QUI NON CI SON SANTI – Mechinato

Se si eccettua il demo “Ogni ruota gira” uscito nel 2006, la discografia dei Mechinato è costituita da un unico album ufficiale, “Senza sponde né lumi” del 2008. Sono passati più di dieci anni dunque dall’ultimo segno tangibile della loro musica ma la band bargese non si è in realtà mai fermata. Tra un’affermazione e l’altra a vari concorsi in giro per la Penisola, negli anni ha riscosso attenzioni anche prestigiose come quella di Red Ronnie che li ha voluti nel suo Roxy Bar, o quella di Mogol che li incorona vincitori del Premio SIAE “miglior autore” a una delle edizioni passate del contest nazionale “Senza Etichetta” di Ciriè. Nel frattempo, attraverso numerosi cambi di formazione, i Mechinato hanno continuato con una discreta attività live, arrivando nel 2019 con un sound rinnovato, evoluti nel loro approccio autoriale e quindi pronti a imboccare nuove strade che li porteranno, tra le altre cose, anche al terzo capitolo della loro discografia ufficiale. L’album in uscita si intitolerà “Qui non ci son santi” e verrà presentato il 21 giugno prossimo in occasione della Festa della Musica di Barge. Noi di Groovin’ abbiamo avuto l’onore di ascoltarlo in anteprima per potervelo raccontare secondo la nostra solita personale visione.

I Mechinato ruotano attorno alla figura di Federico Raviolo, chansonnier che da sempre lega la sua presenza sui palchi alla passione per la poesia. Fin dai tempi degli Spleen, tra un classico del rock e l’altro declamava Baudelaire in spettacoli che trascendevano l’ordinarietà delle cover band attraendo l’attenzione anche dei più distratti. Non solo quindi per la sua voce che, a suo tempo, si dispiegava su estensioni ragguardevoli, ma anche per questa sua aura che lasciava trasparire intenzioni da poeta maledetto. La poesia è poi ritornata impetuosa appena indossato l’abito dell’autore, e nei Mechinato, anche nel turnover che ne ha sempre caratterizzato le vicende, ha trovato i giusti compagni di viaggio per la realizzazione di tessuti musicali in grado di valorizzare i suoi testi. La band risulta oggi uno dei sodalizi più longevi della zona e dopo quattordici anni circa di attività eccola pronta a tornare con un album che si pone a cavallo tra le influenze cantautoriali e folk degli inizi e le sonorità più aspre che ne marcano l’evoluzione verso territori rock. Perché se è vero che l’inconfondibile timbro di Raviolo rimane la principale linea guida per l’ascoltatore, che nei nuovi pezzi può ritrovare le classiche atmosfere da cantastorie anche grazie ad accostamenti armonici e melodici abbastanza tradizionali, nell’album in uscita sono evidenti le influenze della formazione attuale in cui l’unico membro presente da sempre, oltre a Raviolo medesimo, è il batterista Carlo Scozzese. E se gli esordi erano segnati dalla forte personalità di fisarmonica e sax che apportavano alle canzoni dei Mechinato un’atmosfera “tanghera” e molto popolare, oggi la chitarra elettrica si erge a protagonista nell’economia complessiva dell’arrangiamento grazie a suoni più aggressivi e massicciamente distorti, relegando in secondo piano l’accompagnamento acustico. In generale il “Mechinato style” permane, ma il nuovo approccio fa virare il tutto verso lidi lontani dalla musica popolare in se stessa. Gli unici tenui legami sono mantenuti dal violino di Giorgio Damiano, abile manipolatore anche di sintetizzatori che aprono ulteriormente il ventaglio delle coloriture, e dai frequenti accenti in levare che a Pinerolo e dintorni sembrano non mancare mai. Il risultato è un originale mix tra tradizione cantautoriale e riff che a tratti ricordano le sonorità indie rock di alcune band come Franz Ferdinand o Arctic Monkeys. L’equilibrio tra le due anime, che senza amalgamarsi finiscono per alternarsi nei vari momenti dell’album, sono il principale segno che distingue i Mechinato da altre formazioni, locali e non, appartenenti al filone della canzone d’autore.

Vogliamo rimarcare però che “Qui non ci son santi” si eleva sul resto del sottobosco musicale del circondario soprattutto per la qualità dei testi. Forse è normale che una band con imprinting cantautoriale faccia delle parole la sua bandiera, ma non è sempre scontato che il risultato sia di livello. In questo caso invece la ricercatezza del linguaggio sfiora le vette poetiche dei grandi, per altro quasi sempre senza forzature e manierismi. Un’espressività poetica che racconta un universo variopinto di cui si scandagliano i sentimenti, la quotidianità, le difficoltà della vita, sempre con un certo sapore dolce-amaro e senza dimenticarsi mai del contesto sociale. Anzi, è proprio quando si immergono nell’attualità che i Mechinato riescono a meglio valorizzare le loro capacità di scrittura. Trasporre in canzone le contraddizioni del nostro presente, senza retorica o banalità, non è un esercizio semplice. Eppure basta ascoltare “Il lato oscuro”, in cui si sondano le incongruenze dell’animo e del comportamento umano, o “Tra un drink e una moschea”, per comprendere che è qui che si esalta maggiormente la maturità compositiva dei Mechinato, concretizzata in uno stile personale con pochi debiti artistici evidenti. Ma d’altronde è nel tentativo di raccontare le illogicità della società contemporanea che si annida il discorso generale del disco. La stessa immagine di copertina sembra voler indirizzare la nostra attenzione verso quel confine tra buoni e cattivi, sempre così difficile da identificare, con un tono di critica che disvela al contempo l’intenzione autocritica. Perché “qui”, anche tra di noi, nel “buco nero dell’Europa”, nell’Occidente dei buoni che “bombarda civili”, in quello spazio che distanzia le società bene delle città dallo sfacelo delle periferie del mondo, in altri termini ” i drink dalla moschea”, di santi non ce ne sono!

I Mechinato sono Federico Raviolo (voce), Stefano Quaranta (chitarre), Giorgio Damiano (violino e sintetizzatori), Daniel Trecco (basso) e Carlo Scozzese (batteria). Nei credits aggiungiamo anche Marco Polidori e Samuele Pigliapochi, co-autori delle musiche di alcune tracce, ex membri della band che in qualche modo rappresentano la continuità con un passato che, pur in evoluzione, non viene assolutamente rinnegato. Infine, facciamo un plauso alla produzione, curata presso gli studi di Andrea Pollone, un altro nome importante della musica pinerolese che è evidentemente una garanzia assoluta di qualità, capace anche in questo caso di mettere in evidenza la musica a lui affidata senza stravolgerne mai il carattere espressivo.

Buon ascolto.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

6 thoughts on “QUI NON CI SON SANTI – Mechinato

  1. Amarezza, angoscia, perplessità… è ciò che trasmette questo album, cio’ che trasmette la vita.
    Ogni giorno ci chiediamo perchè esiste la sofferenza, perchè la malattia, perchè dobbiamo sudare per vivere, perchè esiste la morte… a qualunque ceto o livello sociale apparteniamo, non sfuggiamo a questo terribile vortice che ci impone la vita…
    La vita è dura, ma la vitalità, la felicità, il piacere di esistere lo possiamo trovare suonando con quattro buoni amici, dimenticandoci, almeno per un attimo, su un palco, di essere all’inferno…

    Lucio

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