Il diritto di opporsi – La storia dei Delinkuere (1995-1998)

Mi è sempre piaciuto raccontare la realtà locale del “mio” tempo, la Pinerolo che era provincia ma voleva sentirsi città ; quella underground che lottava contro il perbenismo, al suono di ritmi pestati e chitarre distorte. Narrare tutto questo può contribuire, credo, a mantenere viva la memoria storica di un periodo estremamente fecondo per la musica autoprodotta del nostro territorio.

Scriverò di un gruppo che dalle nostre parti è rimasto particolarmente vivo nei ricordi dei tanti cultori del punk, inteso come musica ed etica : i Delinkuere. Ancora oggi, a volte, trovo persone che mi citano il testo di “Deserto” o mi dicono di avere ancora la cassetta di “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia”. Sarei ipocrita se negassi che la cosa mi fa molto piacere.

I Delinkuere nascono nel 1995. La loro origine si deve fondamentalmente a due “figuri” molto attivi nella Pinerolo underground di quei tempi : il sottoscritto, Guido Rossetti, e Manolo Ronzino. Io arrivavo dalla disarmante fine degli Affittasi Cantina “storici”  di cui avete già letto mentre Manolo si era appena lasciato alle spalle la fine dei Pigs Killer, causata dalle classiche “divergenze artistiche”. Uscivamo entrambi con le ossa abbastanza rotte da due progetti nei quali, a livello emotivo,  avevamo investito davvero molto  e cercavamo ardentemente una situazione che potesse coinvolgerci appieno. Va detto che quella Pinerolo era vivace come il reparto “terminali” di un gerontocomio e che l’effetto ormai decennale del riflusso stava spazzando via ogni singolo tentativo di resistenza umana. Ogni realtà locale, anche la nostra “panettone-city”, pagava un tributo pesantissimo a questo squilibrio di forze così marcato tra la vita vera e l’omologazione. Nel nostro piccolo, sferrammo un  colpo di coda nell’oceano del conformismo e ci lanciammo “anema e core” nella genesi di questo collettivo punk di ispirazione libertaria che, penso di poterlo affermare, è stato uno dei più riusciti che il nostro territorio ricordi.

Reclutammo Karenza,  il “Jello Biafra del pinerolese” al secolo Carlo Decanale, già frontman dei Mahknovcina e dei “Barboncini” e Andrea Ghidella, valido chitarrista, sospeso tra rock-blues ed hardcore. All’inizio del 95 vissi uno di quei periodi, purtroppo irripetibili, di ispirazione e culo insieme, e in meno di un mese scrissi quasi tutto il materiale che compose il nostro esordio su cassetta. Il nastro in questione è il già citato  “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia”. Alla scrittura del materiale contribuì anche Andrea con il suo chitarrismo sghembo e geniale. In una tiepida serata di ottobre del 95, presentammo la cassetta  a “El Paso occupato” di Torino, uno di quei posti a cui sarò grato in eterno per i dischi, i libri, gli incontri, i concerti, l’alcool e tutte  le “storie” che mi hanno certamente cambiato la vita. I posti occupati sono stati delle vere e proprie oasi di vita nel serraglio del qualunquismo e dell’omologazione. Quando qualcuno gioisce per uno sgombero lo mando puntualmente a cagare perchè mi sembra giusto.

…ma torniamo ai Delinkuere. 

All’ esordio, riuscito e veloce, seguirono immediatamente vari concerti nel circuito torinese delle case occupate che furono accolti positivamente dalla cosiddetta “scena” punk. Proseguimmo nella composizione di materiale nostro e, a fine ‘96, fummo piacevolmente coinvolti nel progetto “We bastard motherfuckers”; una collana di tre CD che si proponeva di rappresentare esaustivamente il panorama punk-hardcore italiano di allora. Partecipammo alla compilation con “Ellis one unit death row”,  anthem anticarcerario scritto a quattro mani  da me e Karenza. Ellis unit è il braccio della morte della prigione di Huntsville, in Texas. La pubblicazione era curata dalla BluBus, l’ etichetta aostana, totalmente “Do-It-Yourself”  dei grandissimi Kina, l’unica etichetta che ritenevamo accettabile. Eravamo degli strenui fautori di una politica di auto-produzione e auto-distribuzione apertamente ostile al “mercato”. Sono ancora convintissimo della validità di questa posizione. Ci sentivamo un collettivo  e, come tale, volevamo essere aperti a più persone e forme espressive.

Ci ispiravamo, nel piccolo, a ensemble dall’importanza incalcolabile quali Franti e Crass, gente che aveva ispirato decine di migliaia di piccole realtà come la nostra. Allo scopo, decidemmo, sempre nel  1996, di reclutare il performer Antonio Falcone, per rinforzare il nostro impatto visivo. Pensavamo di riuscire a comunicare le nostre idee molto più efficacemente associando a delle parole delle immagini appropriate. Il contributo scenico di “Nino” fu fondamentale nella preparazione delle performances del gruppo fino all’anno successivo. Ad ogni concerto distribuivamo un volantino con i testi delle canzoni e materiale informativo sugli argomenti trattati nei testi; il livello di consapevolezza era alto e questo favoriva l’interazione tra noi e chi aveva piacere di venirci a vedere. Il performer era IL personaggio che condiva questo flusso di comunicazione in modo leggero e divertente, portando in scena i soggetti di cui le canzoni trattavano in modo spesso irriverente.

“Pensa un po’, pensa un po’: avvitare due bulloni e il terzo no…”

(Canzoniere del Potere Operaio di Pisa)

“Prendevo a prestito” in fabbrica  tutto il materiale diffuso dal gruppo prima dei concerti. Fotocopiavo, tagliavo, incollavo, scrivevo, in un’epoca in cui il computer era ancora relativamente poco diffuso. Lo facevo sul lavoro, ingegnandomi in maniera efficace per nascondermi e mi riusciva bene. Ne sono molto orgoglioso. I volantini, di cui ho conservato tutti gli originali,  erano tutti rigorosamente concepiti e preparati durante l’orario giornaliero in ossequio alle più ortodosse pratiche anticapitaliste di orientamento anarchico. Era la mia personale forma di vendetta contro il pattume morale della fabbrica e la sua disumanità stupidamente spacciata per valore. Il lavoro è una delle grandi truffe del nostro tempo; è un’arena nella quale gli stupidi trovano una rivalsa verso la loro mancanza di qualità. Dietro frasi palesemente ipocrite quali “Devo dire grazie all’azienda perché mi ha dato una possibilità di crescita” o “Ho dato la mia disponibilità” si nasconde il servilismo di ominicchi che, oltre al denaro, cercano  la pacca sulla spalla da parte  del padrone, proprio come un cagnolino da passeggio. Questo meccanismo, per nulla morale, è utilizzato dal potere per facilitare il controllo sociale sulla massa di minus habens in mezzo a cui viviamo quotidianamente e che sono complici della tossicità di un sistema in cui i pochi sani “non competitivi” faticano sempre più a sopravvivere.

Questa è stata una delle tematiche fondanti per i Delinkuere. “Non mi va di sanguinare per il senso del dovere” era una specie di mantra più che un ritornello. Diceva saggiamente Caparezza una decina di anni fa : “………..La situazione è delirante, è come la naja, dove chi più aveva potere più era ignorante………………..” ( da “Nessuna razza” )

“Ci sforzavamo di comunicare, per ogni gruppo c’era un volantino. Si riteneva fosse più importante quello che si diceva, come lo si faceva…”

(da “Sembra tutto uguale”, Panico, 2008)

In quel periodo l’impronta della band, i testi, i volantini erano fortemente influenzati dal pensiero anarco-comunista di Cafiero,  da letture “estreme” quali il “Sabotaggio” di Pouget o “Dallo sciopero selvaggio all’autogestione generalizzata” di Vaneigem. Anche la componente anticlericale era cantata e ostentata goliardicamente in “Sbirro dell’anima”, possente anthem locale contro la deriva cancerosa delle religioni organizzate che parecchi vecchi rockers locali ricordano. Mi appagava molto vedere il performer che iconizzava la figura del prete come un fantoccio rivestito di sacchi neri della spazzatura e danzava in maniera surreale su una base musicale scarna e tagliente, sposata a liriche ostili a qualsiasi forma  di controllo del pensiero. La definizione di “oppio dei popoli” che Karl Marx dava della religione è un’ affermazione che trovo assolutamente centrata. Condividevamo un sano e goliardico anticlericalismo che resiste tutt’ora.

“E quanti anni ci sono voluti perché da solo imparassi anch’io, a rider dei preti bigotti e fottuti e ad infischiarmene del loro dio..”

(Claudio Lolli, Prima Comunione, 1975).


Sempre in quel proficuo 1996, suonammo anche  alla festa di radio Blackout all’ex CNR di via Vigliani, a Mirafiori. Nell’occasione eseguimmo “Sono diverso”; scritta da Andrea Ghidella ; probabilmente la prima composizione sull’omosessualità suonata da un gruppo di Pinerolo. Partecipammo alla performance “Concerto per l’anarchia”, tenutasi a Caselle per la federazione anarchica torinese, insieme a Stefano Giaccone, storico leader dei Franti, un amico ed un artista dallo spessore davvero notevole, ispiratissimo ancora oggi. All’ inizio del 1997 qualcosa cambiò. Andrea  Ghidella abbandonò il gruppo  e il suo posto fu preso dal giovanissimo Paolo Perotti, in seguito noto “audionauta” nella galassia torinese dell’informatica musicale. Entrammo in studio con la formazione rinnovata per incidere il nostro primo CD intitolato “Caduto da eroe”. La composizione divenne collettiva. Tra le varie tracce spiccano l’inno animalista “A proposito di Keith”, scritta da Karenza,  dalla melodia accattivante e dal testo dedicato a Keith Mann, attivista dell’ “ALF – Animal liberation front”, ingiustamente incarcerato e la nota, a livello locale, “Deserto”, certamente la composizione più matura che il gruppo abbia mai suonato, dedicata al senso di accerchiamento vissuto da chi non accetta supinamente le regole e le convenzioni della cosiddetta “morale comune”. Il CD venne accolto bene dal panorama punk locale e torinese e ci permise di suonare  anche al di fuori del nostro consueto raggio d’azione. Nel frattempo, ci separammo non senza rimpianti dal performer.

Dopo un bel concerto alla mitica “Delta House” di Via Stradella,  risuonammo con gli americani  “Horace Pinker” sempre a “El Paso occupato” dove tornammo anche nel ‘98 per la terza volta, insieme ai genovesi Kafka in una kermesse No Tav per raccogliere fondi per le spese legali sostenute da Edoardo Massari e Maria Soledad Rosas, primi martiri dell’indegna querelle legata alla tratta Torino-Lione. Calcammo anche il palco del  CSA “Murazzi” con i Pansy Division, queer band statunitense molto in auge all’epoca e dividemmo il palco anche con i celebrati Subsonica; personaggi davvero poco piacevoli e per nulla “alternativi”  rispetto al mercato e alle sue regole cancerose, anzi…

Il 1998 fu l’anno in cui violammo i “patri confini”. Uscimmo dall’Italia per suonare al “Festival libertaire” di Digione, valida kermesse anarchica organizzata dal collettivo “Maloka” poco dopo aver suonato in Veneto, a Padova, al “Tube”, locale della scena punk del nord-est. Iniziò, purtroppo, un periodo di scarsa ispirazione e di attriti vari che iniziarono a minare la saldezza del gruppo. Ci sciogliemmo dopo la registrazione del secondo CD “Delinkuere”, del 1998 non senza dei più che comprensibili rimpianti. Il secondo album è forse il più completo da un punto di vista musicale e suona in modo forte e rude, come eravamo noi sul palco ma il suo torto è quello di essere arrivato quando la magia era finita. Farla finita fu la scelta più saggia. Meglio un taglio netto che un accanimento terapeutico che nessuno di noi avrebbe voluto. Quando l’incanto  finisce non lo puoi ricreare. Ironia della sorte, pochi anni dopo lo scioglimento del gruppo, il noto artista della fantasmagoria Andy Rivieni, scrisse proprio su “Groovin”, all’epoca non ancora su Facebook, una frase che ci colpì molto: “I Delinkuere sono stati al tempo stesso l’apice e il canto del cigno prima dell’avvento dell’era delle cover”. Questa affermazione netta pare adattarsi bene alla storia di una band che, comunque la si guardi, ha cercato di raccontare la quotidianità partendo dal Pinerolese, dai suoi personaggi, dalle sue dinamiche, spesso restrittive, di realtà provinciale. 

Col senno di poi sarebbe stato molto bello collaborare con gli altri gruppi della nostra scena. Spesso faceva capolino un po’ di competizione, c’era chi voleva essere sempre il più “duro e puro”. Questo non fece bene a nessuno e non si riuscì ad evitarlo. Umanamente, parlo a titolo personale, ho mantenuto la stessa impostazione. Ciò che scrivevo e sentivo ai tempi è perlopiù ciò che sento ora. Non mi sono ritagliato una nicchia in un partito, magari “progressista” o in una istituzione locale e, ampiamente superato il mezzo secolo di vita, lo ritengo un successo. Qualche figuro di quei tempi, oggi inserito a pieno titolo nella società “adulta  e borghese”,  mi ha chiesto: “ma ci credi ancora ?”, riferendosi sarcasticamente agli ideali che vivemmo negli anni ’90. Eccome se ci credo ancora. I ravveduti mi fanno pena, loro con  le loro ridicole giacche e cravatte. Anche i miei compagni di percorso hanno obbedito allo “Stay human” di Arrigoniana memoria. Non è male.

A questo punto qualcuno potrebbe legittimamente chiedersi il senso di questo scritto. La risposta non può essere una sola: da un lato ritengo sensato ricordare un periodo della “nostra” storia musicale che altrimenti annegherebbe nell’oblio. Auspico che anche altre band, penso a Barboncini, Mahknovcina, Teatro del Reale o altri ancora abbiano voglia di raccontare quel tempo e magari di ripescare del materiale musicale “Pinerol-vintage”. Sarebbe una cosa stupenda. Se penso a quante belle canzoni sono state composte da queste ed altre band, mi dispiace che non siano conosciute, che non se ne parli; che tutta questa creatività possa rimanere sepolta sotto la cenere dell’oblio. Da un altro punto di vista, rivendico il diritto alla mia modica dose di nostalgia. Chissà che qualche giovanotto non possa provare interesse a leggere cosa si suonava e con che intenzioni, proprio qui nella nostra placida provincia…

Discografia dei Delinkuere ( 1995-1998 ) :

  • “Fabbrica, patria, chiesa, famiglia” – cassetta autoprodotta – 1995
  • “We bastard motherfuckers” Vol. 2 – compilation edita da BluBus di Aosta – 1996
  • “Caduto da eroe” – CD autoprodotto – 1997
  • “Delinkuere” – CD autoprodotto – 1998

DESERTO

Secoli fa avrei gettato il cuore oltre l’ostacolo

Oggi la rabbia muore dentro i discorsi che ti dan la nausea

………..nel mestierante che dice a tutti quando si devono arrabbiare

Nel deserto più deserto del mondo dove nessuno mai perde tempo a pensare

Ora è facile, pensare sembra quasi inutile

Ogni idea muore davanti a un’opinione comoda

…………………..nei binari tracciati da altri dove tu devi solo marciare

Nel deserto più deserto del mondo , dove nessuno mai si vuole mostrare

Di fronte a me stanca indifferenza, dentro di me cede la speranza

Di fronte a me stanca indifferenza, dentro di me cede la speranza

Se prima volevo discutere, oggi do ragione a tutti purché vadano via

Se prima volevo discutere, oggi do ragione a tutti purché vadano via


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