PANDORA’S BOX – Quma

Quello di Pandora è uno dei miti più conosciuti dell’antica Grecia e fa riferimento alla visione leggendaria che la civiltà attica aveva della propria genesi. Tutto ha inizio dal “furto” di Prometeo, il Titano che rubò il fuoco agli dei per farne dono agli uomini, e ha il suo apice nel gesto di Pandora. A causa di una curiosità diventata quasi antonomastica, la prima donna scoperchiò il proverbiale vaso e liberò sugli uomini i mali in esso contenuti, trasformando la loro condizione da “semidei” dell’età dell’oro nell’esistenza mortale che ne caratterizza la specie. La donna diventa così fonte primaria delle sofferenze umane, affermando una concezione invero misogina e sessista della società che ancora oggi si fatica a sradicare. A ben vedere, ci sono molte analogie con altre visioni tradizionali dello stesso mito. Quella cristiana, ad esempio, secondo cui è Eva a farsi tentare per prima dal serpente, inducendo poi anche Adamo all’errore, dando inizio a una millenaria storia di peccati originali da espiare, e di aspirazioni verso fantomatici paradisi perduti.

Parla anche di questo la title track di “Pandora’s Box”, il nuovo album dei Quma che, senza intenti moralistici o prese di posizione nei confronti del dibattito di genere, parte dal mito e dalle sue ambiguità per osservare empaticamente le sorti precarie dell’esistenza. Gli spiriti liberati dal gesto sconsiderato di Pandora (o di Epimeteo, secondo alcune versioni) – Vizio, Gelosia, Pazzia, Malattia e Vecchiaia – diventano i demoni che allontanano l’uomo dall’Olimpo e lo indirizzano verso una mortalità dolorosa e sofferta. Davvero molto interessante, e poeticamente elevata, la strada autoriale che ne sviscera i caratteri essenziali. Le cinque maledizioni vengono raccontate attraverso una trattazione allegorica che fa uso delle vicende di altrettanti personaggi, inventati o reali, alcuni dei quali anche molto noti al grande pubblico soprattutto come eroi letterari e cinematografici. Cinque storie che diventano emblema dei tormenti dell’individuo e delle vie di fuga intraprese per alleggerirne il peso. Salieri uccide Mozart consumato dall’invidia (“Salieri’s Envy”) e Christiane F. riversa il suo male di vivere nella tossicodipendenza (“Christiane’s Vice”). Ma è nei personaggi di fantasia che si esprime il maggior lirismo, laddove Peter – è voluto l’abbinamento del nome alle implicazioni psicologiche del personaggio di Peter Pan – combatte la sua vecchiaia aggrappandosi all’illusione di un’eterna giovinezza, e Rose – nomen omen – “appassisce” nella lotta alla malattia che la sta uccidendo. Sul fondo della “scatola” rimane la Speranza – che nel mito non fa in tempo a uscire dal vaso, ma in alcune versioni lo farà in un secondo tempo – raccontata attraverso la commovente storia di Hachiko, il cane reso famoso da Hollywood, che dopo la morte del suo padrone, costantemente per dieci anni, attese invano il suo ritorno.

“Pandora’s Box” è soprattutto una riflessione sulla caducità dell’esistenza e sui vani tentativi che gli individui pongono in essere per superarla. Un’analisi sul sottile confine tra la vita e la morte in tutte le sue forme, che i Quma decidono di esplorare al suo limitare per meglio raccontarne le implicazioni emotive. Quella impercettibile linea di separazione ben riassunta in “Theodore’s Madness”, in cui la “lucida follia” di un terrorista che combatte contro le trasformazioni sociali indotte dalla civiltà tecnologica (“la vita moderna divenne la nostra morte”), si fa critica al sistema valoriale contemporaneo. Una pazzia consapevole la cui valenza ossimorica sottolinea la difficoltà di operare la scelta della parte da cui stare, e l’impossibilità di emettere giudizi ed emanare sentenze aprioristiche.

“Pandora’s Box” è dunque una felice rielaborazione dell’idea di concept album, nel quale i Quma – Marco Serra (Voce), Alessandro Peiretti (Chitarra), Mane Peek (Basso) e Fabio Colomba (Batteria) – portano ancora più in là il loro crossover. Ancorché le distorsioni importanti e lo specifico stile vocale li avvicinino all’universo metal, le atmosfere cupe, le strutture irregolari e l’imprescindibile componente teatrale, ci permettono di accostarli senza dubbio all’area neoprogressiva. Di questa manca giusto l’interesse per l’aspetto più tecnico ed esecutivo, a cui i Quma preferiscono senz’altro la cura delle atmosfere, oscure e umbratili come le loro tematiche richiedono, e che inducono ad accostamenti con un certo rock psichedelico contemporaneo. Ascoltati in un lavoro compiuto, dunque, se ne può apprezzare ulteriormente la libertà stilistica, che evidenzia debiti verso grunge e post-punk, a cui però forniscono nuove coloriture con sperimentazioni sintetiche talvolta anche piuttosto ardite, ancorché sempre coerenti.

L’intricato labirinto di riferimenti culturali, filosofici e storici che stanno dietro a “Pandora’s Box” sono dunque il segnale di una notevole consapevolezza compositiva e di uno status culturale certamente sopra la media, che si riflette anche nella liricità della scrittura e nella capacità di sondare in profondità i meccanismi sensibili dell’animo umano. L’interesse che si crea attorno alle scelte contenutistiche non deve però far distrarre l’ascolto dai dettagli più strettamente musicali, laddove i Quma, lasciate alle spalle le acerbità degli esordi, forniscono una prova convincente soprattutto per la forza delle loro idee.

Buon ascolto.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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