Groovin’ Story 2003: il progressive pop degli Allyson’ Sunflowers

Eravamo intorno al 2003 quando una band molto interessante si affacciava sul panorama musicale pinerolese. Dedita a un rock cantato in italiano, ma lontana dagli stilemi tipici del genere, con una formazione inconsueta che includeva un violino elettrico al posto delle più tradizionali tastiere, gli Allyson’ Sunflowers furono purtroppo una meteora, tanto bravi quanto effimeri. Lasciarono ai posteri solo un EP dal titolo omonimo, e un singolo presente sulla compilation del festival INTERFERENZE 2003 (“La Stanza”), oltre che “Vicolo Scozia”, a memoria una delle canzoni migliori che mai siano uscite dalla penna di un autore pinerolese, purtroppo rimasta inedita. Gli Allyson’ erano Matteo Attisani (Basso e Voce), Matteo Doria (Chitarra), Roberto Galimberti (Violino) e Stefano Ricca (Batteria). Proprio in occasione dell’uscita della loro prima fatica discografica, li incontrammo per un’intervista da cui scaturirono due articoli, uno a firma mia e l’altro siglato da Nik, nel quale insieme alla band raccontavamo l’album e un po’ delle cose che stavano dietro la loro musica.

Buona lettura.

Ones


Da www.groovin.it – 2003

ALLYSON’ SUNFLOWERS

1. allyson
2. novembre ’70
3. surreal
4. unreal
5. falene

Se fino ad ora non vi è ancora capitato di sentire gli Allyson’Sunflowers allora penso che questo sia davvero il momento giusto per procurarvi il loro CD o segnarvi sulla vostra agendina personale la data del loro prossimo concerto. Dopo una serie di live tenuti in zona (purtroppo pochi, ma forse questo dipende anche dall’ancora limitato repertorio a disposizione del gruppo), è finalmente disponibile da alcuni mesi la loro prima uscita discografica, un demo che porta il loro nome come titolo e che contiene quattro canzoni (le tracce sono cinque ma la n. 3, Surreal, è una sorta di intro psichedelico al pezzo successivo) davvero degne di nota. Quattro canzoni i cui testi sono opera di Roberto Galimberti: “In realtà – precisa il violinista – anche se mi sono occupato io della stesura materiale dei testi, le parole delle nostre canzoni riflettono idee messe a confronto ed elaborate collettivamente all’interno del gruppo. Così come la parte musicale è il risultato di idee singole sviluppate con il contributo comune di tutti“.      

Il disco è piuttosto eterogeneo, forse a causa dei differenti percorsi musicali che i quattro musicisti, Matteo Attisani (basso e voce), Matteo Doria (chitarra e voce), Roberto Galimberti (violino elettrico) e Stefano Ricca (batteria), hanno seguito in passato e che oggi confluiscono splendidamente nella loro musica contribuendo a determinarne l’originalità. Qualcuno ha definito il genere degli Allyson con il termine progressive pop, etichetta certamente azzeccata anche se rispetto alla comune nozione di pop, gli Allyson’ mettono in campo una maggior profondità e coerenza nella stesura dei testi, maggior energia nei suoni e danno maggior spazio alla tecnica esecutiva che quando occorre, soprattutto nelle parti solistiche della chitarra, sa ergersi a protagonista senza appesantire mai l’ascoltabilità delle canzoni. L’aggettivo progressive invece si adatta piuttosto bene alla musica contenuta in questo demo, anche per la presenza di tempi “dispari” e di alcuni riff che sporadicamente esondano dal concetto di tonalità, ma soprattutto per il diffuso utilizzo dell’effettistica. La sperimentazione infatti, come ci spiegano gli stessi musicisti della band, si rivolge prevalentemente ai suoni piuttosto che alle melodie, grazie alla presenza nella line-up del violino elettrico e del particolare uso che ne viene fatto. In questo contesto infatti il violino assume la funzione di seconda chitarra, sia per la strumentazione adottata (amplificatore e pedalini per effetti), sia per la tecnica (spesso il violino, nelle mani di Galimberti, abbandona la classica posizione a spalla per assumere invece il tipico assetto da “sei corde”), sia per quanto riguarda gli arrangiamenti. 

Ecco quindi un disco in cui la fusione tra i suoni della tradizione rock con le tendenze “modernistiche” legate all’elettronica, l’equilibrio ben dosato di buona capacità compositiva, notevoli proprietà tecniche ed una considerevole maturità di scrittura, il tutto completato da un intelligente sfruttamento delle straordinarie potenzialità vocali dei due cantanti (Attisani e Doria), contribuiscono a realizzare un prodotto di grande interesse e sicuro impatto.

 Allyson’Sunflowers è una sorta di concept album che racconta le vicende di Allyson, o Ally come viene confidenzialmente chiamata, una giovane ragazza alle prese con la sua crisi esistenziale. Il CD comincia proprio con la canzone Allyson, canzone-manifesto dell’intero album, sia per l’aspetto strettamente musicale, sia per i contenuti tematici. Un possente incipit apre il pezzo con un’alternanza di tempi, in cui il 5/4 tende a spezzare la trama lineare della canzone e a creare la tensione necessaria che fa da sfondo all’atmosfera cupa del momento in cui Allyson prende coscienza del suo momento critico. Interessante vedere come questa consapevolezza nasca dal contatto di Ally con la musica, nella fattispecie un adagio di Mozart che la giovane si accinge ad eseguire. Come ogni altro esempio di metalinguaggio (ossia un linguaggio che parla di se stesso, in questo caso quello musicale), anche Allyson ci induce a individuare al suo interno elementi autobiografici, anche se non esplicitati direttamente dalle parole dei suoi autori. Ci piace pensare alla musica come ad un mezzo per ritrovare se stessi, per comprendere il proprio intimo. La musica come l’arte che da sempre parla agli e degli animi umani senza la mediazione della ragione e per questo maggiormente capace di raccontarne i turbamenti interiori.

Le altre tre canzoni invece sondano i complicati rapporti di Allyson con il mondo che la circonda, dalla famiglia in Novembre ’70, alla quotidianità in Unreal, alle amicizie femminili di Falene.
Novembre ’70, seconda traccia del demo, ad esempio, è un’analisi del difficile rapporto genitori/figli: “Novembre è il mese in cui la natura muore – ci spiegano gli Allyson – ed è quindi utilizzato simbolicamente per esprimere la decadenza dei valori portanti della generazione degli anni 70 che si risolve proprio nei conflitti generazionali di cui si parla nella canzone. Allyson è una nostra coetanea e potrebbe avere genitori che hanno vissuto in prima persona la stagione del 68. Oggi i rapporti tra quella generazione e la nostra spesso sono caratterizzati da mancanza di dialogo; i genitori, nel tentativo di essere amici con i loro figli, finiscono per non riuscire ad essere per loro quella guida di cui invece avrebbero bisogno“. Tutto questo contrasto viene espresso nel ritornello della canzone dove la cruda visione di quei valori è raccontata “attraverso una melodia in tre quarti morbida e giocosa che ricorda una filastrocca infantile”. L’effetto straniante che ne deriva è di assoluta efficacia, anche grazie all’aria disegnata dal violino, ancora una volta elemento portante dell’originalità del sound degli Allyson’Sunflowers, questa volta utilizzato con il suo suono più tradizionale “citando lo stile minuettistico settecentesco di Haydn“.
Dopo il breve frammento di Surreal di cui si è già detto, parte Unreal, terzo episodio del disco, in cui la crisi diventa la vera e propria protagonista. E’ subito evidente uno dei leit motiv dell’album già presente in modo assolutamente pregnante anche nella prima traccia, cioè la necessità della fuga e dell’oblio. Ma da che cosa si scappa? Quali sono le cose che si devono dimenticare? “E’ la quotidianità, la realtà di tutti i giorni, l’attesa di un tram piuttosto che la tensione di un esame universitario, a farci percepire i segnali di una crisi.” Ed ecco quindi da dove nasce l’esigenza di possedere “due visioni per ogni realtà”, dualismo che diventa un passaggio obbligato per riuscire a sganciarsi dalla materialità di tutti i giorni, quella che maggiormente contribuisce ad acuire il disagio di ognuno di noi.
Chiude il cd Falene da cui emerge una visione piuttosto critica di una certa parte dell’universo femminile, spesso condizionata nel suo essere dal troppo voler apparire. 

Gli Allyson’Sunflowers sono da poco tornati in sala d’incisione per registrare il pezzo che comparirà sulla compilation di Interferenze di prossima uscita, e che è già stato presentato nella loro ultima apparizione dal vivo nei locali del Musicolors. Dalla nuova canzone, che si intitola La Stanza, affiora, tra le altre cose, il desiderio di sganciarsi progressivamente dal personaggio di Allyson, che se inizialmente era risultato ottimo veicolo per lanciare messaggi e raccontare storie, rischiava, col tempo, di ingabbiare troppo il potenziale espressivo della band. Molto presto saremo in grado di proporvi un assaggio di quest’ultima fatica di Attisani e soci, nel frattempo vi facciamo sentire la canzone più significativa del loro esordio discografico, dal titolo Allyson.

Buon ascolto, 

ones


Da www.groovin.it – 2003

In occasione del concerto che terranno con i Meandmymonkey la sera di Natale presso il Colors di Torre Pellice, abbiamo sentito uno dei gruppi che maggiormente si sta mettendo in luce nel panorama musicale pinerolese: gli Allyson’ Sunflowers. Freschi di un nuovo lavoro appena uscito dal titolo omonimo “Allyson’ Sunflowers”, che contiene quattro inediti, più un nuovo singolo “La stanza” veramente interessante ed ascoltabile nella compilation “Interferenze”, gli Allyson’ Sunflowers cioè Matteo Doria, Matteo Attisani, Stefano Ricca e Roberto Galimberti si lanciano verso il 2004 con grandi aspettative. Con alcune domande abbiamo cercato di tirargliele fuori.


Sappiamo che arrivate da un provino fatto alla Ricordi. Cosa vi ha lasciato quest’esperienza?

La registraizone che abbiamo fatto alla Ricordi è stata un’esperienza decisamente positiva. Quello dove siamo stati è uno dei più vecchi studi di registrazione di Milano ed inoltre abbiamo avuto la fortuna di lavorare con un grandissimo musicista, il batterista Bruno Bergonzi, che in passato vanta collaborazioni con Mina, De Gregori ed i Delta V solo per citare alcuni nomi. Abbiamo trovato un ambiente molto alla mano e per noi è stato un fattore importantissimo dato che era la nostra prima grande esperienza. La registrazione in studio è un modo diverso di vivere la musica rispetto al live dove l’adrenalina ti scorre nelle vene. Significa stare a contatto per molto tempo e curare degli aspetti che vanno al di là del suonare e che sono fondamentali per completare un gruppo. Il modificare i suoni, mixare e molto altro. Con noi nella giornata di Milano sono venuti parecchi amici (tra cui Dino Tron), che hanno contribuito alla riuscita della registrazione.


Come siete entrati in contatto con la Ricordi e come si è svolta tecnicamente la giornata milanese?

In sostanza abbiamo spedito i nostri dati più il demo alla Ricordi ed abbiamo superato un paio di selezioni. Ricevuto l’invito via mail per andare allo Studio Free Sound non abbiamo indugiato nemmeno un minuto. Per provare in quello studio vengono selezionati 60 gruppi all’anno. Una grande occasione. Avevamo mezz’ora di tempo per fare la nostra registrazione, con un massimo di tre pezzi per gruppo. Come già detto, crediamo che sia andata bene, perché se non piaci la ti fermano dopo il primo pezzo. Noi li abbiamo fatti tutti e tre.


Adesso sentite ancora i responsabili dello studio?

Beh, qui viene il rammarico. Purtroppo il mercato discografico è in una crisi che sembra senza soluzione. Ci hanno detto che se fossimo passati da li dieci anni prima ne saremmo usciti sicuramente con un contratto in tasca. Un peccato ma anche un grande stimolo per proseguire. Ora ci hanno richiesto dell’altro materiale, degli altri testi, come nascono i nostri pezzi, il nostro mondo musicale. In pratica siamo ancora in contatto con loro. Può essere che non se ne farà nulla, ma la speranza è sempre l’ultima a morire.


A proposito dei vostri pezzi. Come nascono? Chi scrive testi e musiche?

I nostri pezzi non sono mai il frutto di un singolo. Esprimono sempre una sensazione un’emozione del gruppo. Per quanto riguarda la musica, uno porta un motivo e poi su questo si sviluppano gli arrangiamenti. Senza contare che alla fine del lavoro, del motivo iniziale nel pezzo può anche non esservi traccia. Per quanto riguarda i testi, chi mette effettivamente per iscritto è Roberto, ma come per la musica, mai sono l’espressione di sensazioni solo sue. I temi che trattiamo, prima di essere trasformati in testo, vengono dibattuti. Siamo facilitati dal fatto di essere prima di tutto amici, anche se viviamo delle vite molto diverse. Il bello sta proprio nel fatto che riusciamo a trovare nelle canzoni un punto d’incontro. Un esempio su tutti. Matteo (che frequenta medicina), un giorno ha assistito ad un trapianto di cuore. Ha condiviso quasi spontaneamente con noi questa sua esperienza, ed in breve ne è uscito fuori un testo.


Un vostro amico vi ha definito i primi esponenti di un nuovo genere, il “progressive pop”. A parte gli scherzi cosa potete dirci sul vostro modo di fare musica?

Il riferimento al fantomatico genere del progressive-pop è nato come scherzo, per sottolineare la nostra tendenza a complicarci un po’ la vita. Anziché partire con linee melodiche semplici su cui poi lavorare, noi tendiamo a creare i pezzi su dei motivi complicatissimi, con tempi ed accordi non comuni, per dover poi fare un’azione di semplificazione. Ma ripetiamo, la definizione è nata per scherzo e basta. Gli Allyson, scherzi a parte, sono nati con l’intento di essere un gruppo che fa pezzi propri. E’ molto più difficile essere apprezzati dal pubblico, ma anche più stimolante. Nel disco, nato come “concept album”, abbiamo notato come ancora venga fuori la nostra eterogeneità, le nostre diverse provenienze musicali. Il nostro obiettivo, già parzialmente raggiunto con “La stanza”, è quello di confluire in una più; marcata coerenza. Riuscire a fare di quattro idee un’unica linea. Mantenere un’eterogeneità più forte può essere stimolante a livello creativo, ma crediamo allo stesso tempo che per farsi conoscere, fondamentale sia che la gente, venendo ad un tuo concerto, sappia a grosse linee cosa l’aspetti. Una sorta di etichettatura sicuramente funzionale a livello di mercato.


La vostra line-up non è proprio comune. Nessuna tastiera, un violino. Potete spiegarci queste scelte?

E’ vero. Abbiamo una formazione un po’ particolare. L’uso del violino con suoni tipo chitarra, amplificatore valvolare e compressore annessi è un qualcosa che speriamo possa distinguerci. Non è sempre facile far coesistere due strumenti così diversi. A volte le sonorità vanno un po’ a fare a pugni, però in genere i risultati sono davvero ad effetto. Poi giochiamo molto sulle voci, avendo la possibilità di poter contare in pratica su due cantanti (M. Attisani e M.Doria). Per la registrazione del pezzo “La Stanza” inoltre ha collaborato con noi un violoncellista di Brescia, Marco Pennacchio. L’accoppiata violino-violoncello, ha dato i risultati sperati. Siamo molto soddisfatti.


Allora a quando dal vivo? In concerto saranno sempre solo pezzi originali o anche cover?

Saremo in live giovedì 25 dicembre al Colors di Torre Pellice assieme ai Meandmymonkey (che in quell’occasione presenteranno il loro nuovo disco). Sicuramente per avere una scaletta per un concerto, qualche cover per ora la prepareremo. Saranno sempre però dei pezzi mirati. Non i successi del momento, ma qualcosa che si sposi con il nostro genere e le nostre intenzioni. Inoltre i pezzi che sceglieremo di eseguire saranno sicuramente rivisitati da noi con nostre interpretazioni personali. Sempre per un discorso di coerenza.


Ragazzi di grande cultura musicale e non solo. Un piacere sentire i loro pezzi ed una sensazione come presentimento che emerge chiara. La sicurezza di scommettere su di loro e non perderci.

Nik


ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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