I Cavalieri dalle Lunghe Ombre – La storia dei Suicide Dada

La storia del primo gruppo dark di Pinerolo, la cui discografia sta per essere ristampata – La fotografia di una band seminale degli Anni ’80, sospesa tra l’edonismo sfrenato e lo spleen creativo di quel decennio controverso ma dal cuore ancora pulsante.
Ne parliamo con Francesco “Madaski” Caudullo, anima di quel progetto.

Le calze a rete… La rosa tra i denti… “Acque”… Il “Don’t Walk!” di San Pietro Val Lemina… “Porto Sepolto”… Non sono espressioni casuali; sono le immagini evocate dal ricordo di una grande band ingiustamente dimenticata del sottobosco locale; mi riferisco ai Suicide Dada, la band new wave-dark che ruotava intorno al talento compositivo ed al carisma on stage di Francesco Caudullo, in seguito assai più noto come “Madaski”, fulcro creativo dell’orbita in levare degli arcinoti Africa United, poi Africa Unite. Oggi una band come i Suicide Dada verrebbe definita “Goth”. Aldilà della discutibile tendenza a dover etichettare ogni manifestazione espressiva di chicchessia, ai tempi il marchio indelebile che si associava a siffatte sonorità era quello di “dark”.

Avevo un gruppo di amiche che si vestivano di nero, amavano Baudelaire, portavano i capelli “sparati”, calzavano gli anfibi con qualsiasi temperatura ed erano le mie amiche “dark”. Sono quelle con cui ho più volte chiacchierato della band pinerolese e che mi hanno suggerito l’intro di questa mia ennesima intervista/retrospettiva. Come i lettori de “L’assalto del tempo” sanno, una delle mie fantasie musicali ricorrenti è quella di fare il “gioco delle somiglianze” ossia di trovare le fonti di ispirazioni più o meno consapevoli che hanno mosso i passi delle band di cui scrivo. 

Non è un’impresa facile con i pezzi dei Suicide Dada.

A dispetto della giovanissima età dei componenti, la band di Francesco Caudullo e soci era già stilisticamente molto emancipata e, volendo a tutti i costi trovare delle parentele sonore, avverto echi dei Viridanse risuonare nella stupenda “Impronte sulla sabbia”, una vera gemma che descrive, meglio di mille parole ciò che era la new-wave dark dei mid eighties. L’intro di “Acque” potrebbe avere qualcosa dei primi Death In June, prima della svolta neofolk di Douglas P. e dei suoi tour “neofolk” con voce e chitarra. Anche il raffinato incedere in ¾ di “Porto sepolto” potrebbe essere associato alla “Paname” dei vecchi Litfiba se non fosse che quest’ultima è uscita un paio d’anni dopo.

Siamo dunque di fronte ad un gruppo che stava sviluppando una sua strada dalle coordinate stilistiche molto ben delineate e con una grande consapevolezza dei propri mezzi, a dispetto, come si diceva poc’anzi, di una età verdissima.

All’epoca ebbi la fortuna di assistere ad una loro prova a cui ero andato per comprare il mio primo basso da Giuliano, il loro bassista che con lo strumento aveva già una grande confidenza e che mi colpì, come tutto il resto della band, per la perizia strumentale. Ai miei occhi fu davvero una folgorazione pari a quando li vidi live ma di tutto questo andiamo a parlare con il protagonista di questa storia dalle tinte oscure…

guido rossetti madaski
Guido Rossetti e Madaski

Intanto, grazie Francesco per la disponibilità e per la voglia di regalare ai lettori de “L’assalto del tempo” un assaggio emotivo di una pagina così importante per la scena pinerolese quale quella dei Suicide Dada. La prima domanda che ti pongo è una domanda “inevitabile” in una rubrica a carattere storico come la mia: come nacque il gruppo, chi ne faceva parte e quali erano le vostre principali influenze?

Approssimativamente il gruppo nacque verso la fine del 1981. Pochi sanno che all’inizio il nome della band era FC Suiciders. Solo in seguito mutò nel definitivo Suicide Dada. La formazione comprendeva, oltre che il sottoscritto,  Marcello Tamietti, batterista e mio compagno di banco al liceo, Paolo Delfino, chitarrista, anche lui mio compagno di classe e Giuliano Pellegrinelli al basso.

Le influenze erano variegate ma se dovessi per forza fare un nome citerei i tedeschi Palais Schaumburg, un gruppo teutonico che potremmo indicare come no-wave,  il cui primo album venne definito nel 1982 da Alberto Campo, una delle firma più prestigiose del magazine Rockerilla, come un album di “funk epilettico”. (L’intervista si trova nel numero 22 del magazine citato, n.d.r.)

suicide dada madaski
Suicide Dada

La prima fase del nostro percorso era più new wave che dark, certamente. Fu da quando componemmo “Funeral Dance” in poi che assumemmo delle sfumature per così dire più oscure. Una delle ragioni che orientarono la nostra prua verso lidi più dark è certamente da ricercarsi nel mio approdo a Torino. Nel 1984 mi trasferii nel capoluogo per motivi di studio e iniziai a frequentare con una certa regolarità alcuni dei locali e dei personaggi cardine della scena cittadina. Su tutti, Massimiliano Casacci che all’epoca era attivo sia con i Carmody che con i Deafear ma anche Mauro Tavella ed Andrea Costa, membri dei Monuments. Con quest ultimo il rapporto non si è mai interrotto in virtù del suo ruolo “storico” di fonico degli Africa Unite.

Sempre in quel periodo, conobbi Carlo Rossi, produttore artistico dello studio “Transeuropa” che, tra gli altri, lavorava con il meglio della scena fiorentina di quegli anni. Il riferimento ai primi Litfiba ed ai Diaframma è assolutamente voluto ed inevitabile. Iniziai a viaggiare parecchio per motivi musicali e Firenze divenne una delle mie mete più battute. Suonai il piano in un album molto importante di quel periodo: “Tre volte lacrime“ dei Diaframma di Federico Fiumani (album veramente rappresentativo del periodo, n.d.r.) e andai ripetutamente a Londra dove “respirai” le tendenze di quel periodo davvero fecondo che mi spostarono in un’orbita meno new-wave e, come si diceva in precedenza, più dark. Rimasi davvero impressionato, una sera, allo storico Electric Ballroom, da un concerto di due band che non hanno bisogno di presentazioni: Sisters Of Mercy e Virgin Prunes.

Quei viaggi londinesi mi influenzarono profondamente, non soltanto a livello musicale. Iniziai ad adottare un look assai più estremo: mi feci la cresta da mohicano, presi ad indossare sul palco gonne e calze a rete, cominciai a crearmi una “divisa“ personale virata al nero che, a ben vedere, non ho mai del tutto abbandonato. Sono meno estremo, certamente, ma a livello cromatico, come puoi vedere, ho le stesse preferenze di allora (anche la mise casalinga di Francesco, nella normalità dei capi indossati è total black… n.d.r.)

Le cose, intanto, si muovevano anche da noi. A Torino iniziava a prosperare un giro di locali che assecondava le tendenze musicali e stilistiche che mi avevano pervaso nei miei viaggi oltremanica. Mi riferisco in particolare al Tuxedo di Via Belfiore, al Big Club di Corso Brescia e, in provincia, al Blackout di Sant’Antonino di Susa; locali che avevano serate dedicate a tutto ciò che era new-wave/dark o che si muovesse su territori affini a quelle coordinate. Nacque un vero e proprio giro dark. Va detto che a Torino era un giro meno estremo, più tendente al grigio, mentre da noi, in provincia, era nero senza alcuna sfumatura! Trasportavo tutti questi input all’interno dei Suicide Dada che ovviamente li assorbivano, dando vita ad un sound differente rispetto a quello degli esordi. Fu un periodo dalla fecondità irripetibile.

Una cosa che colpiva chi assisteva ai vostri concerti era senza dubbio la carica emotiva che contraddistingueva le vostre esibizioni, il darsi totalmente al pubblico. Erroneamente molti musicofili tendono ad associare alle band del vostro filone, una freddezza di fondo; quasi una ritrosia a volersi realmente mostrare, un nascondersi, passami l’espressione, dietro a trucchi e abiti molto appariscenti. Oltre che in prova, io vi ho visti all’auditorium di Corso Piave ed al “Don’t walk!” di San Pietro Val Lemina e mi sento di affermare che non era certamente il vostro caso. Come vivevi la dimensione live ed il tuo ruolo assolutamente centrale in quel contesto connotato anche da una marcata dimensione teatrale?

Non fatico a dire che la centralità mi piaceva molto. Parlando dei miei viaggi a Londra, ho citato non casualmente i Virgin Prunes. I due frontmen della band, Gavin Friday e Derek Rowan, mi lasciarono stupefatto per l’originalità del loro modo di tenere il palco e l’espressività con cui riuscivano a entrare in empatia con l’audience che assisteva alle loro performance. Iniziai a elaborare un mio modo di tenere la scena che comprendeva gesti certamente teatrali che amavo ideare e mettere in pratica. Accendevo candele la cui cera mi lasciavo cadere sulla pelle, tenevo rose tra i denti, mi avvalevo  a volte della presenza di performer, cercavo di sfruttare in tempo reale le situazioni che si venivano a creare.

(Ricordo che Francesco, all’auditorium di Corso Piave, con il look estremo descritto nella risposta precedente cantò una canzone con una bambina piccola in braccio… fu davvero nuovo, forte, emozionante, soprattutto per un pubblico provinciale che, a quel tempo, era perlopiù avvezzo a gruppi dal suono, dal look e da atteggiamenti tipicamente rock anni ‘70… rimanemmo tutti molto, molto colpiti, n.d.r.)

Un’altra forte ispirazione di quell’epoca fu certamente il primo Piero Pelù, quello del periodo di “Desaparecido” e “17 re”; capace di grandi performance che ai suoi esordi lo portarono ad essere paragonato a Peter Murphy dei Bauhaus. In seguito ebbi modo di conoscerlo e diventammo amici. Un altro personaggio che trovavo molto coinvolgente e che potrei indicare come una mia influenza era Marcello Michelotti dei Neon. La loro “My Blues Is You” è un altro stupendo manifesto del periodo che stiamo sviscerando; un momento top della new wave italiana.

In tema di teatralità credo sia importante ricordare la mia esperienza nel “Teatro dell’acido”, valido ensemble capitanato da una persona molto affascinante e coinvolgente quale era Egle Camusso. Lei e tutti i componenti della compagnia mi diedero molti spunti che completarono il mio modo di stare sul palco in maniera efficace e comunicativa. Se i Suicide Dada “arrivavano” in questo modo così forte è anche merito di quel percorso così particolare. Tra l’altro, come curiosità extra, ricordo che anche Bunna era coinvolto in questo progetto.  Rappresentammo “Aspettando Godot”, la celeberrima pièce di Beckett e lui interpretava Lucky.

Da ascoltatore “storico”, nutro da anni la speranza che tu faccia uscire una ristampa del vostro vecchio materiale. Mi ha fatto molto piacere, parlando con lo staff di Groovin’ e con i miei vecchi amici/amiche “dark”, constatare che non sono il solo a coltivare questa aspettativa. Saremo soddisfatti? Tieni presente che è una domanda “rinforzata” dal fatto che il vostro materiale d’epoca è rarissimo, quasi impossibile da trovare ed ha un prezzo elevatissimo (l’EP “Bycicle Wheel” è in vendita su Discogs a 100 euro, la compilation “VM Cinque” che comprende cinque canzoni dei “nostri” arriva fino a 150 euro… n.d.r.).

Beh, in questo senso ho delle buone novità. Tutto il materiale successivo all’esordio di “Bycicle Wheel” verrà rimasterizzato e ridistribuito nel prossimo autunno da un’etichetta romagnola. Si tratterà di una edizione limitata, pubblicata esclusivamente in vinile. È una notizia che mi rende felice ma non in modo completo. Avrei voluto rimasterizzare personalmente anche “Bycicle Wheel” stesso al quale sono molto legato ma ho avuto una brutta sorpresa… il master delle registrazioni originali si è completamente smagnetizzato ed è quindi del tutto inservibile.

La soluzione sarebbe, come abbiamo fatto recentemente con “People Pie” degli Africa Unite, di risuonarlo ex novo. Si tratterebbe di una bellissima impresa ma il grande nemico di un progetto simile è il tempo. Non ti nascondo che è un obiettivo che vorrei realmente concretizzare. Come si usa dire in questi casi, chi vivrà vedrà… Ho, in questo senso, una intenzione che mi coinvolge moltissimo a livello personale, quella di raccogliere e riordinare tutto il materiale della mia carriera musicale. Quest’ultima si è snodata lungo tre direttrici principali: Suicide Dada, Africa Unite e album solisti. Posso darti una ulteriore anticipazione assoluta. In autunno, contemporaneamente alla ristampa del materiale degli ultimi Suicide Dada, uscirà anche un mio nuovo album solista. Sono molto felice per entrambe le uscite.

Passo ad una domanda meno simpatica ma che ritengo appartenere alla sfera di quelle inevitabili. Perché vi scioglieste? Cosa determinò la decisione di porre fine ad un discorso così potente, personale e “di prospettiva” ?  

Pochissimi lo sanno… Insieme a Massimiliano Casacci mettemmo su una band parallela, meno dark, meno gotica, più vicina al sound di band come i Mission, i già citati Sisters Of Mercy, i Cult del periodo di “Love”, quelli successivi alla fase nella quale erano ancora “Southern Death of Cult”. In sostanza, si trattava di una band in cui il contributo delle chitarre doveva avere un peso maggiore rispetto a ciò che avevamo fatto fino ad allora. Nelle intenzioni ci sarebbe stato spazio anche per qualche sfumatura pop. Il gruppo si chiamava A Mad In Prague e attirò fortemente l’attenzione di Alberto Pirelli che era il manager dei Litfiba. Pirelli rimase così colpito da quel materiale che ci mandò in studio di registrazione a registrare diverse canzoni con la produzione di Nigel Preston, che dei Cult era il batterista.

IRA, la nota etichetta indipendente fiorentina, fondata anche da Pirelli ed attivissima negli anni ’80, voleva assolutamente pubblicare questo materiale di cui esiste traccia su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=BZcSypVlz2s&ab_channel=TheAuxland, si tratta di un filmato live del gennaio 1987, relativo ad un concerto al palazzetto dello sport di Torino, n.d.r.) ma successero alcune cose che impedirono la realizzazione di questo progetto.

Marcello Tamietti, il batterista dei Suicide Dada, si laureò in ingegneria elettronica e trovò immediatamente un’occupazione molto ben remunerata che lo portava spesso ad affrontare trasferte negli Stati Uniti. Contemporaneamente, Paolo Delfino iniziò a lavorare come informatore medico-scientifico e Giuliano Pellegrinelli si spostò a Roma dove intraprese una carriera di fonico che prosegue tutt’ora. Tra l’altro, per un certo periodo, suonò anche il basso in un gruppo underground capitolino piuttosto noto ai tempi, i Kim Squad and Dinah Shore Zeekapers.

Tutto ciò tolse, sia da un punto di vita pratico che da un punto di vista motivazionale, parecchia spinta ai Suicide Dada che in breve terminarono la loro parabola artistica. Va detto che gli A Mad In Prague non ebbero un seguito. Pirelli che, come dicevo poc’anzi, aveva intuito le qualità dei componenti della band ci sottopose un contratto assolutamente troppo vincolante, non solo legato alla pubblicazione degli album ma che ci sottoponeva a condizioni stringenti anche in qualità di autori.

Potremmo definirlo una sorta di contratto “capestro” in cui avremmo rinunciato per anni a parte della nostra indipendenza artistica. Casacci avrebbe voluto siglare questo accordo ma io mi opposi fermamente proprio perché era troppo vincolante per degli autori giovani, talentuosi e ricchi di prospettive quali noi eravamo. Col senno di poi posso dire che la mia ritrosia era assolutamente motivata ed anche Max, oggi, è d’accordo con me. Non c’è dubbio che Pirelli avesse avuto un gran fiuto, visti quelli che in seguito sono stati i nostri percorsi creativi…

A Mad In Prague al Palasport – 1987

Suicide Dada

In quale misura il riferimento al dadaismo, contenuto nel vostro nome, era consapevole? Si trattava di una scelta legata al fatto che il nome suonava effettivamente benissimo così, oppure, anche voi, al pari dei dadaisti “storici” vi sentivate interpreti di una poetica del caos, ricercatori di un legame diretto tra l’arte e la vita , antiborghesi e estranei al mercato?

Premesso che “Suicide Dada” era un nome che suonava bene, è indubbio che il riferimento al concetto ed all’estetica dada erano voluti. In certe canzoni di “Bycicle Wheel”, i testi avevano quell’impronta sospesa tra il nonsense ed il surreale che, in estrema sintesi, era uno dei tanti tratti del movimento a cui gli epigoni di Tristan Tzara facevano riferimento. Eravamo palesemente anticonvenzionali anche come immagine e come sonorità, a maggior ragione se consideri che agivamo in un contesto che era ancora quasi del tutto legato agli stilemi del rock anni ‘70 più classico.

Inoltre eravamo partiti dalla provincia, un habitat artistico la cui “distanza espressiva” rispetto a Torino era assai più marcata di oggi. Nella nostra definizione stilistica un ruolo significativo venne certamente svolto da Magic Bus, il negozio di dischi che si trovava in Via Vigone. Quel luogo non era solo un negozio ma era anche un punto di incontro per persone che a loro volta non erano solo clienti. Era un coacervo di personaggi locali accomunati da un interesse vivo per la musica e per altre forme di espressione artistica i quali, talvolta, erano anche coinvolti attivamente in situazioni musicali o di altro tipo.

Penso, oltre al mitico Aru che di Magic Bus era il proprietario, anche ad Ubaldo Ternavasio, a Roby Rambaud (primo batterista degli Spleen, combo dark-rock che mi ha musicalmente svezzato… n.d.r.). A Franco “Africa” e ad altre persone con cui c’erano frequenti occasioni di confronto. Considera che con alcuni di costoro dividevo anche l’esperienza di cui ho parlato in precedenza, quella del Teatro Dell’Acido. Anche grazie a queste persone io affinai il mio gusto. 

Inizialmente, oltre alla musica classica che ascoltavo e suonavo nel mio percorso di studi al conservatorio, apprezzavo anche band tipiche del decennio dei Seventies; Yes e Genesis su tutte. Passai da questi ascolti adolescenziali, molto canonici, a band estremamente lontane da quella cifra stilistica quali quelle che ho citato all’inizio dell’intervista. Dei miei ascolti rock “tradizionali” mi rimane una forte ammirazione per Peter Gabriel, musicista, sperimentatore, “abbattitore di confini” ed autore di brani che ritengo realmente di notevole spessore.

Tutto il suo lavoro sul suono, l’uso pionieristico del Fairlight in un’epoca in cui non erano ancora diffusi i campionatori e non c’erano tutte le possibilità di produrre suoni realmente originali, nuovi, adatti a creare scenari musicali è stato basilare. Oggi viviamo in un tempo in cui c’è una tale ed eccessiva dovizia di mezzi a disposizione di chi desidera fare musica che diventa paradossalmente difficile indirizzarsi e definirsi a livello creativo. Il periodo del quale stiamo parlando era, in questo senso, estremamente differente.

Noi disponevamo unicamente del disco, del supporto fisico, il mitologico Long Playing… tutto il nostro immaginario musicale partiva da lì, dalla copertina, dalla busta con i testi e dalle poche informazioni che da lì o da qualche sparuta intervista ai nostri artisti preferiti potevamo trarre. C’era, passami il termine, una sorta di “feticismo” per il disco stesso ma era data dal fatto che quello era IL medium attraverso il quale vivevamo la nostra passione e immaginavamo i nostri riferimenti. Oggi c’è di tutto e di più ma tutto questo ti viene sbattuto addosso come un pugno in faccia e, a conti fatti, risulta essere una proposta non stimolante. Poi, certamente, sarebbe un discorso lunghissimo che per essere sviscerato richiederebbe più di un’intervista.

Nell’immaginario iper-provinciale della Pinerolo di circa quarant’anni fa tu eri per noi profani “il punk”, che sfrecciava in sella al suo “Sì”, con le gambe lunghissime e li chiodo, verso il “Corelli” (Francesco è, tra le altre cose, diplomato al conservatorio ed ha anche diretto l’orchestra del teatro Ariston di Sanremo in una edizione passata del festival n.d.r.). Si diceva che tu uscissi di casa vestito “normalmente” e ti cambiassi in garage per non farti vedere dai tuoi genitori ed altre amenità simili che oggi un po’ fanno tenerezza e un po’ suonano ridicole… Quali sono le persone o i gruppi della scena locale di quel tempo che ricordi con maggiore piacere ed a cui ti senti, nel ricordo, maggiormente legato?

Intanto devo correggerti. Non si trattava di un “Sì” Piaggio bensì di un Gilera CBA, il classico “tubone” che, da buon tamarro pinerolese mi feci elaborare da Marcello… mica per niente poi diventò un ottimo ingegnere… Tornando in tema, la storia del garage utilizzato come dressing room è successa poche volte, da giovanissimo. Raggiunti i 18 anni e trovandomi poi ad essere automunito realizzai una piena indipendenza e non dovetti ricorrere a questi escamotage per vestirmi come volevo.

Venendo alla scena locale, nella Pinerolo di quei tempi apprezzavo molto i Vieta. Mi piaceva in particolare la voce di Miky Rissolo quando interpretava i pezzi dei Genesis. Mi piacquero meno quando si spostarono verso il repertorio dei Police. Io, già a tredici anni, militavo negli Esdra, insieme a Mario Bellia, Roberto Salvai e Daniele Bianciotto (i futuri Whitefire, n.d.r.) e ricordo che avvertivamo una certa competizione nei confronti degli Age di Paolo “Ciota” Bianciotto, Allasia, Claudio Meirone (poi batterista della formazione storica degli Affittasi Cantina, quella che incise “Liberi tutti” proprio nello studio di Francesco, n.d.r.) e Pascal Simonetti. Noi ci ritenevamo più tecnici, loro si ritenevano più “hard”. Ogni tanto ci si guardava in cagnesco…

I Vieta, comunque, nella mia percezione erano superiori ad entrambe le band. C’era però un limite in quanto proposto da queste pur valide band. Proponevano un repertorio composto soprattutto da cover o da materiale che non aveva l’originalità di cui personalmente avvertivo il bisogno. In questo senso, mi riconosco il merito di avere portato prepotentemente l’etica punk all’interno della scena pinerolese. Il fatto di proporre pezzi propri, autogestire il più possibile ogni aspetto creativo legato alle attività del gruppo, il “do-it-yourself” che è alla base di quella impostazione.

Tieni presente che, come ricorderai, in quella Pinerolo c’erano quattro o cinque punk, realmente alternativi rispetto al mainstream musicale locale. Ricordo Bruna Palmero, con cui suonai per un certo periodo, Bruno Gritta che suonava con Ubaldo e Roby Rambaud negli Astarte Avenue, Stella Ronchail e pochi altri. Si suonava, pur con mille difficoltà, perché c’era una sanissima voglia di suonare. Non c’erano sale prova a pagamento, tutorial di YouTube, talent-show… nulla di tutto questo… Se suonavi era, in primis, perché avevi una passione così forte da farti superare tutta questa enorme mole di problemi e sbattimenti che ti si paravano innanzi, a partire dal fatto di avere un luogo fisico in cui potere provare senza che vicini, carabinieri o chicchessia fermassero sul nascere i tuoi ardori artistici.

Oggi tutto ciò viene bypassato con una facilità estrema. Da un lato è un fatto positivo perché permette di creare ed esprimersi in modo decisamente più facile ma porta ad avere, che so, dei diciassettenni che si credono degli dei perché un sistema mercantile assolutamente malato gli prospetta una realtà facile, del tutto distorta. È cambiato proprio il telaio che sta alla base dell’industria discografica.

Un tempo venivi “scelto” da qualche produttore interessato realmente a ciò che proponevi e poi dovevi essere tu ad essere bravo, a comporre musica di qualità, a restare in sella in virtù del valore reale di ciò che avevi da dire. Il pop attuale, invece, ti macina e ti sostituisce in maniera programmata. Ti spreme in un paio d’anni, sovraesponendoti mediante i vari social, talent e così via per poi buttarti via dopo averti spremuto. Tutto è diventato un fatto prettamente televisivo. Ci sarebbero esempi lampanti in questo senso ma è un meccanismo perverso che possiamo constatare tutti.

È dura resistere a livello professionale con dei budget assolutamente ridicoli davanti a chi ha fondamentalmente solo il budget ed il controllo dei media che determinano i gusti e l’andamento del mercato. Sarebbe anche questo un discorso lunghissimo che richiederebbe uno spazio enorme per essere sviscerato in maniera esaustiva. In questa sede ci si trova giocoforza a dover riassumere il proprio pensiero in maniera molto succinta.


Non posso che essere d’accordo con quanto hai affermato, Francesco…

L’intervista si chiude qui ma a “microfoni spenti”, continuiamo a chiacchierare un po’ e non casualmente mi torna in mente il titolo di uno storico album dei Negazione, band torinese leggendaria, fautrice di un hardcore potentissimo ma con una certa connotazione melodica. Il titolo è “Lo spirito continua“. Questa espressione mi viene in mente mentre, insieme al padrone di casa, “esploro” parte della sua casa.

Tutto è legato indissolubilmente alla musica, ad un amore smisurato verso la medesima, ad un percorso che è esistenziale prima che artistico. Francesco mi mostra con un entusiasmo quasi infantile i registratori a bobina che ha usato per anni, quando il suo studio aveva un ubicazione diversa ed una attrezzatura che oggi definiremmo “vintage”. I vecchi apparecchi a 16 e 24  piste, accostati ad uno stupendo pianoforte a coda, fanno bella mostra di loro su mobili e davanzali ma non sono “soprammobili”, oggetti freddi, magari acquistati perchè griffati. Sono pezzi di vita vissuta, di note che qualcuno ha desiderato fissare in qualche vecchio demotape o, come facemmo anche noi Affittasi, su un vecchio vinile formato 7”… chissà quanti pezzi di vita sono stati indelebilmente fotografati da questo hardware d’annata?

Non a caso, tra i vecchi strumenti di registrazione emergono foto in bianco e nero di affetti importanti, i “pezzi di vita” che abitano vicini al cuore tendono evidentemente ad attrarsi, come calamite dell’anima…

In un corridoio campeggiano manifesti di concerti tra i più importanti del percorso musicale di “Madaski”. Mi colpisce un manifesto di un concerto, fatto con gli Africa United, in Iraq nel 1993, un altro al mitico “Rototom” di Spilimbergo e tanti altri ancora. Il mio sguardo curioso cade sulla targhetta del premio “Pinarolium”, vinto svariati anni fa, a ricordarci che nello spazio de “L’assalto del tempo” parliamo proprio di Pinerolo e della sua colonna sonora, dei suoi gruppi, della nostra mitica “scena”, degli antagonismi , dei demo, dei concerti all’auditorium di Corso Piave, di decenni magici e di belle canzoni, nate, suonate e spesso registrate in quello che Tex Willer definirebbe “questo buco di paese”…

“Lo spirito continua”, dicevamo…

Dimenticare tutto questo sarebbe un delitto.

…grazie, Francesco, da parte mia e da tutto lo staff di “Groovin’ – il portale della musica nel pinerolese” per il tempo che ci hai dedicato. 

È stato davvero un grande piacere ricordare la vivida storia dei Suicide Dada insieme a te.

A presto, con un nuovo capitolo del rock locale.

Un saluto grande a tutti i lettori.

Guido Ross

guidoross

Guido "Ross" Rossetti è il curatore de "L'assalto del tempo", la stanza virtuale di chi, come lui, è impegnato a riordinare gli antichi fasti della propria scena musicale. Se è vero che la musica passata va ascoltata con attenzione, è altrettanto vero che la sua cornice va descritta con la vivida passione di chi c'era. "Ricordare un futuro" è la mission che lo storico suonatore pinerolese intende dividere con i suoi lettori.

One thought on “I Cavalieri dalle Lunghe Ombre – La storia dei Suicide Dada

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: