo, “La Marionetta” di Barge, ​“Roadhouse” di Roletto e altri ancora. La musica dei Jethro piace e ci porta anche a esibirci dal vivo nei festival estivi quali “Rourestock” e “Salza Music”; esperienze che riempiono il nostro serbatoio di voglia di suonare ad oltranza. Nella primavera del 2000 mi prende il trip di contattare il fan club italiano dei Jethro Tull. Gli spedisco un bel demo registrato su cd allo studio del grandissimo Alberto Macerata e, con nostra grande gioia, veniamo invitati a suonare ad una convention nei pressi di Reggio Emilia. Ci dicono che in alcune canzoni avremo come ospiti sul palco quattro componenti dei Jethro “veri”. John Evan , Glenn Cornick, David Palmer (poi divenuta Dee Palmer) e Clive Bunker. Ovviamente ci mettiamo a provare a un ritmo forsennato per evitare figure di merda e, con una soddisfazione immensa da parte nostra, la suonata va bene. Ho ancora le foto di quell’incredibile happening che porterò sempre nel cuore. Io e Giorgio Santiano riusciamo, nell’occasione, complici tre o quattro birre di troppo, a trattare malissimo Freak Anthony, presente alla manifestazione come reporter di Videomusic. Potenza del luppolo! Passiamo una serata da sogno tra palcoscenico e bevute insieme a Clive Bunker e Glenn Cornick che accettano con una pazienza olimpica di rispondere ad alcune tonnellate di domande da parte di sei Jethromani piemontesi ubriachi.

Ricordo” – puntualizza Robert – “che Bruno scese dal palco felice come un bambino perché Glenn Cornick, dopo l’esecuzione di “Bourée”, gli disse “good job”. Ce lo raccontò qualche decina di volte negli anni a venire; caro vecchio indimenticabile amico…

Pinerolo è diventata davvero stretta e così, nel 2001, spostiamo il nostro raggio d’azione decisamente verso Torino. Suoniamo alla “Divina Commedia”, al “Manhattan Pub”, al “Roll Play Caffè” di Piazza Castello, al “Glam” di Rivoli e in tanti posti della prima cintura di Bagna-Caoda Land. Anche in quella stagione fortunata riesco a organizzare un evento davvero fuori dal comune. Verso gennaio, contatto il fan club tedesco dei Jethro e dopo i rituali conoscitivi di rito, futuristicamente per il 2001 avvenuti via e-mail, veniamo invitati a suonare a Worms, il 19 maggio. Ci esibiamo insieme a Jethromani e proggers dalle provenienze più variegate. Tra tutti ricordo con piacere i Galahad, pazzi e potentissimi anglocrucchi intrisi di anni ’70 come bustine di thè.

Nessuno di noi aveva mai suonato fuori dai confini nazionali, fu una botta di adrenalina pazzesca e innegabilmente funzionò da propulsore per tutti gli impegni che seguirono”, ricorda il mio vecchio “compagno di merende” musicali.

Non si vive di sola musica e, nel 2002, dopo essermi nuovamente riprodotto decido di appendere il basso al chiodo, almeno temporaneamente. Il mio posto viene preso dal mio amico e ottimo suonatore Antonino “Tony” Vacca, solido e preciso artigiano delle quattro corde e con lui il gruppo riparte. Dopo poco tempo i miei super amici vincono il “Groovin’ Awards”, poi dicono che non si nota la mia mancanza! Il 2004 è l’anno dell’incisione dell’ottimo Cd “Passion Players” in cui i sei rockers, con il bravissimo Alessandro Vacca alla batteria, incidono, sotto la supervisione del grande Alberto Macerata, un album di toccanti rivisitazioni. Ho la fortuna di comparire come ospite speciale alla voce e anche questo ricordo fa parte del mio curriculum del cuore. Con Tony al basso i Mother Goose proseguiranno l’attività live fino ad esibirsi nel 2005 a Barcellona dove dietro le pelli della batteria è arrivato quel gran maestro della percussione che risponde al nome di Gianni Pitzalis. Viaggiatore inarrestabile ed utopista imprevedibile, Gianni dona al gruppo una salutare scossa di follia.​

Nel 2006. a seguito dei classici scazzi, divergenze, discussioni e attriti vari, Giorgio Santiano abbandona il gruppo seguito da Bruno Galbiati. Per una Jethro Tull tribute band, ritrovarsi senza voce e flauto è come per buonanima di Niky Lauda trovarsi senza gomme e volante.

Cosa pensasti, a quel punto, Robert?

“Beh… temetti il peggio. Suonavamo i Jethro Tull ed eravamo, improvvisamente, senza voce e flauto. C’era poco da essere ottimisti. La separazione da Giorgio e Bruno non fu indolore ma ci dimostrò che portare avanti per anni un gruppo musicale è davvero difficile. I rapporti umani sono una giungla in cui si può perdere l’orientamento, a volte senza capirne il perché”

Dietro consiglio del compianto Dino Pellissero, al flauto arriva l’esperto pifferaio eporediese Lanfranco Costanza e alla voce… mi invento io! La cosa funziona a tal punto che ci ritroviamo a girare come e più di prima. Registriamo addirittura una cover di “Living in the past” per il film “Paranoyd” dei registi Deborah Farina e Giuseppe Amodio. “A visual sensorial experience”, recitava il trailer… noi, intanto, stiamo ancora aspettando il compenso per quella prestazione. Dopo alcune date di rodaggio in Val di Susa e a Torino, a inizio 2007 ci troviamo in cartellone ad Ivrea al “Festival delle Rosse Torri”, a giugno, e poi veleggiamo nuovamente verso la Germania dove suoniamo a Trier, ospiti dei nostri amici crucchi “Thick as a Brick”, una delle migliori band di cultori della musica di Ian Anderson della Mitteleuropa. A fine 2007, per l’ennesima volta, cambiamo batterista. Al posto di Gianni Pitzalis ritorna Alessandro Vacca, figlio del bassista Tony. Alessandro propone un drumming solido e preciso, adatto al nostro contesto sonoro. L’anno seguente facciamo l’esperienza televisiva suonando per GRP che ci trasmette a maggio, con nostro sommo giubilo, e la settimana seguente ci troviamo ad aprire per Elio e le Storie Tese al festival di Tavagnasco. È un ottimo periodo che culmina con una bella trasferta musicale toscana, vicino a Volterra, dove suoniamo in un mega festival della birra davanti a un pubblico caldo, ebbro e felice. È di nuovo il momento di litigare e così, dopo un aspro confronto su temi logistico-organizzativi, Lanfranco lascia nuovamente vacante il posto di flautista.

“Siamo sempre stati capaci di litigare nei momenti meno adatti della nostra attività” precisa Mongiello. “Se gestissimo i rapporti condominiali come abbiamo fatto talvolta nel gruppo, saremmo tutti in galera…” puntualizza giustamente il mio vecchio chitarrista.

Ad occuparlo arriva inaspettatamente un giovane stupefacente bergamasco: Matteo Morelli. Nel mio percorso di suonatore ho avuto la fortuna di dividere lo stage con ottimi strumentisti ma devo dire che come Matteo ne ho incontrati pochi. Chi visita la nostra pagina facebook, ancora attiva – almeno lei – rimane stupefatto dalla perizia del giovane orobico col suo tubo argentato. Nel frattempo, alla batteria è subentrato il collaudato Gianluca Incrocci, dallo stile molto orientato al rock più duro. È l’ennesima grande scarica di energia. Con loro viviamo la “stagione lombarda”. Ci esibiamo al Bloom di Mezzago, locale mitologico che ospitò i Nirvana nel 1990, suoniamo due volte a Pioltello, a Milano al “Blue Note” e in altre location minori. È l’ennesima nuova rinascita. Ad ogni serie di difficoltà che regolarmente si palesano lungo il nostro cammino rispondiamo con soluzioni inaspettate e migliorative. Intorno al 2010 siamo a un livello performativo oggettivamente alto per una tribute band.

Ovviamente non tutto può filare liscio. Inizia a manifestarsi, nel circuito dei locali cover-oriented, una pericolosa tendenza ad escludere chi non garantisce al 130 % di “portare gente” e di abbeverare le masse.​ L’hamburger, tristemente, vince sulla musica. Si assiste così ad una vera e propria invasione di tributi a Vasco Rossi, Ligabue, Pink Floyd, Zucchero e chi più ne ha più ne metta. I gruppi che propongono musica che va per la maggiore fanno quaranta date all’anno, chi propone qualcosa di leggermente fuori dagli schemi, come nel nostro caso, si rassegna a una perenne ricerca di date. Decidiamo che, dopo quindici anni in giro, non è il caso di chiedere “per favore, ci fai suonare?” Da lì in poi, suoneremo solo più in occasioni selezionate e di nostro gradimento. Sarà il nostro canto del cigno. Chiudiamo in bellezza con una serata fantastica al Teatro Agnelli di Torino, in compagnia dei bravissimi Anyway – Genesis tribute band, a novembre 2014, per congedarci definitivamente dalle scene con un’ultima stupenda trasferta tedesca, ancora a Trier, nell’autunno 2015. Sarebbe ingeneroso omettere che in tutti questi anni c’è stato un solo ed esclusivo “padrone” delle tastiere nella nostra band ed è stato Stefano Canusso. Secondo i criteri della generazione musicale che ci ha preceduto, sarebbe stato il capo-orchestra. Efficiente come un postino svizzero, alacre come un carpentiere brianzolo e a volte anche rompicoglioni ma sempre a fin di bene; ha dato un contributo inestimabile alla storia della band. Un giorno lo farò tornare a essere suonatore praticante! Ad oggi siamo in uno stand-by indefinito, non ci dichiariamo sciolti. Preferiamo considerarci “ibernati” in attesa di nuovi stimoli.

La formazione con cui siamo entrati in questo letargo indefinito è:

  • Guido Rossetti: voce
  • Matteo Morelli: flauto
  • Stefano Camusso: piano e tastiere
  • Antonino Vacca: basso
  • Robert Mongiello: chitarra elettrica ed acustica
  • Gianluca Incrocci: batteria

Cosa vuoi dire, Robert, prima del fotogramma con la parola “fine”?

Da parte mia ti ringrazio per questa bella serata di ricordi. Ricordare non è necessariamente un qualcosa di nostalgico, i miei ricordi legati a Mother Goose sono tutti gioiosi, non hanno il retrogusto amaro di quando si parla di un passato morto e sepolto. Io, come te, suono ancora e mi sento creativamente molto attivo. Suono con i Westbound, facciamo musica dei Dire Straits e, come sai, in quella formazione ci sono anche Gianluca e Tony. Ci sono ancora parecchi di noi a piede libero… La frase che scrivesti sul nostro vecchio sito ufficiale e che diceva ‘le mani al servizio della musica, non la musica al servizio della mani’ è forse quella che ci riassume meglio. Abbiamo sempre ricercato l’essenzialità nel nostro discorso, senza pavoneggiarci con solismi eccessivi ed autocelebrativi. Ah… mentre torni a Pinerolo, vedi di non stamparti… tu la nostalgia la combatti con la birra!”

Questo il bilancio finale di Robert Mongiello sulla storia di Mother Goose…

Anche per me, i rimpianti stanno a zero. Per un gruppo che non proponeva musica originale abbiamo fatto molto di più di quanto fosse lecito aspettarsi. La tristezza emerge quando pensiamo che, lungo questo percorso appagante, abbiamo perso degli amici. La memoria corre ai nostri primi due “pifferai magici”, Vincenzo dal grandissimo talento, strappato al suo flauto dalla “malattia del secolo” e Bruno, amico di tante avventure, anche lui precocemente strappato alla vita da un altro male maledetto. E poi Valerio, imbrigliato in una rete dalle maglie troppo strette…

A loro va il nostro pensiero e la nostra amicizia. Credo che prima o poi faremo una reunion e, se capiterà, faremo una grande festa di rock, birra ed allegria.

guidoross

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