“Sì, ma nella vita cosa fai?”, le poesie di Gabriele Scarpelli

Gabriele Scarpelli è davvero un personaggio sorprendente. Leggi i suoi scritti o ascolti le sue canzoni e ti aspetti un individuo cupo, triste, depresso, sull’orlo del baratro. E invece parte la presentazione del suo libro e scopri un lato istrionico, una capacità comunicativa fuori dal comune e un'(auto)ironia in grado di spiazzare completamente chi conosce solo la sua opera. Certo, lo fa con uno stile tutto suo, fuori dagli schemi, diretto, persino sopra le righe e anche un po’ disturbante in quel suo amore per il turpiloquio e per gli argomenti scomodi, che poco si addicono all’aura intellettuale prerogativa dei poeti. Ma d’altronde è lo stesso Scarpelli a sottolineare più volte di non essere un intellettuale e di aver intrapreso la strada della scrittura soprattutto per le sue proprietà terapeutiche. C’è uno iato tra l’atmosfera fosca dei suoi versi e la leggerezza del suo modo di porsi, un marcato scarto tra l’attività di poeta e una considerazione di sé che lo allontana dall’universo letterario in senso stretto. Se a questo aggiungiamo che la sua vita personale e il suo mondo creativo si svolgono completamente all’interno di una camera d’albergo, si capisce come attorno alla sua figura si ingeneri un magnetismo gigantesco caratterizzato da una fascinosa eccentricità. Merito degli psicofarmaci, direbbe lui, ma forse anche di una personalità che egli stesso ancora deve scoprire fino in fondo.

“Sì, ma nella vita cosa fai?” – questo il titolo dell’iniziativa letteraria della neonata R&S Edizioni – è un libro difficile da inquadrare. Due libri in uno, in verità. Il primo, “Questa pozza di vomito poco fa era un hamburger”, è la parte confessionale, in cui confluiscono scritti di varia natura elaborati tra il 2019 e il 2020. Il secondo – al suo posto, l’editore avrebbe preferito “Camera 203”, una raccolta di scritti realizzati durante il lockdown – si chiama “Il beatricista patologico”, dal nome dalla figura femminile dantesca e dall’estrema idealizzazione che ne fece il Sommo Poeta, ed è una raccolta di versi dedicati all’amore e all’universo femminile. Non è solo un libro di poesie come sulle prime si potrebbe pensare. Il lirismo e la visionarietà di alcuni episodi si alternano al linguaggio prosastico e colloquiale di altre parti, in cui pensieri, riflessioni, confessioni, ricordano lo stile del diario, a cui manca al limite solo il riferimento cronologico. Ma è proprio l’incontro tra questi due registri, uno alto e immaginifico, l’altro più vicino al modo di esprimersi quotidiano, a costituirsi come metafora perfetta del connubio tra paradiso e inferno, della convivenza tra sublime e turpe, della compresenza di divinità eccelsa e becera umanità, che sedimentano dentro ognuno di noi. E che così bene Gabriele Scarpelli sa tirare fuori con le sue parole.

Il 16 ottobre scorso, presso l’Hotel Barrage di San Secondo di Pinerolo, Gabriele Scarpelli ha presentato il libro attraverso uno scambio di battute, tra il serio e il delirante, al quale hanno partecipato, oltre all’autore e a un nutrito gruppo di appassionati che ha seguito l’incontro con attenzione e passione, l’editore Federico Raviolo e il sottoscritto. Di seguito, la trascrizione dei momenti salienti dell’intervista.


Partiamo dal fondo. In quarta di copertina, chiudi il tuo lavoro con una citazione autoreferenziale, che coincide con il finale della prefazione: “quello che leggerai non ti piacerà, ma avevo bisogno di scriverlo”. Comprendo la necessità espressiva, ma se hai la certezza che alla gente non piacerà, perché pubblicarlo?

Principalmente perché sono un egocentrico, mi piaccio talmente tanto che a volte mi guardo e mi innamoro di me stesso. Ma quella frase serve soprattutto a pulirmi la coscienza. In fondo io scrivo soprattutto per evitare di pagarmi la psicanalisi. Ho fatto dieci anni di psicanalisi, anche con un sacco di benefici. Ma a un certo punto, soprattutto quando decidi di smettere di lavorare e di vivere come un bohémien, è bene che risparmi. Così ho interrotto gli incontri. Ma smettendo, ho iniziato a sentire dentro di me la necessità di tirare fuori in altro modo le cose che, durante le sedute, vomitavo con grande avidità addosso alla persona che pagavo per ascoltarmi. Così dal 2018 ho iniziato a dedicarmi alla scrittura, proprio con lo scopo di confessare ciò che confidavo allo psicanalista. Siccome però non sono all’altezza di accettare eventuali critiche rispetto alle cose che scrivo, metto le mani avanti e dico subito al lettore che potrebbero non piacergli. Così, nel caso, mi importerà poco.

L’inizio di conferenza è sbalorditivo. Ti aspetti un’atmosfera dimessa e ti trovi davanti un personaggio quasi gigionesco, che tiene il palco come un navigato uomo di spettacolo. Come coniughi il clima torvo e cupo delle cose che scrivi con un carattere che all’apparenza appare solare e gioviale, a tratti davvero divertente?

Credo per la fluoxetina che assumo tutte le mattine! Ma anche grazie all’autoironia, con la quale è possibile trasformare le cose negative in positive. Prendi ad esempio la mia ginecomastia (sono un uomo ma ho le tette). Non posso operarmi perché non ho i soldi per farlo, ma facendo ironia su me stesso, riesco ad accettarmi ugualmente per quello che sono. Sono molto insicuro, quando mi guardo allo specchio non so mai chi c’è veramente davanti. Non so se vado bene, se sono adeguato. Posso anche avere la fila di ragazze che hanno piacere di prendersi un caffè con me, ma questo non basta. Così, per combattere l’insicurezza, la butto sul ridere. Se riuscissimo a ironizzare di più sui nostri difetti e sulle cose che ci fanno più male, vivremmo sicuramente meglio.

“Sì, ma nella vita cosa fai?” è un titolo che propone due spunti di riflessione: il tuo approccio nichilista alla vita e una possibile critica alla mentalità molto italiana secondo cui l’arte fa fatica ad essere vista come un lavoro. Tu cosa ne pensi?

Penso che, come sempre, tu vedi nelle opere cose che nemmeno l’autore aveva considerato! Ho scelto questo titolo per sfinimento. Non ne potevo più di sentirmelo chiedere. Posso dire che mi piace non fare niente? Come mi pago le cose? Risparmi, diritti d’autore, papà mi dà qualcosa, mangio coi ticket di mia madre… Come faccio a vivere? Vivo!

La seconda parte del libro si chiama “Il beatricista patologico”, ed è improntato su una visione dell’amore fondamentalmente fatto di sofferenza e dolore, un dolore tendenzialmente molto consapevole e quasi cercato. La tua visione dell’amore è davvero così masochistica?

Sono in effetti un po’ masochista, ma più in generale c’è in me una tendenza a idolatrare l’universo femminile, a far sì che le ragazze esercitino su di me una sorta di comando. Intendo dire che, per celebrare al cento per cento la bellezza oggettiva di una ragazza, occorre venerarla e autoflagellarsi, perché non si è mai degni della bellezza di una donna.

Musica e poesia. Al di là degli evidenti elementi in comune tra i due ambiti stilistici, visto che li pratichi entrambi, che cosa ti offre in più ognuno di essi rispetto all’altro?

Sicuramente è arrivata prima la scrittura della musica. Iniziai a scrivere per necessità, per evitare di esplodere. La musica è arrivata soltanto dopo, come alternativa al lavoro. Io mi diletto in tante cose, la musica è una di queste, così come la pittura o la scultura, ma niente mi rende pieno come scrivere. La musica era il mio lavoro, producevo artisti emergenti, e lì ho capito tutto quello che non volevo più essere. Perché i miei clienti venivano, mi pagavano per avere della roba che doveva esclusivamente funzionare per un passaggio radiofonico o per un videoclip che potesse risultare attraente per il pubblico, e di musica non si parlava mai. Ogni tanto prendo la chitarra, faccio qualche accordo, scrivo una canzone, ma non metterei mai la musica al primo posto.

Dal pubblico arriva in chiusura una domanda sulle tue influenze letterarie. Si è parlato di letteratura americana. Tre autori per capire dove ti poni stilisticamente: Charles Bukowski, John Fante e Chuck Palaniuk.

Arrivo sicuramente da una scuola “Bukowskiana”, anche se non c’entro niente con Bukowski perché trattiamo tematiche diverse. Ma quello che mi ha dato la letteratura di Bukowski non me l’ha dato nessun altro. John Fante è invece l’autore preferito del mio editore. Ho provato a leggerlo ma mi annoia. Non per come scrive ma perché io ho un problema con la narrativa, la trovo prolissa e noiosa, anche se paradossalmente io stesso scrivo racconti. Comunque i miei tre autori preferiti sono Bukowski, Baudelaire ed Emil Cioran. Soprattutto quest’ultimo. Mi ha letteralmente salvato dalla depressione, perché quando l’ho scoperto e ho cominciato a leggerlo, ho capito che non ero solo.

In mezzo alla chiacchierata, c’è anche posto per una domanda all’editore, da cui ci facciamo raccontare com’è nato il progetto della R&S Edizioni (che riprende le iniziali di Raviolo e Scarpelli) e se ci sono già altre novità in cantiere.

Si tratta di un’idea nata un paio di anni fa ed è a tutti gli effetti un’autoproduzione. Non esiste ancora una vera e propria casa editrice, perché per questo ci sono ancora troppe difficoltà burocratiche. L’idea è quella di creare una piccola realtà come non ne esistono ancora, certamente non qui ma probabilmente nemmeno nel resto d’Italia: raggruppare un piccolo parco di poeti e scrittori, di varia natura, della zona e non, con pubblicazioni caratterizzate da formati tascabili, che si tengono agevolmente in mano, facilmente leggibili, a un prezzo contenuto, per arrivare a tutte le tasche.


C’è stato in realtà anche un altro quesito, in riferimento alla poesia “Le solite domande di merda”, che riflette sulla banalità di molte interviste affrontate dall’autore nel corso della sua attività letteraria. Un po’ per alleggerire il clima della presentazione, un po’ per evitare di finire in un eventuale sequel, pongo uno degli interrogativi che Gabriele si aspetta da sempre, almeno stando a quando scritto nei suoi versi: “qual è il tuo genere di porno preferito?” Coerentemente con l’atteggiamento bizzarro e stravagante che ha contraddistinto tutta la presentazione, Scarpelli risponde serio citando il porno americano, il cumshooting e le storyline con il garzone superdotato che agevola l’adulterio della donna mentre il suo uomo imperterrito continua a guardare la tv, inerpicandosi su improbabili interpretazioni filosofiche sulla psicologia del tradimento femminile.

È impressionante la capacità di Gabriele di affrontare ogni singolo dettaglio della sua vita, anche il più intimo, anche quello che di solito si nasconde come uno scheletro nell’armadio. Ma Gabriele Scarpelli è davvero tutto questo, un individuo allo stesso tempo fragile e sfrontato, capace di andare in profondità e risalire in superficie con una leggerezza senza pari, che impavido sembra provare persino una certa soddisfazione nello scardinare il perbenismo dilagante di certe frange della società. Per tanto, senza paura di apparire moralmente fastidioso, affronta con le sue parole gli anfratti più bui delle nostre coscienze, aprendosi e parlando di sé con una limpidezza tale da metterci di fronte a noi stessi senza filtri. E quello che per lui è un mero sfogo taumaturgico, finisce per trasformarsi in un punto di incontro per molte di quelle insicurezze che, alla fine, sono anche un po’ le nostre.

Il libro viene venduto a 7 Euro (“perché in realtà sono due libri, altrimenti ne costerebbe 5!”) ed è acquistabile presso il negozio Rocker Dischi di Pinerolo o contattando l’autore tramite il sito internet ufficiale www.linktr.ee/gabrielescarpelli.

Consigliamo la lettura più o meno contestuale all’ascolto degli EP che Gabriele Scarpelli ha pubblicato sotto lo pseudonimo di HotDog&CocaZero, tutti disponibili su Spotify cliccando sul link che segue. Le parole che incontrerete nel viaggio, siano esse stampate su carta o interpretate dalla voce accompagnata dalla musica, completano perfettamente il quadro di un’individualità d’artista decisamente originale e sui generis.

Ones


Aggiornamento del 1/9/2021

Attualmente gli EP a nome di HotDog&CocaZero sono stati tolti dalle piattaforme di streaming, sostituiti da una raccolta di Gabriele Scarpelli che porta significativamente come titolo il precedente nome d’arte. Lo trovate al seguente link:

Buon viaggio.

Ones

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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