“Hommages et Paraphrases”, la ricerca formale di Giuseppe D’Angelo

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Quando si ha l’occasione di incrociare artisti che, nel nome di una musica pura, assoluta, sanno travalicare i generi e le tassonomie tradizionali, le esperienze fruitive che ne derivano sono sempre entusiasmanti. Giuseppe D’Angelo, con il suo articolato percorso creativo, rientra indubbiamente tra le perle rare di questa categoria. Come pianista si mette in luce verso la fine degli anni Novanta, grazie a una raffinata inclinazione jazzistica e alla capacità di traslarne il linguaggio anche in ambito pop. Circa un decennio dopo, però, D’Angelo sceglie la strada della composizione come principale veicolo espressivo. Sono le sue complesse partiture, infatti, a rivelarne oggi il talento cristallino. Opere che, come poche altre, sanno estrapolare dalla musica la sua natura di linguaggio universale.

Dopo la raccolta “Percorsi”, pubblicata nel 2017, a marzo è uscito il suo secondo lavoro, il CD “Hommages et Paraphrases”, edito da Amadeus Arte. Ce lo siamo fatti raccontare direttamente dal suo autore, che ne esplora minuziosamente i dettagli, approfondendone le influenze e il metodo compositivo.


Ciao Giuseppe, grazie per aver accettato il nostro invito. Prima di tutto vorrei cominciare dal titolo del tuo lavoro, “Hommages et Paraphrases”. Il primo termine evidenzia che il punto di partenza è stata la riflessione su quelle che da sempre sono le tue principali ispirazioni artistiche. Sull’opera di quali musicisti hai basato il tuo lavoro? Quali sono i tratti di ognuno di loro che ritieni essenziali per la tua idea di musica?

L’ascolto della musica è sempre stata per me la fonte primaria di ispirazione e ho cercato, fin dalle mie prime prove come compositore, di convogliare le varie influenze in uno stile che fosse il più possibile personale e originale. Con le composizioni presenti in questo lavoro discografico ho voluto omaggiare alcuni tra i musicisti che ritengo mi abbiano influenzato maggiormente in tal senso.

“Miles Hidden Files” è uno dei primi brani che ho scritto all’inizio della mia attività come compositore. È ovviamente dedicato a Miles Davis, uno dei più grandi musicisti del secondo Novecento. Ha iniziato la sua attività intorno alla metà degli anni Quaranta, facendo il suo apprendistato in un periodo in cui il Jazz stava notevolmente cambiando. Da musica popolare e legata a logiche commerciali si stava affermando come musica d’arte. Si stava trasformando in musica più finalizzata all’ascolto che al ballo, come invece era stata solo qualche anno prima.

In questo periodo di cambiamento, è riuscito ad imporsi e ad affermare la propria individualità, scandendo il passaggio delle varie correnti che si sono susseguite dagli anni 50 agli anni 90 fino a poco prima della sua scomparsa. Lo ha fatto senza mai voltarsi indietro e accerchiandosi di giovani musicisti che potevano aiutarlo meglio nei vari passaggi di stile. La mia composizione ripercorre a ritroso le varie epoche che compongono il suo percorso musicale.

“In Sogno…Gesualdo” nasce da una richiesta fatta da un duo dedito alla musica rinascimentale e barocca. Ho pensato che Carlo Gesualdo Da Venosa fosse uno dei compositori più rappresentativi del periodo e al tempo stesso il più moderno. In qualche modo, fuori dal suo tempo, un compositore comunque che ho sempre sentito molto vicino alla mia concezione musicale.

“In A Silent Way” è una parafrasi di quello che ritengo sia uno dei più bei brani musicali di tutti i tempi, il secondo tempo della quinta sinfonia di Ludwig Van Beethoven. Un brano famosissimo, cantabile e complesso allo stesso tempo, assolutamente figlio del suo tempo ma proiettato verso il futuro, con una coerenza strutturale che, a mio avviso, è mancata in molte composizioni scritte nel periodo successivo al suo. Beethoven, come Davis e Gesualdo, si è trovato in mezzo ad un passaggio epocale. E, come i musicisti già citati, non solo ha scandito da protagonista il passaggio tre la due epoche, ma si è proiettato ancora più avanti. Basti pensare agli ultimi quartetti, da molti considerati strettamente legati ai primi quartetti di Bela Bartok, un compositore attivo nella prima metà del 900.

“Reminiscing Duke” è dedicato ad un’altro dei grandi musicisti del 900, Duke Ellington. Anche lui ha vissuto da protagonista la sua epoca. Ma, nello stesso tempo, il suo percorso musicale potrebbe definirsi estraneo alle logiche che portavano ai vari cambiamenti in atto. Per tutta la sua vita si è dato da solo le sue regole. Ha seguito esclusivamente la sua ispirazione, apparentemente scevro da ogni influenza musicale o imprenditoriale. “Reminscing In Tempo”, su cui è basata la mia composizione, è un brano cardine della sua vicenda artistica. Composta nel 1935 è la sua prima composizione estesa che registrò, per la prima volta nel jazz, su quattro facce di due 78 giri. È una composizione totalmente scritta senza sezioni improvvisate e ha una ingegnosa struttura formale.

La composizione dedicata a Franz Liszt è il frutto di una richiesta fatta dal pianista Massimiliano Genot, con cui collaboro da diversi anni. Se non fosse stato per lui non credo che avrei mai affrontato una tale prova. Ho un grande rispetto e ammirazione per molti dei compositori del cosiddetto periodo romantico. Ma, tranne qualche eccezione, considero quel tipo di retorica molto distante dalla mia concezione musicale e aver lavorato sul repertorio di uno dei massimi artefici di quel periodo mi ha permesso di superare alcuni miei pregiudizi riguardo quel periodo estetico. Detto questo, Franz Liszt è stato, oltre che un grande pianista, forse il primo vero virtuoso del suo strumento, insieme a Paganini per quel che riguarda il violino. Un notevole sperimentatore. A dimostrazione di ciò basti pensare al suo breve brano per pianoforte “Bagatelle sans tonalité”, primo esempio di musica atonale della storia.

E arriviamo a Bill Frisell. Mi sono imbattuto nella sua musica quasi trent’anni fa e d’allora non ho mai smesso di ascoltarlo e di seguirlo. Tra tutti i musicisti omaggiati in questo lavoro è forse quello da cui sono stato più influenzato. Sia da un punto di vista strettamente tecnico, sia da un punto di vista estetico. Frisell ha suonato in tutti i contesti possibili ed immaginabili. Da quello più strettamente jazzistico a quello più vicino al rock e alla musica folk. Dalla musica d’avanguardia, collaborando con un’altro artista inclassificabile come John Zorn, a lavori decisamente più commerciali. Mantenendo però sempre la sua personalissima identità musicale. Diversamente dagli altri musicisti, non ho fatto una rielaborazione di una sua composizione, ma ho deciso di arrangiare alcuni tra i suoi brani più rappresentativi.

L’arrangiamento, inteso in senso creativo e non come mera trascrizione, è un’attività che mi affascina molto e sto dedicando gran parte del mio lavoro più recente a questa pratica.


Si tratta di autori molto lontani tra loro, sia stilisticamente che cronologicamente. Si va dalla musica rinascimentale fino al jazz contemporaneo. Qual è, se c’è, il denominatore che li accomuna e come lo possiamo ritrovare nel tuo lavoro?

Gli elementi musicali che mi hanno da sempre più affascinato sono l’armonia e la forma. Tutti i musicisti omaggiati in questo lavoro hanno concentrato la loro attenzione soprattuto su questi due elementi. Pensiamo alle armonie contorte e assolutamente originali rispetto al loro tempo di Gesualdo o Ellington; al rigore formale e allo stesso tempo la straordinaria novità strutturale di molte delle composizioni di Beethoven; alla necessità da parte di Franz Liszt di superare la forma sonata, baluardo del periodo classico, con l’invenzione del poema sinfonico; e alla perfezione formale di molti degli assoli di Davis. Sì, direi che se dovessi trovare un denominatore comune tra questi musicisti e me, sarebbe la particolare attenzione verso l’armonia e la forma.

Fin dal titolo si capisce, dunque, che l’omaggio ai tuoi modelli è stato necessariamente oggetto di una parafrasi, di una traduzione, che li ha attualizzati e trasportati nel tuo specifico mondo espressivo. Qual è il processo attraverso cui hai filtrato i tuoi riferimenti per inserirli in un discorso musicale più personale e contemporaneo?

Il primo passo è stato quello di ascoltare il più possibile di ogni autore per capire su quale caratteristica intervenire, e come, cercando un aspetto che potessi elaborare secondo una logica il più possibile personale.

Per il brano dedicato a Davis ho trascritto molti estratti di suoi assoli e temi, presi dalle sue prime prove con Charlie Parker fino ai dischi degli anni 80 e 90. Dopodiché ho fatto una cernita accurata, scegliendo quelli che mi sembravano più adatti, e ho cercato di integrarli. Senza usarli come semplice citazione, ma come vero e proprio materiale da elaborare in un contesto costruito su più piani espressivi. Per esempio, citando esattamente il suo assolo registrato su “So What” (dal disco “Kind Of Blue”), ma solo per quel che riguarda il profilo ritmico, sostituendo le note con una serie di nove suoni estrapolati dalla sovrapposizione delle due scale di Re dorico e Mib dorico su cui è basato l’intero brano.

Per la composizione dedicata a Gesualdo, ho trascritto molte progressioni armoniche, tratte soprattutto da madrigali a cinque voci contenuti nelle ultime raccolte, che ho usato come contenitore, dove brandelli di sue melodie vengono riproposti in maniera “sfuocata”, come se visti da lontano o ascoltati in uno stato di semi coscienza, nel dormiveglia. Quella dedicata a Beethoven è costruita interamente sul secondo tempo della quinta sinfonia già citato. È diviso in due parti che si susseguono senza soluzione di continuità. Nella prima il tema principale viene ripetuto in continuazione, da prima in un modo irriconoscibile sia da un punto di vista melodico che armonico, che man mano comincia ad acquistare la sua fisionomia (quasi) originale. Nella seconda parte avviene il processo inverso. Gli altri due temi del brano vengono spezzettati e inglobati in un contesto sempre più rarefatto e misterioso.

“Reminiscing In Tempo” di Duke Ellington è alla base della mia composizione a lui dedicata. Nel mio brano, tuttavia, non compare nessun tema di Ellington. La sua composizione è ricalcata però esattamente nella forma, nell’esposizione dei temi principali, le introduzioni, gli interludi ecc.., sostituiti da mie creazioni originali. La “Cadenza”, basata sulla Seconda Rapsodia Ungherese di Liszt è, in un certo senso, il brano più canonico tra tutti quelli contenuti nel mio lavoro. Quello della cadenza è da sempre un processo compositivo molto usato dai musicisti più disparati, da Mozart a Glenn Gould. Io non ho fatto altro che adattare quel procedimento alla mia sensibilità ritmica, armonica e strutturale.

Uno degli elementi più interessanti del disco è il tentativo di mettere insieme, portandoli a un livello successivo, mondi che spesso appaiono distanti e quasi inconciliabili, come, tra gli altri, la musica classica in senso stretto, l’avanguardia e il jazz. Come si mettono d’accordo ambiti così diversi tra loro? Quanto conta per te la contaminazione e l’eliminazione delle barriere rigide e dogmatiche che spesso hanno puntellato la storia della musica?

Nel 900, e soprattutto dalla sua seconda metà, si è assistito ad una tale proliferazione di generi e stili, e ad una velocità tale, che si è reso necessario, a mio avviso, una etichettatura e una suddivisione spesso rigida, è vero, dei diversi ambiti musicali, per poter meglio capire i tratti salienti di ogni genere e anche da dove venivano e dove stavano andando le diverse correnti. Diversamente da molti musicisti, seguo appassionatamente lo sviluppo della musicologia e della critica musicale, quella più illuminata ovviamente. Leggere libri scritti da persone che fanno quel mestiere mi permette di orientarmi in quello che altrimenti sarebbe un labirinto senza uscita in cui uno poco esperto rischierebbe di perdersi.

Dall’inizio del secondo millennio c’è stato, tuttavia, un deciso rallentamento dello sviluppo musicale sia da un punto di vista tecnico che estetico. Questo ha permesso ai musicisti più consapevoli di assorbire ed elaborare tutto ciò che è accaduto nel secolo precedente, spesso integrando i tratti salienti dei generi più diversi. In questo senso, considerare Steve Reich e Georg Friedrich Haas compositori di musica classica, o Bill Frisell e Vijay Iyer musicisti Jazz, o ancora, Björk e i Radiohead musicisti Pop-Rock non ha più molto senso.

Fin dalla giovane età ho ascoltato i generi più diversi senza pregiudizi e idiosincrasie. Per me non è mai esistita la musica bassa e la musica alta. Ma non è nemmeno mai esistita la musica bella e la musica brutta, per il semplice fatto che il concetto di bello o brutto è diventato sempre più complesso e poco definibile. Esiste semplicemente la musica che ti piace e quella che non ti piace. Da quando ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla composizione ho cercato di superare il concetto stesso di genere. In questo mi ha aiutato la frequentazione come strumentista degli ambiti più disparati, dalla musica Pop al Jazz più canonico, dalla musica etnica a quella più sperimentale. Conoscere i generi diciamo così “dall’interno” mi ha aiutato ad avere un atteggiamento più consapevole quando si è poi trattato di tradurli in mie creazioni originali.

Nel disco compari solo come compositore e come direttore artistico. Perché, tendenzialmente, non partecipi mai in prima persona all’esecuzione delle tue partiture? Quali sono stati i criteri con cui hai scelto gli interpreti?

Perché i pezzi che scrivo sono molto difficili e non riesco a suonarli! A parte gli scherzi (ma un po’ è vero), come esecutore ho sempre suonato tendenzialmente in ambiti jazz, pop e affini. Preferisco delegare a musicisti più esperti nell’affontare repertori classici, o comunque di musica totalmente scritta, che darebbero sicuramente di più di quanto possa dare io in fase di registrazione o di esecuzione dal vivo. Per quel che riguarda la scelta degli interpreti, tranne un primo periodo di apprendistato in cui ho composto i miei primi brani per cominciare a costruire un mio stile, la maggior parte deille composizioni successive, tra cui quelle presenti nel CD, sono state scritte su richiesta di diversi musicisti che ho avuto la fortuna di incontrare nel corso della mia attività. Quindi non sono stato io a scegliere loro ma, in un certo senso, sono stati loro a scegliere me.

Riferendomi ai brani presenti in questo mio ultimo lavoro, “Reminiscing Duke” l’ho scritta per il quintetto “Pentafiati” (Roberta Nobile: Flauto, Flauto Contralto, Ottavino – Matteo Forla: Oboe, Corno Inglese – Simone Benevelli: Clarinetto, Clarinetto Basso – Irene Masullo: Corno  – Carlo Aberto Meluso: Fagotto, n.d.r) su richiesta di Roberta Nobile, una bravissima flautista con cui ho collaborato per la realizzazione del mio CD precedente “Percorsi”. “In A Silent Way” l’ho scritta su richiesta del Duo Maclé, uno straodinario duo pianistico di livello internazionale formato da Annamaria Garibaldi e Sabrina Dente con cui collaboro da qualche anno.

La “Cadenza” l’ho scritta su richiesta di Massimiliano Genot, che non ha bisogno di presentazioni, con cui ho la fortuna di collaborare da più di dieci anni. Massimiliano ha eseguito in molte occasioni in Italia e all’estero miei brani per pianoforte solo e per ensemble cameristici e con il tempo si è instaurata un’intesa che mi permette di pensare in fase di scrittura alle sue personali doti interpretative, e questo non succede spesso in ambito classico.

“Miles Hidden Files” è una revisione di un mio brano scritto agli inizi, che ho adattato per l’organico presente in questo CD dove, oltre ai Pentafiati e a Massimiliano, sono presenti anche Marco Topini alla chitarra elettrica e Stefano Risso al contrabbasso, che conosco da più di vent’anni ma con cui non c’è mai stata l’occasione di collaborare in precedenza. “In Sogno…Gesualdo” è il risultato di una commissione che poi non è riuscita a concretizzarsi in una esecuzione dal vivo. Oltre a Massimiliano, che in questa occasione suona il clavicembalo, è presente la bravissima violinista Sawa Kuninobu che da qualche tempo suona come musicista effettiva con L’Orchestra della Rai.

giuseppe d'angelo hommages et paraphrases compositore
Giuseppe D’Angelo alle prese con una partitura

Sei completamente soddisfatto del risultato ottenuto?

Sì, nonostante il periodo complicato in cui si sono svolte le registrazioni (da fine 2019 a fine 2021), sono pienamente soddisfatto del risultato ottenuto. Quando preparo una registrazione o una esecuzione insieme agli interpreti, pianifico tutto bene prima in modo che raramente si verificano delle sorprese, sia in senso negativo che in senso positivo. Questo dipende anche dal fatto che, componendo su sequencer e successivamente scrivendo con un programma di scrittura elettronica, ho esattamente l’idea di come suona il pezzo. Detto questo è comunque sempre una magia ascoltare altri musicisti che traducono in suoni i pallini bianchi e neri che scrivo sulla carta.

Nel tuo percorso musicale del passato c’è posto anche per esperienze in ambito pop. Che rapporto hai oggi con le forme più leggere di espressione musicale? Ci sono dei tratti della tua produzione musicale di oggi che possono rifarsi in qualche modo a quelle esperienze? 

Da ascoltatore non ho mai smesso di frequentare generi e stili che possono essere considerati appartanenti a quell’enorme, complesso e variegato ambito chiamato Pop, a cui aggiungerei anche il Rock a cui sono da sempre affezionato. Come compositore, il tratto stilistico principale che influenza la mia attuale attività è l’uso in chiave creativa dello studio di registrazione. Soprattuto in fase di post-produzione. Nel pop è di normale routine, mentre in ambito classico, nella maggior parte dei casi, non ci si presta molta attenzione.

Sia in questo lavoro discografico che nel precedente, ho utilizzato molti riverberi differenti. Ho lavorato a microfonature particolari e sono ricorso a varie spazializzazioni che, a mio parere, non incidono solo sul livello prettamente sonoro, ma tendono a sottolineare anche alcuni aspetti legati alla forma del brano. In questo mi sono avvalso della preziosa collaborazione di Alberto Macerata (anche lui non ha bisogno di presentazioni) titolare, insieme a Marco Ventriglia, dello studio Play! dove ho registrato il lavoro e con cui collaboro ormai da venticinque anni.

Qual è stata la scintilla che, da eccellente pianista, a un certo punto ha spostato le tue urgenze creative verso la composizione?

Innanzitutto ti ringrazio per l”eccellente pianista”, troppo buono… Nel 2010 ho deciso di interrompere la mia attività di pianista e tastierista in ambito Jazz-Pop-Rock per dedicarmi principalmente alla composizione e all’insegnamento. L’ho fatto per diversi motivi. Il primo è riferito al fatto che già da qualche anno avevo ripreso gli studi di composizione sotto la guida del Maestro Claudio Morbo per poi laurearmi nel 2012. Contemporaneamente mi dedicavo allo studio di compositori più moderni che non facevano parte del percorso accademico. Cominciavo a scrivere i miei primi pezzi e non avevo semplicemente più tempo ed energie per fare tutto in modo soddisfacente.

Un’altra motivazione riguarda il fatto che ad un certo punto mi sono reso conto che come pianista di jazz non sarei mai riuscito a sviluppare un linguaggio veramente personale. Questo perché ho bisogno di tempo per riflettere, per sviluppare un’idea, e di tornare indietro per modificarla o ampliarla. Cosa che, improvvisando, è ovviamente impossibile. Comunque continuo a studiare e suonare il piano per mio piacere personale e per qualche sporadica esibizione live.

È in previsione un’attività concertistica connessa a “Hommages et Paraphrases”?

Sicuramente ci sarà una presentazione organizzata da Amadeus Arte, la casa discografica che ha prodotto il CD, in provicia di Como. Ma la data è ancora da definire. Vorrei fare anche una presentazione a Pinerolo o a Torino con una esecuzione dal vivo di buona parte delle composizioni presenti sul CD. Questo avverrà molto probabilmente dopo le vacanze estive.

Facciamo ora una riflessione a carattere più generale. La storia dell’arte da sempre oscilla tra il rispetto sacrale delle regole e il tentativo di scardinarle. Per quanto riguarda la musica, nel corso dei secoli abbiamo assistito a diversi momenti di rottura. Senza pretese di completezza, e in ordine non rigorosamente cronologico, potremmo ricordare la crisi del sistema tonale, la dodecafonia, la musica concreta, la sperimentazione elettronica, il minimalismo. Esiste oggi una ricerca tesa all’innovazione e alla sperimentazione nel mondo della musica, per così dire, “colta”? Quali sono oggi le strade che un compositore può percorrere per preparare le basi di una nuova rivoluzione musicale? Su quali fondamenta teoriche e pratiche stai fondando la tua ricerca per renderla il più possibile originale e innovativa?

Come ho già accennato in una risposta precedente, e come hai bene sintetizzato nella tua domanda, il 900 è stato caratterizzato da molte correnti che si sono susseguite molto velocemente soprattutto dagli anni 50 in poi, con la nascita negli anni 80 del cosiddetto Postmoderno. Queste correnti si sono intrecciate e hanno inglobato anche stili del passato, dalla musica antica al Romanticismo, ma anche tutte le varie correnti di carattere popolare, intese sia come musica etnica che come musica di consumo, rendendo così possibile il recupero di tutta una serie di tecniche del passato più recente e remoto da poter integrare senza nessuna limitazione. La cosa può essere da un lato stimolante ma nel contempo rende necessaria una padronanza e una conoscenza teorica molto accurate e approfondite, altrimenti si rischia di scadere nel kitsch o in un semplicismo sentimentalista che personalmente trovo abbastanza insopportabile.

Nel mondo della musica colta il panorama è molto vario e frammentato. Non esiste una ricerca univoca che unisca tutte le varie e innumerevoli voci compositive in un orizzonte comune. La sperimentazione continua ad esistere ma si sta cercando di convogliarla in un linguaggio più comunicativo che tenga conto di tutto quello che è accaduto prima, da cui la nascita di varie correnti che si rifanno apertamente a ambiti specifici (Post-minimalismo, nuova semplicità, nuova complessità, computer music ecc..) e il ritorno ad un nuovo concetto di tonalità, non intesa in senso classico con il recupero del sistema tonale, cosa che a parere mio non avrebbe più molto senso, ma con un nuovo approccio alla consonanza di carattere più modale che tonale.

Personalmente cerco di integrare le varie tecniche rifacendomi al lavoro di Luciano Berio, un compositore che ammiro molto. Una sua composizione in particolare è stata per me rivelatrice in questo senso, “Laborintus II”, scritta nel 1965. Qui convivono musica barocca, elettronica, free jazz, reminiscenze romantiche e una vocalità che va dal parlato (a volte anche urlato) all’impostazione jazz e lirica, il tutto esposto con una lucidità e un senso della forma a me sconosciuta fino al momento del suo ascolto. Approfondendo il lavoro di questo compositore ho capito che anche usando tecniche compositive avanzate (serialismo, modaltà allargata, ritmi irregolari..) si può mantenere un rapporto con la storia sempre vivo e presente, con un approccio stilistico che può recuperare diversi materiali senza distinzione di genere, di colto e popolare, di alto e basso, per poi riconsegnarli con una visione critica e profondamente immersa nella musica del nostro tempo.

Dopo l’esperienza del disco, quali saranno i tuoi prossimi passi? Stai già lavorando a qualcosa di concreto?

Ho terminato di scrivere una serie di pezzi per jazz piano trio e quartetto d’archi per un progetto discografico dedicato alla musica di Wayne Shorter, che spero di realizzare al più presto sempre in qualità di Direttore Artistico. Attualmente sto lavorando a un progetto frutto della collaborazione con il duo pianistico formato da Massimiliano Genot e Emanuele Sartoris, e il Contrametric Ensemble, una bella realtà torinese nata da un paio d’anni, composta per lo più da giovani musicisti, che si sta affermando rapidamente in ambito nazionale ed internazionale.

Si tratta di una rielaborazione per pianoforte a quattro mani e orchestra da camera di una composizione di Franz Liszt dal titolo “Totentanz”. Non nella sua versione originale, ma in una versione ideata da Massimiliano ed Emanuele, dove parti del brano di Liszt sono inframmezzate da sezioni scritte e improvvisate in un cross-over stilistico molto interessante. L’esecuzione è prevista per fine luglio in un concerto che si terrà nel Castello di Masino organizzato in collaborazione con il FAI.


Rinnoviamo il ringraziamento a Giuseppe D’Angelo per questa approfondita analisi che, partendo dal suo lavoro, ci ha immersi senza pregiudizi nel flusso di mezzo millennio di storia musicale. Un universo colmo di fascino che si riverbera in “Hommages et Paraphrases”, lavoro pubblicato su CD, ma ascoltabile anche nel formato liquido delle principali piattaforme di streaming.

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ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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