THE RETURN OF THE ROCKING DEAD – Romano Nervoso

L’annuncio è di qualche giorno fa: il chitarrista Ruggero Catania non fa più parte della band di Romano Nervoso. L’ex Africa Unite chiude così la sua collaborazione quinquennale con il rocker italo-belga per concentrarsi di qui in avanti su alcuni suoi progetti personali, tra cui una colonna sonora già in lavorazione e una serie di produzioni pop di prossima uscita. Fa parte di queste ultime il singolo pubblicato il 7 agosto scorso dal titolo “I’m Your Father”, un originale e spiazzante dub dalle atmosfere orchestrali, per ora disponibile unicamente su Bandcamp e accessibile cliccando sull’immagine sottostante. Il pezzo si può ascoltare gratuitamente, ma è possibile scaricarlo, e averlo così sempre pronto in playlist, al costo di un solo euro.

I’m Your Father – Ruggero Catania

Ad aprile, invece, è uscito “The Return of The Rocking Dead”, ultima fatica dei Romano Nervoso, nel quale Ruggero bissa l’album del 2018 “I Don’t Trust Anybody Who Doesn’t Like Rock ‘n’ Roll”. Il commiato con la formazione di Giacomo Panarisi avviene dunque con il medesimo concentrato di energia cui la band ci ha abituati fin da “Italian Stallions” del 2011. Nel nuovo lavoro c’è un aumento dell’aggressività vocale, ma la maggior cura della produzione crea un allineamento ai suoni del mainstream, con un conseguente allontanamento dall’integralismo punk degli esordi. Il disco andrebbe comunque raccontato non tanto come un episodio a se stante, ma tenendo bene in considerazione le molteplici connessioni con tutta la discografia precedente, una narrazione composita che va sotto la sedicente definizione di “Spaghetti Rock ‘n’ Roll”. Nel corso di un decennio, i Romano Nervoso hanno sfoderato un repertorio incentrato su un garage rock capace di toccare quasi tutte le versioni contemporanee dell’alternative, con un’evidente predilezione per atteggiamenti punk, in cui si innestano riff neoclassici che sanno di Rolling Stones, strutture post rock, accenni blues con echi “zappiani”, atmosfere western e spruzzate di surf music. Una cosa che sta tra i Pixies e gli Arctic Monkeys, passando per i Jet e altre icone del rock degli ultimi trent’anni. L’intuizione più geniale di Panarisi è stata però quella di collocare il proprio sound internazionale, molto divertente e senza concessione ai cali di tensione, all’interno di un universo fortemente caratterizzato da imprescindibili riferimenti all’Italia e all’italianità. A partire dal nome, che richiama, oltre la concitazione delle pulsioni ritmiche, proprio le origini italiche del leader, il quale, in ossequio alla quasi inderogabile scelta di mantenere vivo il legame con le sue origini, si è costantemente attorniato, salvo rare eccezioni, di musicisti con le medesime radici. Ma sono soprattutto i contenuti a rivelare l’irrinunciabile correlazione con i nostri tratti nazionali. La consueta attenzione al sociale è sviscerata infatti attraverso il nostro tipico carattere (auto)ironico e dissacrante, e una serie di luoghi comuni – le abilità amatorie, il carattere festaiolo, ma anche i rapporti clientelari, la malapolitica e le collusioni mafiose – che volenti o nolenti ci rendono famosi nel mondo.

Se dunque è difficile convogliare i Romano Nervoso in un preciso canale stilistico, perché ad ogni album sanno spostare l’obiettivo in direzioni sempre differenti rispetto alle attese, ciò che rende coerente il loro divagare tra i linguaggi del rock contemporaneo è proprio l’universo in cui calano le loro invettive. I riferimenti al Bel Paese sono infatti piuttosto frequenti e finiscono per aleggiare come una permanente immagine di sfondo, ergendosi a imprescindibili leit motiv ambientali. In tal senso, anche il “ritorno dei morti rockeggianti” non fa eccezione: la violenta “Il ritorno dello psicopatico” rinverdisce la tradizione di brani cantati in italiano in mezzo a scalette sostanzialmente anglofone, mentre “Mister Silvio” sembra rivolgersi direttamente a uno dei principali emblemi del malaffare politico nostrano, già per altro citato anche in “Mangia Spaghetti”, pezzo trainante del primo album. A chiudere il cerchio delle connotazioni tricolore dello “Spaghetti Rock” è poi la connessione più o meno velata con lo Spaghetti Western. Non solo il nome, mutuato evidentemente dalla denominazione dispregiativa che definiva l’interpretazione italiana dell’omologo a stelle e strisce. E non solo la medesima disillusione nei confronti della società coeva o l’irriverente modus operandi dei suoi protagonisti. C’è anche una correlazione, forse meno evidente, che interessa l’ambito più strettamente musicale. Alcune sonorità, che appaiono fortemente caratterizzanti, evidenti soprattutto nel trattamento delle chitarre ma anche in certe soluzioni ritmiche, rimandano proprio agli stilemi delle colonne sonore del Western italiano, creando nella musica dei Romano Nervoso uno straniante clima di frontiera. Le si trova ad esempio nell’intro di “Internet Generation”, come negli arrangiamenti orchestrali della title track e nell’omaggio al punkster Jay Reatard, ma soprattutto nel Rockabilly contemporaneo di “The Son of God” e “Feels Good in Wallifornia”. Si crea così un ulteriore collegamento implicito con l’italianità, attraverso l’affinità sonora e contenutistica tra la visione surreale da Commedia dell’Arte di quelle pellicole, e i modi impertinenti con cui i Romano Nervoso attuano la loro critica sociale.

In mezzo a tutto questo c’è comunque posto anche per altre forme espressive, come la matrice blues di “Bad Husband” e le tirate sporche e cattive che sono un po’ il marchio di fabbrica dei Romano Nervoso. La già citata “Mister Silvio”, “Tell Me What Happened to Your Rock ‘n’ Roll” e “Wild Boy”, quest’ultima realizzata assieme al canadese Danko Jones, in una manciata di minuti infatti sanno riassumere, meglio di tante parole, la tempra di un manipolo di rocker duri e puri.

A chiudere il lavoro, una personale versione di “Babooshka” di Kate Bush, un tributo a un grande pezzo, apparentemente lontano dall’universo dei Romano Nervoso ma perfetto come segno di interpunzione. L’alone di ironia che circonda questa scelta, evidenziata dal contrasto timbrico tra la delicatezza della voce originale e la graffiante interpretazione di Panarisi, è l’ideale suggello di un lavoro che, sul letto sonoro di un vigoroso rock ‘n’ roll, racconta una certa irritazione verso le derive sociali contemporanee con un approccio totalmente dissacrante ed eterodosso.

Buon ascolto.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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