IL FICO

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Immagine di copertina tratta dal sito www.ebastores.com

lo si guarda e subito, a prima impressione, sa di Sud. Foglie larghe che parlano di ombra preziosa, succulente a raccontare di sete d’acqua di cui c’è sempre penuria. Rami come braccia, disordine intricato di curve eppure armonia di movimento. Braccia piccine di bambini nei rami più giovani. Braccia calde, morbide, da abbraccio di madri nei rami più maturi. Abbraccio che dà sollievo alla calura. Tronco mai diritto. Sembra un tratturo di campagna che segue vie invisibili attraverso campi di cui nessuno intuisce i veri confini. Si snoda in curve e controcurve che spiazzano ed ammaliano allo stesso tempo. Pieghe, rettilinei, svolte, sottopassi. C’è un viaggio intero lungo la sua corteccia, c’è l’andata ed il ritorno, la ricerca, la salita, la discesa. C’è la sosta in un anfratto ombroso. C’è il riposo, E c’è la paura di cadere verso il basso, di non arrivare alla cima dove sbuca il sole tra le foglie fitte. Cicatrici e nodi, segni di dolore antico, rami spezzati dal vento improvviso e violento. Altri che invece sono segni di potature. Ferite e traumi, ma che hanno reso migliore la crescita, lo slancio, il rinnovamento.

Guardi un albero di fichi e senti il Mediterraneo sciabordare lungo la battigia. Lo guardi e senti il canto delle cicale, spettatori incuranti delle storie degli uomini che lì accanto passano, dormono, tornano, amano e muoiono. Lo guardi e percepisci l’odore di bucato delle lenzuola stese ai terrazzini nei vicoli di un borgo di mare, il vociare dei bimbi berberi che si rincorrono tra le rovine della città fortezza di Tamerza. Lo guardi e senti la carezza del vento dell’alba, Al Bahari lo chiamano le genti oltre il Mediterraneo, quello che ti coglie fresco alla schiena e porta con sé la fragranza del mare da cui sorge. Lo guardi e d’incanto sei tra i madrigali spagnoli, nel mezzo di un tango o gioiosamente sudato mentre balli una taranta. Lo guardi e semplicemente resti, stai.

E poi i frutti… Oh, i frutti come gemme sugose, mammelle di madre gonfie di latte cui la bocca si protende affamata. Forma a goccia, come orecchini pendenti che danzano al ritmo del passo, seducono, incantano e accendono la passione. È femmina il frutto del fico. Perchè di femmina ha le forme e come femmina attira lo sguardo e secca la bocca, mette voglia di mordere dolce o selvaggio e sentire il sapore intenso inondare il palato, dissetare la lingua e l’anima. Verde, come la primavera che è rinascita dal gelo. Verde come l’acqua dei torrenti di montagna. Verde come la luce soffusa in un sottobosco. Verde come la speranza. Il frutto del fico è desco approntato e sorgente cristallina. È l’oasi dopo la traversata del deserto, è recinto degli orti, è il dolce dopo il pasto. È lo zucchero sulla lingua, è la goccia di rugiada che rende umide le labbra.

Oppure nero, che è sì anche nero… Nero come gli occhi di brace di una donna che ti invita in un tango. Nero come una notte d’estate senza stelle, Nero come il corpo sudato delle danzatrici Damara, ebbre di musica, ritmo e sensualità ferina. Nero come uno scrigno d’ebano… lo schiudi e svela l’anima di porpora, il tesoro umido della sua fragranza nascosta, il seme minuscolo che invece può generare un nuovo tronco, nuova ombra, nuovi frutti, morbido come la pelle di una amata sotto le dita. Tondo come da sempre la bellezza è dipinta dalla notte dei tempi, tondo come la fertilità dei cerchi incisi nella pietra dai nostri antenati, tondo come la cassa di un mandolino e come la pancia di una giovane donna che porta in sé una nuova vita. Dolce come il miele d’acacia ma con una lacrima appena di aspro, insieme a quella lieve accennata nota di acido e fibroso, mentre la buccia elastica si apre sotto i denti a proteggere fino all’ultimo il cuore tenero e rosa, meravigliosa armonia di morbido e consistente, orgasmo del mordere e piacere del gusto. Stupendo sapore delicato, non invadente, non accecante. Buono e appagante da solo ma che non disdegna un compagno, come il pane… come un amante con cui si fa più bello un ballare già stupendo anche se fatto soli. Sensuale, fisico, vero: perché per gustarlo ci affondi le dita, e mentre annegano oltre la scorza sottile senti i polpastrelli umidi del suo turgore.

Guardo un fico e vedo vita. Passata e colta nel suo immediato avvenire. Penso ai fichi di Cartagine, potente e distrutta. Penso ai fichi delle campagne e dei muretti a secco. Penso ai fichi delle oasi libiche o algerine. Penso ai fichi lungo il Nilo, che han guardato scorrere millenni di onde e civiltà. Penso ai fichi lungo le spiagge desolate del Tirreno o lungo le dorsali di Croazia e Bosnia. Penso ai fichi lungo le vie consolari. Penso ai fichi che resistono ai venti del Capo di Buona Speranza. Penso ai fichi nascosti tra gli oleandri delle guelte sudanesi. Penso ai fichi sulle mura diroccate delle fortezze fenicie sulla costa tunisina. Penso ai fichi tra le moschee di Istanbul e a quelli che si fan largo tra le crepe delle mura antiche delle nostre città medievali. Penso ai fichi colti da bambino sulle isole della laguna veneta. Penso ai fichi delle torte delle nonne e delle marmellate delle zie. Penso ai fichi mangiati con ancora sul viso le gocce d’acqua salata dell’ultimo tuffo appena fatto. Penso ai fichi che crescono lenti e sembrano maturare mai ed un mattino invece li trovi gonfi, pronti, vivi, solo lì da cogliere a rendere migliore in quell’istante l’intera giornata. Penso ai fichi dei dipinti a natura morta. Penso ai dolci magrebini, penso all’odore buono dei luna park d’estate. Penso a una donna da cogliere e gustare. A fare migliore, in quell’istante, l’intera vita di un uomo.

Roby Salvai

Pinerolese. Musicista da 50 anni. Guida professionista in Africa per quasi due decenni. Scrittore per Effatà Torino, Polaris Firenze, Mucchi Modena, Prospettiva Editrice Roma. Ha collaborato con Edt Lonely Planet.

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