Too-Tiki, tra affermazioni e recensioni controverse

La parabola dei Too-Tiki fu piuttosto rapida. Pur non rimanendo in attività per molti anni, però, riuscirono a cogliere molti consensi autorevoli in giro per la penisola, da Stati Generali del Rock ad Arezzo Wave, per citarne alcuni. Ci lasciano dunque un’eredità che li colloca nel gotha delle rock band pinerolesi dello scorso decennio, anche se i pareri su di loro non sempre furono concordi. A offuscare lievemente il giudizio positivo, che a distanza di anni non è possibile non assegnare loro, sopraggiunse soprattutto l’estrema somiglianza della loro musica con quella di Björk, in particolare nel timbro di Sefora, voce solista dei Too-Tiki. Un peccato, perché rileggendoli a distanza di quindici anni, risulta evidente quanto di profondo ci fosse nella loro opera, sia in termini di ricerca del suono e degli arrangiamenti, sia – soprattutto – nella scrittura delle canzoni. Lo stile poetico ben si accompagnava all’universo fiabesco e letterario delle loro ambientazioni, creando atmosfere inusuali e riflessioni mature. Può darsi che fossimo ancora un po’ troppo provinciali per apprezzarne fino in fondo la qualità. Oggi vi riproponiamo due mie interviste, la recensione dell’EP “Vermillion” redatta da Ruggero Catania, e un link a “Solo quando piove”, una delle poche tracce ancora riscontrabili in rete della discografia dei Too-Tiki.

Ones


Da www.groovin.it – 2002 (Intervista di Ones a Sefora – Too Tiki)

Entrare nel loro sito è come rimanere intrappolati in un’atmosfera surreale, fatta di elementi ludici, di favole, che dapprima lascia disorientati, ma che successivamente diventa avvolgente e coinvolgente, proprio come la loro musica. L’origine medesima del loro nome è direttamente collegata al mondo incantato dei trolls, alla realtà da sogno delle distese incontaminate e magiche del lontano nord. 
I TOO-TIKI sono stati incoronati dal nostro sondaggio come il miglior gruppo del Pinerolese per il mese di aprile. Per questo motivo abbiamo incontrato Sefora, la vocalist dei TOO-TIKI, nonché autrice dei testi del gruppo Torrese, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Che effetto fa rappresentare il Piemonte in una manifestazione cosi’ prestigiosa come Arezzo Wave?

In realtà, non ci siamo ancora ben resi conto dell’effettiva grandezza della cosa. Siamo orgogliosissimi e molto contenti del fatto che la nostra musica cominci ad essere apprezzata e presa in considerazione. Ma penso che le sensazioni e le emozioni che proviamo riguardo ad ArezzoWave, potranno essere riferite con chiarezza solo dopo esserci stati.

Se doveste descrivere in poche frasi la vostra musica, ad esempio quali sono gli autori o le tendenze musicali che maggiormente hanno influito sulla creazione del vostro sound, da dove partireste?

Ognuno di noi ha, ovviamente, un proprio bagaglio di esperienze e ascolti musicali disparati. C’è chi è partito dal rock o dall’heavy metal, chi dal jazz, chi dal reggae, chi dai Beatles. Il corso della vita di tutti noi è stato scandito da suoni, musiche e parole differenti. La nostra unione ha significato l’incontro di questi backgrounds musicali e la loro unione all’interno di ciò che voleva diventare la nostra musica.
Certo, ultimamente, i nostri ascolti si sono avvicinati, la musica elettronica ci affascina sempre di più. Per farla breve, facciamo ciò che più ci piace, immagazzinando, assimilando, sperimentando e sognando.


Le vostre canzoni sono spesso permeate da un clima fiabesco e da alti momenti di poesia. Esiste un filo conduttore nelle tematiche presenti nei vostri testi?

Probabilmente sì. I nostri testi sono quasi tutti intimi, parlano di me, delle mie sensazioni, delle mie fantasie. E’ raro che io tratti un argomento che possa essere indirizzato alla massa. Ognuno è libero di riconoscercisi o meno, io mi limito a comunicare le mie emozioni più vere. Per l’appunto esclusivamente ciò che passa dentro e attorno alla mia persona.

Quanto sono importanti le parole delle vostre canzoni? Non pensate che l’uso della lingua inglese possa limitare la vostra espressività e comunicatività? Oppure credete che la musica giochi un ruolo più importante nella vostra attività musicale rispetto ai testi?

Presuppongo che l’inglese sia una lingua più universale dell’italiano, di conseguenza dovrebbe aumentare la nostra comunicatività. Le parole, e soprattutto il loro suono, sono caratteristiche dei Too-Tiki, esattamente come le armonie o la scelta dei suoni. Tutto è creato da più persone ed il risultato è difficile da separare, soprattutto se bisogna decidere cosa abbia più importanza.


Too-Tiki è il nome di un personaggio di un racconto della scrittrice finlandese Tove Jansson; in “Ruska” è presente il riferimento agli “inverni scandinavi”; sul vostro sito avete persino inserito il link alla homepage ufficiale di Bjork. Quanto c’è della cultura nord europea nella vostra musica?

Molto. Alcuni dei nostri artisti preferiti sono scandinavi o nord europei. Io amo la letteratura nordica e, in particolar modo, quella finlandese. Oltretutto sono cresciuta in montagna. Amo la neve e l’acqua fredda. Il caldo mi rende insopportabilmente nervosa. Propendo naturalmente verso il freddo.

Benjamin Malaussene: che cosa vi ha colpito del “capro espiatorio” di Pennac da indurvi a dedicargli una canzone?

La “tribù” dei Malaussène è la famiglia nella quale più mi sarebbe piaciuto crescere. Non che la mia non sia andata bene, però, il caos, il non-senso, la vivacità e il colore di quei personaggi sarebbero stati un bel contorno alla mia adolescenza.

Quand’è che potremo finalmente risentirvi dal vivo dalle nostre parti?


Probabilmente suoneremo il 29 di giugno alle Officine Colors di Torre Pellice. Il 26, invece, saremo ai Giardini Reali bassi di Torino, ma come vedete, non più di “nostre parti” si tratta.

Dopo Arezzo Wave, quali sono i vostri progetti per il futuro?


Continueremo così, sperando di fare sempre meglio e di essere sempre più apprezzati.
Ciao a tutti, a chi ci conosce e a chi no.

(Sefora) Too-Tiki


Da www.groovin.it – 2002 (Intervista di Ones a Sefora – Too Tiki)

Abbiamo chiesto ai Too-Tiki di raccontarci come hanno vissuto l’evento aretino che li ha visti trionfare e soprattutto le sensazioni che hanno accompagnato quei momenti…

La nostra prima impressione positiva l’abbiamo avuta riguardo all’organizzazione: 4 palchi di diversa importanza per decine di esibizioni che occupavano il pubblico più volenteroso dal mattino alle 10,30 alle prime luci dell’alba del mattino dopo. Noi abbiamo avuto il piacere di suonare sullo psychostage, psycho perché effettivamente situato nei giardini di un ex ospedale psichiatrico e con parte dell’edificio ancora in funzione. Il contesto era bucolico, con l’odore di cipressi e un sole eccezionalmente caldo nel tragitto – in mezzo agli ulivi – , che dovevamo percorrere dai camerini al palco. Olmo ha fatto proprio lì il suo primo danno (una gelatina del rullante scomparsa) e, in due abbiamo perso una mezz’ora sotto quel sole cocente nel tentativo di ritrovargliela, invano. Il suo secondo danno è stato un po’ più grave: nessuna traccia delle cuffie, ma il dj si è intenerito e ha risolto la faccenda prestandoci le sue. Il caldo aumentava ulteriormente ed ha raggiunto il suo apice proprio nel momento in cui siamo saliti sul palco. Nei primi dieci minuti di esibizione sia io che Baoh abbiamo avuto seri problemi a rimanere in piedi, ma una folata di venticello fresco ci ha salvati da uno svenimento quasi assicurato. BlankBook, Fireflies’ birth, Lovemode e Freezer°. Quattro brani suonati quasi senza intoppi, tanta gente che si è radunata sotto il palco, alcuni a studiarci da vicino, e quattro o cinque danzerini. Dopo il concerto siamo stati contattati da una decina di persone, alcuni interessati ad avere il nostro cd, altri ad averci come ospiti in concerti nelle loro città d’origine. Dopo di noi gli Eloise. Dopo di loro, l’illuminazione: i Boo! Sudafricani, tre, pazzi e carismatici. Si è subito creato interesse reciproco, ma topini come siamo abbiamo fatto cadere tutto ai complimenti. Ci siamo reincontrati all’aperitivo, dove le bands della giornata hanno partecipato ad una piccola conferenza stampa, distribuito cd promozionali a destra e a manca ed, infine, degustato vini e specialità regionali di Umbria, Toscana, Piemonte e Molise. I 40 gradi e il vinello mi hanno fatta uscire di lì ancora più positiva del dovuto e, arrivati all’ostello abbiamo scoperto che vi alloggiavano anche i Boo! L’euforia del momento ci ha incoraggiati ad approfondire la conoscenza e ad ipotizzare qualche collaborazione. Stranamente l’interesse è stato reciproco (www.boolive.com). Il giorno dopo abbiamo assaporato la bellezza di vivere nell’ambiente musica, continuare ad essere contattati o riconosciuti, mangiare al tavolo di fianco ai Faithless o ai Rinocerose, riassaporare la stravagante esibizione dei Boo! ecc.ecc. E’ stato così bello e così reale che quei pochi giorni ci hanno lasciato dentro moltissimo, ed è stato innegabilmente difficile riadattarsi ai nostri lavori o studi.
Malinconia e voglia di riuscire a vivere di ciò che più amiamo.

Pensavate a priori di arrivare così in alto?

Ovviamente, non pensavamo nulla a priori. E, a parte il fatto che è solo da quest’anno che è stato istituito il premio fondazione, eravamo già ben contenti ed orgogliosi di aver passato tutte le selezioni ed essere fra le 10 bands emergenti. Esiste pure un piccolo aneddoto a testimonianza del fatto che siamo andati lì per suonare e farci conoscere, senza ambire a nulla di particolare. Lunedì 8 luglio ho ricevuto un sms di un ragazzo che aveva comprato il nostro cd, che si complimentava del lavoro svolto e della vittoria del premio! Che premio? mi chiedo io. Lui lo sapeva e noi no.
Completamente dimenticato. Ho rischiato la vita per la felicità, la sorpresa e per la modalità con la quale ne siamo venuti a conoscenza!

Da Arezzo Wave sono passate molte band che hanno lasciato un segno nel mondo musicale italiano, ma anche altre che non hanno mantenuto le promesse. Quanto pensate potrà influire questa vittoria sul vostro futuro professionale? Quali benefici pensate vi porterà? Avete già avuto, in seguito a questa vittoria, contatti importanti?

Questa è una domanda difficile perché non dipende direttamente da noi. C’è chi insiste che l’inglese ci tarperà le ali in Italia e che non riusciremo all’estero, c’è chi scommette su di noi. Io so solo che nessuno di noi ha mai creduto così tanto in un suo progetto musicale e che amiamo ciò che facciamo in modo completo e assetato di crescita e novità. So che saremo pronti a tutto, persino ad espatriare per non vedere sprecata la minima possibilità. Per il resto, questa esperienza ci ha aiutati ad avere più fiducia in noi e a tentare di promuoverci un po’ ovunque. Per il momento è tutto ciò che siamo in grado di dirvi.

Nelle ultime settimane su Groovin’ siete stati oggetto di un acceso dibattito in merito alle vostre scelte musicali. Ora, senza voler gettare benzina sul fuoco, vogliamo una volta per tutte spiegare ai groovers (anche perchè ci pare di aver capito che ci avreste tenuto ad essere interpellati preventivamente per questo) le motivazioni che vi hanno condotto alla musica elettronica, magari entrando anche nei dettagli del lavoro che sta dietro al vostro sound? Quale pensate possa essere il futuro della sperimentazione, nel pop come in altre espressioni musicali cosiddette “colte”?

Il mio giudizio è senza dubbio di parte, ma penso che il futuro della sperimentazione musicale continui proprio dagli elaboratori elettronici e dall’elettronica in generale per arrivare ad un traguardo per il momento non ancora contemplabile. Noi, adesso, non stiamo ancora sperimentando, stiamo conoscendo e allevando le nostre macchine, limitandoci a fare ciò che più ci ispira in quel momento.
E’ così che nascono brani più “standard” e orecchiabili, a mo’ di vera e propria canzone con tanto di strofa e ritornello indiscutibilmente tali, oppure nasce un brano orizzontalissimo con un insert di voce neppure troppo orecchiabile o, ancora, un brano come Fireflies’ birth in cui le armonie sono date da loops di voci campionate, nel ritornello le mie voci non sono cori, ma costruiscono la melodia insieme al basso e alla chitarra, e di sottofondo le spazzole sul rullante che simboleggiano l’onda ciclica del mare e un finto disco che salta ma che, in effetti, è un noise creato scollegando il cavo dal microfono. Il bello della musica elettronica è dato dalla possibilità di registrare un rumore, un suono, modificarlo o meno e poterlo portare sul palco assieme a te. Dalla possibilità di moltiplicarti e questo vale sia per le ritmiche che per le parti melodiche. Sono tre anni che suono coi Too-Tiki, e ancora adesso mi stupisco quando sento la mia voce che sussurra qualcosa o ride mentre io canto. E’ affascinante.
E’ un modo diverso per scoprire le proprie potenzialità e di espanderle, senza per forza avere un rapporto di 1 a 1, senza dover avere mille persone su un palco per poter fare mille cose diverse. Tutto questo, cercando di mantenere la maggior naturalezza possibile. Non bisogna, secondo me, eccedere con gli artifizi, infatti, io tendo a cantare (sia in studio di registrazione, sia quando preparo le voci per il live) tutto di un solo fiato, tutto una sola volta. Certo, magari perde un pochino se si vuole un’intonazione perfetta, ma il risultato è immediato e naturale, caratteristico dello stato d’animo di quel preciso momento.

Ed ora tornate a casa. Rourestock vi aspetta. Che tipo di accoglienza pensate che il pubblico Pinerolese vi riserverà, visto che fino ad ora non ha ancora avuto moltissime possibiltà di ascoltarvi?

Come sempre, suoneremo perché amiamo farlo, in una serata particolarmente interessante, prima di prenderci un po’ di vacanza.
Per il resto, staremo a vedere!


Da www.groovin.it – 2002 (Recensione di Vermillion a cura di Ru Catania)

Con Baoh c’ho suonato una vita. Sefora è stata la mia prima ragazza. Monri era un mio allievo di chitarra. Olmo è da sempre il migliore amico di mio fratello. Ventrilio mi è molto simpatico.
Questi sarebbero stati cinque ottimi motivi per non occuparmi personalmente della recensione dei Too-Tiki.
Favoritismo se ne avessi parlato bene, moralmente di cattivo gusto se ne avessi parlato male.
Poi ho pensato ecchissenefrega, ho questo cd tra le mani, mi piace, e quindi ne parlo. Anzi ne scrivo.
Vermilion è un gran bel lavoro. Sei tracce di pop elettronico accattivante. Belle le canzoni, belli i suoni (con qualche dubbio del tutto personale e molto tecnico sul mixaggio), belli gli arrangiamenti. buona la programmazione elettronica. Buona anche l’esecuzione di tutti, con una particolare nota di merito a Sefora e alla sua voce.
Già… la voce… per quel che riguarda la voce è impossibile tralasciare la somiglianza con Bjork, nel timbro, nell’uso delle parole (prevalentemente inglesi), ma soprattutto nella costruzione della melodia. Questa similitudine, paradossalmente finisce talvolta con l’infastidirmi anziché convincermi. Questo perché credo che i Too-Tiki possano arrivare ad avere un’identità propria molto più forte di quella che hanno ora. Più che una critica vorrei che questo concetto fosse letto come una sorta di esortazione ad osare di più, proprio perché i numeri ci sono, quindi tanto vale usarli! Avere delle influenze è lecito, anzi, sarebbe impossibile non averne… però una volta appropriati di un certo linguaggio musicale, il bello è cercare di farlo proprio il più possibile. E in alcuni episodi ci riescono perfettamente:
“lovemode” pesca sì da Bjork, ma anche da altre mille cose: si snoda tra temi di organo che profumano di lounge, parole azzeccate (“suvenìr” mi si è appiccicata al cervello), spruzzi di dance alla Jamiroquai, delicatezze in stile Cardigans e momenti degni dei Pizzicato Five;
“Freezer” pesca sì da Bjork, ma anche da altre mille cose: lasciatemi dire che ci sento pure elementi dei migliori Everything but the Girl, sostenuti da un drumming che ormai, per acquisizione di massa del suo significato, mi permetto di definire subsonico.
Sui testi credo ci sia ancora da lavorare. La scelta dell’inglese è pericolosa, perché io so perfettamente che l’inglese è assai più musicale dell’italiano in alcuni generi, ma talvolta mi viene anche da pensare che così tutto sia estrememente più comodo. Dobbiamo abituarci a scrivere dei testi in italiano, dei testi belli, con dei significati, e dobbiamo anche imparare ad ascoltarli, i testi in italiano, anche nei generi che meno si addicono. Perché in parte è solo questione di abitudine e cultura. Chiaro che scegliere una lingua per il suono è come scegliere lo strumento con cui eseguire un tema (e i Too-Tiki lo dimostrano con un brano cantato in francese), ma questo non deve essere un modo per nascondere una semplice aridità artistica a livello semantico e lessicale. Io sarei curioso di sentire i loro pezzi in italiano, serebbe anche un modo per appropriarsi di quella buona identità che hanno che dicevo prima, così che si confonda meno con i loro punti di riferimento, visto che sono praticamente tutti punti di riferimento anglofoni.
www.tootiki.com per comprare vermilion, e ve lo consiglio. Diamoci una dignità comprandoci i nostri prodotti, un po’ di protezionismo in questi casi non può farci che bene. Dopotutto, si tratta di 5 Euro.

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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