Trent’anni di Combat Rock: intervista agli Affittasi Cantina

Dopo un periodo piuttosto lungo di inattività, nel 2016 sono tornati sulle scene con formazione e repertorio nuovi, ma con immutato desiderio di lanciare messaggi precisi attraverso la musica. Gli Affittasi Cantina, che ruotano oggi come allora attorno ad Alberto Bassani, una delle figure più carismatiche del rock pinerolese, quest’anno compiranno trent’anni. Sono stati una delle band più importanti degli anni Novanta, protagonisti di una fortunata stagione legata ai movimenti antagonisti, al punk e ai centri sociali, durante la quale vennero alla luce numerose formazioni che lasciarono tracce indelebili nella storia socio-culturale del nostro territorio. Proprio in seguito alla loro rinnovata attività, abbiamo voluto incontrarli per farci raccontare come vivono oggi le pulsioni di allora. Ha risposto alle nostre domande Guido Rossetti, bassista della band quasi da sempre, oltre che memoria storica fondamentale di un’epopea quasi irripetibile.

Negli anni Novanta eravate una punk band che proponeva canzoni inedite, con toni arrabbiati e fortemente influenzate dal vostro pensiero politico. Cosa vi è rimasto di quel fervore?

Nel nostro tempo così vuoto e controverso continuiamo a essere pervasi da quel fervore. Siamo rimasti arrabbiati ma convinti che le cose potranno e dovranno cambiare. Il cambiamento deve passare dalla gente comune, dai mille  “noi” che cercano di unire le loro forze in antagonismo al pattume socio-culturale prodotto da ogni espressione del capitalismo. Quella tensione la viviamo  nel nostro quotidiano, proprio come allora, nell’attività politica, professionale, nel tentativo di vivere una vita lontana da ogni forma tossica di competizione. Le nostre esistenze, con tutta la modestia possibile, sono sempre state costellate di quello che un tempo si definiva “impegno”, sia esso in un partito, in un un collettivo, in un sindacato di base o in attività con i nuovi proletari, spesso provenienti da altre parti della pianeta e sarà così fino al termine di nostri giorni, probabilmente. Musicalmente il fervore a cui giustamente la domanda si riferisce, ci porta a scegliere pezzi “insospettabili”, successi italiani o esteri, magari basati sul tastierismo più spinto e a rivestirle alla nostra maniera, diretta ed  essenziale. È per quello che ci definiamo “rotten rock band”: perché amiamo reinterpretare con le nostre sonorità pezzi che fanno parte dell’immaginario della nostra generazione e non solo. Prendere una canzone con la cravatta e le scarpe fighe e farla uscire dalla nostra “boutique del suono” col chiodo e gli anfibi. Questo fa una rotten rock band. Ovviamente cerchiamo di fare tutto questo in contesti e situazioni che sentiamo affini al nostro spirito. Se possiamo suonare in situazioni “di movimento” o in locali affini come lo Stranamore, lo facciamo con un piacere supplementare. Dalla nostra rinascita abbiamo suonato circa dieci volte e alcune di queste erano concerti per coprire le spese legali di compagni sotto processo, per i donatori di midollo osseo, per migranti con urgenze economiche. Siamo pur sempre noi !!! Poi, certamente, abbiamo scoperto anche il lato più leggero e divertente della musica, la bellezza del pubblico che balla, l’allegria di chi viene a vederci e a  passare una bella serata con noi ed è una sensazione molto appagante.

Qual è stato il motivo che vi ha portati a rientrare sulle scene dopo tanti anni riproponendo un repertorio di cover anziché tornare a scrivere pezzi vostri? Avete intenzione nel prossimo futuro di lavorare su del materiale inedito?

Fondamentalmente la “colpa” della reunion è mia. Avevamo riportato sulle scene la formazione storica nel 2004, in uno dei primi rave a Pra’ Martino e avevamo suonato a Saluzzo nel 2012, come Affittasi Cantina, al Ratatoj, in occasione di un grande tributo a Joe Strummer di cui Alberto è sempre stato un ammiratore sfegatato. In quest’ultima occasione, aiutati da Andrea Pollone e Gianluca Incrocci, avevamo suonato solo musica dei Clash e ci eravamo accorti di quanto potesse essere divertente ritornare su un palco insieme. Nel frattempo, io non ho mai smesso di fare musica. Dopo Affittasi Cantina ho macinato tanti chilometri con i Delinkuere, collettivo anarco-comunista noto dalle nostre parti e  ho girato, anche fuori dall’Italia,  con i “Mother Goose – tributo ai Jethro Tull” -che ho fondato nel 1999 insieme a Giorgio Santiano, Robert Mongiello e Stefano Camusso. Sono state tutte esperienze diverse ed appaganti ma l’idea di ritrovarmi su uno stage con un animale da palcoscenico come Alberto Bassani mi attraeva molto. Quattro anni fa ho convinto Alberto ( non è stato difficile…) dopodiché ho iniziato a cercare strumentisti affidabili, non superstar e, ovviamente, interessati a condividere anche l’impostazione politico-filosofica del progetto. A furia di assestamenti, limature e modifiche, siamo approdati all’attuale formazione che ci pare molto solida e coesa. Durante i nostri live act c’è sempre spazio per una introduzione parlata in cui il front-man si profonde in citazioni di Gramsci, Marx, Marcos, Durruti e altri pensatori della “nostra” area. Come vedi anche sul palco, la continuità prosegue. Non saprei dire se faremo ancora musica nostra. Sembra di banalizzare ma la mancanza di tempo è uno dei motivi per i quali abbiamo messo in disparte la composizione di pezzi nostri. Trent’anni fa avevamo molto tempo in più da dedicare alla musica ; oggi, spiace ammetterlo, non è più così. Mai dire mai, comunque. Sicuramente avere incontrato un chitarrista entusiasta e ispirato come Angelo Potenza e un drummer esperto e preciso come David Bellario, ex Rewind, è stata una bella botta di fortuna.

Un classico del vostro repertorio che suonate da più di vent’anni è la versione punk di “Hasta Siempre”, dedicata a Che Guevara. Quali sono i tratti del pensiero del ‘Che’ che fanno parte anche del vostro approccio alla musica e alla vita?

La suoniamo da ventisei anni, per l’esattezza. Che Guevara è IL personaggio per antonomasia, l’idolo, il modello, l’indiscusso riferimento. Parliamo di un uomo che avrebbe potuto vivere nella bambagia del potere, celebrato dalle masse, circondato da ogni sorta di comodità e che invece ha scelto di lottare fino alla morte per l’emancipazione degli oppressi e degli sfruttati. Per noi è l’esempio più alto che si possa immaginare. Quando, scrivendo ai figli, dice: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario” racconta effettivamente la sua vita; la ragione della sua esistenza e della sua morte. Nella quotidianità di persone normali come noi, l’esempio di Che Guevara è quello che ti fa pensare sempre che è sacrosanto cercare di vivere con le persone, non contro di esse. Come ho già detto, sul lavoro, nei contatti quotidiani con qualsiasi altra persona, nella vita di tutti i giorni si può tentare di fottere il prossimo ad ogni minima occasione o si può, con molta modestia e volando basso, cercare di tendere una mano alle persone con cui abbiamo a che fare. Crediamo ci serva una società meno competitiva e più cooperativa. Pensiamo che non sia un differenza da poco. Che Guevara ha dato la vita per questo, sarebbe fantastico che le persone comuni riservassero agli altri le loro energie più positive, sarebbe già una grande rivoluzione e sarebbe possibile. Noi ci proviamo.

Per voi che avete vissuto almeno tre decenni di musica pinerolese, cos’è cambiato negli anni e cosa invece, nel bene o nel male, è rimasto uguale all’interno della scena locale? E, se poteste, che cosa cambiereste?

È cambiato radicalmente il mondo intorno a tutti noi e noi, nel frattempo, siamo invecchiati di trent’anni… Le bassezze di questa società destrutturata in cui ogni individuo è un’isola e lo spostamento a destra delle ”masse” ci hanno immerso in un cosmo in cui l’altro è, in primis, un nemico. Trent’anni fa era diffusa l’idea di fondare un collettivo musicale, artistico, poetico, espressivo e di interagire con altre realtà simili. C’era poca roba da fare in giro e forse proprio per questo la musica diventava una stupenda botta di vita che ti innalzava sopra il grigiore della società borghese. Oggi , anche nel panorama musicale, diventa una grande impresa abitare i quartieri alti dell’anima. Se ti discosti dai discorsi medi, basati su invidie e competizione vieni immediatamente lasciato ai margini o etichettato come pericolosamente anticonformista. A noi non fa un grande effetto; anticonformisti lo siamo sempre stati, anche orgogliosamente, direi, ma se consideri la cosa globalmente non puoi non provare una grande tristezza. Non fraintendermi, non è il classico discorso dei “ fantastici vecchi tempi”; è che le cose sono proprio cambiate e certamente in peggio. Va anche detto che della scena attuale conosciamo solo i pochissimi reduci che, come noi, proseguono sulla loro strada. Dei giovani gruppi, per nostra colpevole ignoranza, sappiamo davvero poco e questo è certamente un dato di fatto che ci impedisce di dare un giudizio attendibile sulla scena attuale. Cosa cambieremmo ? Beh… non sarebbe male ritornare ventenni per un po’… Seriamente, Eraclito diceva che “non ci si bagna due volte nello stesso fiume” e io, francamente non penso di poterlo contraddire. Un po’ di cultura vera, piena, disinteressata, un po’ di voglia di esprimersi invece di stare davanti ad uno smartphone o a una televisione sarebbero cosa buona e giusta…

A quali progetti state lavorando attualmente?

Personalmente ho avuto la ventura di partecipare al libro “Perché era li’ – antistorie da una band non classificata” che è una dedica collettiva ai Franti, il mitologico ensemble politico-musicale della Torino anni ’80 che ha ispirato la scena delle band politicizzate di cui stiamo parlando. Collaboro, poi, con il grande Enrico Noello nelle sue ricche rivisitazioni storiche della scena musicale pinerolese ed è una cosa che faccio con molta contentezza. Alberto, al di fuori dell’ambito musicale,  prosegue la sua attività politica con la coerenza e l’impegno che lo hanno sempre contraddistinto e questo, dal mio punto di vista ha un valore davvero ragguardevole. Angelo Potenza e David Bellario , i nostri due giovani compagni (il termine è bellissimo e non casuale ) di avventura sono due ottimi musicisti ma soprattutto due uomini di valore che oltre al gruppo sono assorbiti da una prole ancora giovane e totalizzante. Massimo rispetto !!

Da artisti che da sempre fanno musica con molta attenzione a quanto accade nel mondo da un punto di vista socio-politico, che interpretazione date alla situazione nazionale e internazionale contemporanea?

Non c’è un grosso spazio per le interpretazioni, purtroppo… Il cancro liberista ha vinto, le metastasi del capitale “moderno” si spandono ovunque e, al momento, paiono irrefrenabili. Nel nostro piccolo continuiamo a credere che “Adda passà a nuttata” come diceva Eduardo De Filippo. Al fantomatico “popolo” vengono dati in pasto i nuovi nemici, i “migranti che rubano il lavoro”, “i negri che vivono nei quattro stelle con l’i-phone mentre gli italiani stanno sotto i ponti” o “quelli che non vogliono fare la tav che ci vogliono riportare nel medioevo” o simili pericolose cazzate. A volte queste fesserie sono partorite da movimenti politici che il cittadino comune percepisce come “di sinistra”, ciò rende comprensibile che un risveglio delle coscienze non avverrà in tempi brevissimi ma, ne siamo certi, arriverà. E sarà di nuovo ora di fare le cose insieme…

Vorrei terminare questa intervista per la la quale, a nome di tutta la band, ringrazio gli efficientissimi amici di “Groovin’ , il portale della musica pinerolese”, ricordando la formazione attuale del gruppo :

  • Alberto Bassani  : voce solista, citazioni, momenti selvaggi sul palco
  • Guido Rossetti : basso elettrico ed acustico, cori
  • Angelo Potenza : chitarra elettrica ed acustica
  • David Bellario : batteria e percussioni

Siamo noi a ringraziare gli Affittasi Cantina per la disponibilità concessaci. In calce all’intervista potete trovare alcune immagini scattate nel corso della prima metà degli anni Novanta, che possiamo pubblicare sempre per gentile concessione della band. Tra l’altro, Guido Rossetti sta per diventare ufficialmente nostro collaboratore per una rubrica che si occuperà proprio di raccontare le storie di molti gruppi storici del Pinerolese. La rubrica si chiamerà “L’assalto del tempo”, e a breve comincerà a riempirsi di contenuti per rinverdire i fasti di un’epoca piena di fermenti creativi che giustamente non va dimenticata. Continuate a seguirci.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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