Romantica oscurità – La storia degli Spleen

A metà dei mitici e vituperati anni ’80, si fa strada uno stile visuale e musicale che investe anche le placide vallate pinerolesi: il Dark. Oggi tutto ciò che discende da quel filone artistico, estetico e stilistico viene indicato come Goth, termine assolutamente sconosciuto in quegli anni. Questo verbo nuovo, già profondamente irradiato a Torino, all’epoca allarga i suoi tentacoli fino a Bricherasio. Infatti nel 1985, in questo minuscolo paese prealpino, i fratelli Marco ed Antonella Canavese, ispirati dalla lettura de “I Fiori del Male” ed in omaggio a Baudelaire, fondano i “Reliquat de Spleen” poi quasi sempre abbreviati in “Spleen”.

Per tutti i primi anni di vita del gruppo, Marco Canavese è il principale compositore delle musiche e dei testi della band. L’embrione originario degli Spleen era formato da Marco (chitarra e voce) ed Antonella (voce), Claudio Grosset (basso), Marco Leprai (tastiere) e Madaski alias Francesco Caudullo (batteria). Per alcuni mesi si smontano e rimontano gli arrangiamenti di alcuni brani di The Cure da cui nasce per il gruppo l’interesse e la passione per questo filone musicale della New Wave dell’epoca, denominato Dark. Madaski, che si è prestato nell’inedito ruolo di batterista a supporto di questo organico nascente, però è preso da troppi impegni musicali e concordemente ma necessariamente passa la mano quando si individua un cambio possibile.

Nel primo nucleo della band ecco che gli si sostituisce Roby Rambaud alla batteria (già intervistato su queste stesse pagine in relazione alla storia degli “Astarte Avenue“, n.d.r.), e si aggiunge Piero Vecchiato alla chitarra ritmica. Con questa formazione, il gruppo registra “Autolesionismo” (1), intenso brano introspettivo dal sapore chiaroscuro, coerente con i canoni dello stile adottato dal gruppo. Con questa registrazione, la band prende parte al primo volume della storica compilation “Genti EmerGenti”, uscito nel 1986.

Il gruppo si fa conoscere anche grazie ad alcuni passaggi radiofonici e televisivi locali e si ritrova pronto per un percorso espressivo collocato al di fuori delle consuete classificazioni di genere. Nel giro di pochi mesi il bassista Guido Rossetti, poi con “Affittasi Cantina” e “Delinkuere”, e la cantante Marina Geymonat, quest’ultima solo di passaggio, entrano nella line-up, giusto in tempo per incidere “Realsia” presso lo “Spliff-a-Dada Studio” degli allora Africa United, ai tempi ancora situato a San Secondo di Pinerolo.

L’attività in studio del gruppo prosegue intensamente. Uno step significativo di questa parabola più orientata all’attività di registrazione che alla dimensione live è la partecipazione alla compilation “SuonoModo”, nel 1987, con il brano “Mito” che è la canzone “manifesto” del gruppo. La formazione diventa quella storica con l’avvicendamento alla batteria di Stefania Rosa-Brusin, per tutti “Pepy”, una ragazza dalla simpatia innata e con un sincero amore per la musica in tutte le sue declinazioni.

Antonella Canavese si dedica a tempo pieno all’illustrazione e lascia il paesello per Milano, cosicché le voci vengono “spartite” tra i due chitarristi ed il bassista. La band inizia a esibirsi più frequentemente anche al di fuori del circuito live strettamente locale e suona a Torino e nell’Alessandrino oltre ad aprire alcune date per il tour del 1997 dei Lou Dalfin.

Lo stilema sonoro proposto diventa sempre più eterogeneo sino a culminare nella composizione di “Promenade Suite”, una pièce strumentale prog-dark di circa un quarto d’ora, a cavallo tra Death in June, Soft Machine e Jethro Tull, in cui il gruppo, condotto da Marco Canavese, si spinge in terreni caratterizzati dalla massima libertà espressiva possibile e da sofisticati arrangiamenti. Le atmosfere oscure si miscelano con ritmi pluricomposti e variegate armonie pianistiche, distorsioni bassistiche e raffinate ricerche sonore. Il repertorio live si arricchisce anche di qualche cover di The Cure riveduta e corretta.


Il sound della band si ammorbidisce leggermente, anche grazie all’ingresso del tastierista Luca Perrachino che sostituisce Marco Leprai che sceglie di tornare a vivere sull’appennino tosco-emiliano dove diventa, curiosamente, vicino di casa di Giovanni Lindo Ferretti, iconico ex frontman dei CCCP-Fedeli alla linea.

Con una nuova stagione di concerti da programmare e nuovi pezzi da iniziare a provare, il gruppo pare avviato verso un’ulteriore stagione di creatività, ma purtroppo la malasorte è tristemente in agguato. La batterista “Pepy” Rosa-Brusin scompare prematuramente in un tremendo incidente d’auto. Nessuno si sente di proseguire un percorso così drammaticamente interrotto per cui, mestamente ma inevitabilmente, gli Spleen terminano una parabola artistica ed umana peculiare, caratterizzata da una marcata eterogenia sonora e compositiva e da una solida amicizia.

La formazione “storica” della band è stata:

• Marco Canavese: chitarra acustica ed elettrica, programmazione e sequencing, voce

• Guido Rossetti: basso, voce

• Piero Vecchiato: chitarra, voce

• Marco Leprai: tastiere

• Stefania “Pepy” Rosa-Brusin: batteria, voce

Hanno suonato con gli Spleen, nel corso degli anni: Madaski, Douglas Docker, Claudio Grosset, Roby Rambaud, Marina Geymonat, Flavio Galliana, Elvira Napolitano, Fabio Rosso, Mauro Carella, Laura Sbarato, Luca Perrachino. Menzione speciale d’onore al buon vecchio “grande” amico Marco Bin, quasi un membro della band: il primo e il più appassionato fan degli Spleen che, oltre ad essere buona parte della “memoria storica” delle vicissitudini e dell’attività del gruppo, è stato pure occasionale fonico, organizzatore ed aiutante multi-purpose: un grazie retroattivo anche per questo, oltre che per l’apprezzamento ed il supporto costante negli anni.

A tanto tempo di distanza, il filone Goth sembra vivere una nuova fase di fulgore e, dopo l’intervista a Francesco Caudullo dei Suicide Dada, è con grande piacere che intervistiamo Marco Canavese che degli Spleen fu il fulcro creativo.


Ciao Marco, è un vero piacere ritrovarsi, anche in questo spazio virtuale. Per me intervistarti è un piacere doppio perché non sei solo stato una figura fondamentale della mia evoluzione musicale (gli Spleen sono stati il primo gruppo in cui ho militato) ma anche un grandissimo amico.Inizierei con una domanda che in una rubrica storica non può mancare: come nacque il gruppo e quali, ad anni di distanza, ritieni che siano state le sue influenze maggiori?

Il gruppo nacque a metà anni ’80, in maniera del tutto fortuita. Mi trovavo casualmente a casa di Claudio Grosset, bravo bassista e co-fondatore degli Spleen. Lui stava suonando la linea di basso di “In Your House” dei The Cure: io conoscevo la band ed il primo album, bello ma ancora legato al Punk, invece allora non avevo mai sentito questo brano, del secondo album (“Seventeen Seconds”: lo considero ora il più magnifico manifesto del genere Dark) e non avevo ancora potuto apprezzare appieno il nuovo genere nascente.

Io avevo già iniziato a suonare la chitarra elettrica benché i miei studi precedenti fossero legati all’organo.
Vedendomi attratto dalle note di questa stupenda canzone Claudio mi porse una chitarra suggerendomi il geniale arpeggio di Robert Smith e le iniziali modulazioni armoniche: saltò fuori un incastro tanto semplice quanto bellissimo con la linea di basso…
Iniziammo a “tirare giù” il pezzo insieme e per me fu una vera e propria folgorazione: l’integrazione così felice dei due strumenti fu l’innesco che mi spinse a cercare di creare una band.

All’inizio suonavamo io e lui, sul palco del teatrino dell’oratorio di Bricherasio, ma l’esigenza di completare la line-up del gruppo divenne ben presto impellente e si concretizzò dapprima con l’ingresso di Marco Leprai (compagno di Liceo due anni avanti a me) alle tastiere, e poi di mia sorella Antonella alla voce. Nel giro di breve tempo si aggregò a noi anche Francesco “Madaski” Caudullo, entusiasta dell’approccio Dark con i brani di The Cure, nell’insolito ruolo per lui di batterista.

Arrivò di lì a poco, lo cito con grande piacere, Piero Vecchiato: autore di svariati pezzi e grande amico oltre che valido chitarrista. Avere avuto nella formazione un chitarrista molto differente come sonorità e background dal mio modo di suonare è stato un elemento efficacissimo nella creazione del sound complessivo e dello stile peculiare del gruppo. Con lui arrivò Roby Rambaud, altro veterano e amico che prese il posto di Madaski dietro le pelli quando quest’ultimo iniziò ad avere troppi impegni musicali e sempre più pressanti. Di lì a poco arrivasti tu e in breve la formazione divenne quella che hai definito “storica” nella tua introduzione.

Tornando proprio agli inizi, devo dire che di tutta quella fase pionieristica ho un ricordo molto vivido e affettuoso. Avrei tanti aneddoti da raccontare in merito alla partenza del gruppo: ricordo per esempio di quando Francesco la prima sera arrivò in saletta armato di bacchette, chiodi da carpentiere ed un martellone con cui inchiodò letteralmente alle assi del pavimento la cassa della batteria, il supporto del rullante ed il charleston (tutto noleggiato appositamente) per evitarne lo scivolamento in avanti.

I rapporti con il vicinato non erano sempre idilliaci ma ai tempi non c’era la dovizia di sale prova di oggi e ci si arrangiava come si poteva pur di avere un posto fisso in cui provare.

Osservandone il percorso, retrospettivamente, è clamoroso notare come gli Spleen fossero davvero un gruppo dedito soprattutto alla registrazione in studio. Esistono ore di ottimo materiale della band registrato divinamente, ma va detto che in una dozzina d’anni gli Spleen salirono su un palco solo una ventina di volte. Qual è la ragione di questa curiosa asimmetria?

L’asimmetria a cui fai riferimento nella domanda è stata una costante riconoscibile durante tutta la nostra attività. I motivi che l’hanno determinata furono molteplici: da un lato io ero già attratto fortemente da tutto ciò che riguardava la registrazione e le nuove tecnologie audio-musicali e non a caso questa attività è diventata, in seguito, il mio lavoro. Lo studio di registrazione “casalingo” nacque e si sviluppò parallelamente ed utilmente con l’evoluzione degli Spleen.

Inoltre dobbiamo ammettere che non siamo mai stati dei bravi manager di noi stessi, soprattutto per quanto riguarda la dimensione “live”: tutta l’energia che impiegavamo per registrare in maniera certosina le nostre canzoni non aveva corrispondenza nel cercare delle date in giro.

A questo aggiungerei, senza snobismo, che per il Pinerolese all’epoca eravamo un po’ troppo “avanti”. Proponevamo un ambito musicale che in provincia era realmente molto raro da trovare. Se ci pensi, l’unica altra band che potremmo definire “Dark” di tutta la scena locale erano i Suicide Dada che però avevano iniziato molto presto a gravitare su Torino, che avevano una indole manageriale decisamente più efficace rispetto a noi e a livello di immagine una vera e propria “icona” visiva in Madaski.

I nostri concerti attraevano pubblico, ma ricorderai che molto spesso ci dicevano: “…bello eh, ma non saprei come definirvi, fate musica strana!”

Racconta con orgoglio ai tuoi lettori di come qualche mese fa, a distanza di un lustro (25 anni!), una produzione realizzata presso la Scuola APM di Saluzzo abbia riesumato un pezzo fantastico dell’ultimo periodo degli Spleen (“Ancora Acqua”), con musicisti entusiasti del brano e degli arrangiamenti che OGGI sembrano attuali; in particolare, per quanto riguarda te, una linea di basso pazzesca che tra l’altro ha messo in difficoltà un pur bravissimo bassista.
Fa riflettere…

Ovviamente la morte di Pepy decretò la “fine dei giochi”: in un ensemble fortemente basato sull’amicizia non poteva che essere così. Quell’evento ci distrusse tutti e ancora oggi mi ritrovo a pensarla spesso.  Mi chiedo frequentemente quali sarebbero state le direzioni che avremmo intrapreso e non riesco a immaginarlo in modo definito. Tu cosa pensi che sarebbe successo? Il gruppo si sarebbe orientato su un’attività live maggiore, avresti introdotto campionamenti, loop, nuove tecnologie all’interno delle composizioni o, al contrario, pensi che ci sarebbe stata una virata verso canzoni più acustiche ed intimiste? Citando Quelo: “Tu, come la vedi?”

Concordo, ovviamente, sul fatto che la morte di Pepy fu una perdita tremenda… certe ferite sono insanabili. Per il resto devo dire che mi sento poco avvezzo alle dietrologie… credo, volendo tentare una ipotesi, irrinunciabile in una rubrica a carattere storico quale “L’assalto del tempo”, che avremmo iniziato ad appoggiarci a qualcuno per ciò che concerne l’aspetto dell’organizzazione dei concerti e che, vista la mia passione in materia, è plausibile pensare che avremmo introdotto quegli elementi tecnologici ai quali accennavi nella domanda ma, ripeto, siamo nel campo delle congetture. 

A distanza di tanti anni si possono usare tutti i “Ma se…“ “…allora…” che vogliamo, comunque non sapremo mai come sarebbe andata. Escluderei la svolta acustica da te ipotizzata, la vedo come una direzione che abbiamo sì esplorato, un po’ tangenzialmente, ma non era la nostra più propria natura musicale.

Tra l’altro, poco dopo la fine dell’esperienza con gli Spleen, mi impegnai in un progetto musicale assolutamente basato sulla tecnologia: mi riferisco agli “AilatiditaliA”, originariamente un duo che nasceva dall’uso di samples, loop, sequencing e tutto ciò che i software del tempo potevano offrire. Il mio partner musicale in quel contesto così particolare è stato Paolo Ferrando, altro musicista locale che non ha bisogno di presentazioni. 

Noi, invece, credo che avremmo certamente proseguito con la nostra modalità, che sarebbe comunque partita da una composizione “normale”: la canzone presentata in sala prove da uno di noi e gli altri pronti a vestirla nella miglior maniera possibile. Non riesco ad immaginare, per gli Spleen, un approccio diverso da questo. Peraltro, se ripensi a pezzi quali “Signora in Nero” o la drum track di “Ancora acqua” ti renderai conto del fatto che un po’ di pionierismo tecnologico lo avevamo già messo in atto e parliamo, nel primo caso, addirittura di fine anni ’80.

Ci sono gruppi o personaggi della scena pinerolese di quel tempo ai quali ti sentivi maggiormente affine?

Mi sentivo abbastanza estraneo alla scena locale, ai suoi schieramenti, alle sue dinamiche, talvolta inutilmente competitive. Se devo fare un nome cito nuovamente i Suicide Dada con i quali è bello sapere che è esistito un profondo apprezzamento e rispetto artistico reciproco.

Al netto delle nostalgie e dei discorsi da “tifosi”, la sensazione è che a livello locale gli Spleen fossero un gruppo assolutamente sottovalutato. Sei d’accordo con questa mia affermazione?

Mah, in realtà, onestamente, gli Spleen facevano un po’ cagare… Ahahaha, scherzavo!

Sono convinto che fossimo sottovalutati. Non voglio auto incensare il gruppo ma, come ho detto poc’anzi, penso che non fossimo compresi in toto. Il nostro discorso musicale faceva presa sulle poche persone che, fuori dalla grande città, erano affini alla cultura “Dark”, sia per l’aspetto puramente artistico sia per la parte più puramente estetica che, nello specifico, aveva una grande importanza.
È chiaro, però, che nelle vallate pinerolesi non si trattava di folle oceaniche.

Una cosa che ricordo con molto piacere era che comunque catalizzavamo l’attenzione di musicisti locali che invece proponevano sonorità molto distanti dalle nostre. Colpiva il fatto che noi non strizzassimo l’occhio alle tendenze che andavano per la maggiore e facessimo essenzialmente ciò che ci passava per la testa. Un amico musicista mi disse una volta: “Sai quanto mi piacerebbe fare musica come la fate voi!?”, riferendosi al fatto che evidenziavamo una palese libertà compositiva. Certo che la libertà compositiva, poi, la paghi in termini di presenze ai concerti ed anche di “notorietà locale”.

Tu eri un po’ quello che il mitico Paolo Comorio, grande artista pinerolese, chiamava il “capo orchestra”. A distanza di tempo, che cosa cercheresti di cambiare per permettere alla band di approfondire ulteriormente il suo percorso espressivo?

Devo ammettere che cercherei, al meglio possibile, di limitare la mia giovanile arroganza. Senza farne un caso ma, guardandomi indietro, riconosco che avrei dovuto affrontare certe situazioni diversamente. Allora, in quel contesto, sentivo di essere un riferimento ma a volte avrei dovuto avere un piglio diverso. Mi auto-assolvo dicendomi che la saggezza dell’adulto sta anche nel sapere analizzare gli errori del proprio passato.

Grazie per questa bellissima chiacchierata che, non lo nascondo, mi ha fatto riaffiorare una certa nostalgia.

Grazie a te, non nascondo che riaprire certe pagine del proprio libro personale è sempre un’emozione molto intensa. Continua a scrivere queste retrospettive, sono convinto anche io che la storia musicale del Pinerolese non debba finire nell’oblio.

Puoi giurarci che continuerò…


Come al solito, alleghiamo all’intervista qualche foto “vintage” in modo da permettere alla memoria dei lettori di focalizzare qualche ricordo, magari sopito da decenni.

Alla prossima puntata de “L’assalto del tempo”!

Un saluto a tutti i lettori.

Guido Ross


(1) Errata corrige: nel 1986, nella canzone “Autolesionismo”, contenuta nella compilation su cassetta “Genti emergenti 1”, le tastiere furono suonate da Douglas Docker. Ce ne scusiamo con l’interessato.

guidoross

Guido "Ross" Rossetti è il curatore de "L'assalto del tempo", la stanza virtuale di chi, come lui, è impegnato a riordinare gli antichi fasti della propria scena musicale. Se è vero che la musica passata va ascoltata con attenzione, è altrettanto vero che la sua cornice va descritta con la vivida passione di chi c'era. "Ricordare un futuro" è la mission che lo storico suonatore pinerolese intende dividere con i suoi lettori.

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