Pinerolo Metal – Gli inossidabili anni ’80 dei Whitefire. Una storia ingiustamente dimenticata

Dopo un lungo periodo di assenza da queste pagine virtuali, ritorna “L’assalto del tempo”, la rubrica che vuole ricordare le tante formazioni che hanno reso Pinerolo una “rock-land” di assoluto valore. Abbiamo spaziato tra decenni e generi musicali con notevole disinvoltura ma ci è stato fatto notare che abbiamo colpevolmente ignorato un genere musicale che anche da noi ha mietuto i suoi successi: l’heavy metal.  Pensare al metallo pesante e associarlo a Pinerolo fa balzare in mente immediatamente due nomi: XTERIA E WHITEFIRE. Oggi ripercorreremo alla nostra maniera la brillante parabola di questi ultimi e lo faremo con una figura che gli amanti del rock di “panettone city” non possono che apprezzare: il chitarrista Mario Bellia.


Ciao Mario, è un vero piacere ospitarti qui sulle pagine de “L’assalto del tempo”. Dei WHITEFIRE conservo il ricordo vivido di alcuni concerti memorabili; dallo spazio, oggi improponibile, della minuscola “Campana” di via Trento, pittoresco ritrovo di fricchettoni vintage e amanti del Thc, ad alcuni popolati live act all’auditorium di corso Piave, oltre naturalmente alla vostra cassetta demo che comprai da Magic Bus intorno alla metà degli anni ’80 e che custodisco ancora gelosamente. Non sono mai stato un metal kid ma vi ho sempre apprezzato particolarmente per la potenza e la sincerità attitudinale che emanava dai vostri coinvolgenti show. Nel mio cuore la vostra formazione ideale è certamente quella con Paolo “Ciota” Bianciotto alla voce; un animale da palco davvero di ottimo livello. Partiamo con la prima domanda, naturalmente la più ovvia.

Come vi siete formati e qual è la formazione che ti senti di identificare come quella “classica”? Per quanti anni siete durati?

La prima formazione dei Whitefire

È passato molto tempo ma, se la memoria non mi inganna, ci siamo formati negli ultimi mesi del 1982. La formazione che io riconosco come “classica“ è la prima; quella in cui, alla chitarra del sottoscritto, si affiancavano Tommy Guiot al basso, Andrea Serafino (poi chitarrista nei primi Affittasi Cantina) nelle vesti di batterista e poi quel grande animale da palcoscenico, peraltro ancora attivo, che risponde al nome di Paolo ”Ciota“ Bianciotto.

I Whitefire in trio

Questo è stato il primo nucleo dei Whitefire; quello che ha permesso al gruppo di partire e di tracciare una sua strada stabile ed autonoma. Dopo due anni ci siamo fermati per un po’ e poi siamo ripartiti con l‘ingresso di Roberto Salvai al basso che sostituì Tommy Guiot dopo che quest’ultimo lasciò la band per i classici motivi personali. La nuova formazione si stabilizzò ad inizio del 1985 con Salvai che rivestiva il doppio ruolo di cantante e bassista e con Daniele Bianciotto che prese posto dietro le pelli della batteria. Con i nuovi componenti della base ritmica avevo peraltro già suonato ai tempi degli Esdra, altra band seminale del rock pinerolese di cui sarebbe bello parlare in un altro momento. Tutto il resto del nostro percorso, fino al 1990 , fu caratterizzato da questa line-up.

Vorrei ricordare che, lungo tutta la nostra vita artistica, abbiamo sempre registrato la nostra musica, producendo alcune cassette demo. Ai tempi i demotapes erano un veicolo pubblicitario notevole per un combo come il nostro, insieme alle fanzine dedicate all’heavy metal e più in generale a tutto il rock underground e al circuito radiofonico delle emittenti più coraggiose che davano spazio ad un genere non certamente di massa come il nostro. I contatti per l’attività live ci arrivavano da tutti questi circuiti, non grandi ma spesso molto ben organizzati.

Tornando ai demotapes, mi fa piacere precisare che ne abbiamo registrati ben cinque: il primo, intitolato “The First” che ci fece capire che anche in studio eravamo molto potenti ed espressivi; il secondo, “Fire War”, il terzo “Lust & Pleasure”, il quarto “Crazy Dreams” e il quinto che avrebbe dovuto diventare un vinile ma che rappresenta un rimpianto nella parabola dei Whitefire perché non solo non divenne un album vero e proprio ma rimase malinconicamente sospeso, addirittura senza un titolo, tra le grandi aspettative che vi riponevamo e la delusione di non averlo visto uscire con una promozione degna di questo nome. Tutto ciò avvenne per ragioni che non ritengo nemmeno così interessanti. Vorrei ricordare anche la nostra partecipazione con la canzone “And The Sound Will Be The Same”, alla mitica “Not Just Spaghetti And Mandolini”, una ottima ed esaustiva compilation dei migliori gruppi metal italiani degli anni ’80.

Vuoi raccontarci qualcosa in merito alla vostra attività live ? Riuscivate ad uscire con facilità dall’alveo pinerolese o anche in quei tempi, che oggi ricordiamo come “dorati”, era una difficoltà difficilmente sormontabile?

I Whitefire dal vivo

So che questa risposta potrà stupire qualcuno ma devo dire che gli Eighties, dal punto di vista dell’attività live, erano a parer mio un periodo con molte meno difficoltà rispetto ai tempi nostri; anche prima della pandemia che ha poi sconvolto tutti i campi dell’espressione artistica. Come Whitefire non abbiamo mai avuto particolari difficoltà nel procurarci opportunità di suonare “in giro”. Nel Pinerolese avevamo molti contatti con la scena di quel periodo che era florida e assai variegata. A questo aggiungi che c’erano delle situazioni abbastanza “regolari” nel loro verificarsi; contesti in cui i gruppi organizzavano collettivamente eventi anche molto belli e peculiari, penso ai classici concerti in Corso Piave o all’auditorium del liceo scientifico. Tutte circostanze in cui gli ostacoli “logistici” legati al service, agli ampli, alla batteria e così via venivano risolti con la collaborazione di tutti. Al di fuori del Pinerolese riscuotevamo un certo interesse grazie a tutto il lavoro di tessitura contatti a cui ho fatto cenno nella risposta precedente (radio, fanzines, autodistribuzioni, riviste dedicate al metal, ecc).

Un aspetto che mi ha sempre incuriosito dei gruppi locali che ho intervistato è quello dei rapporti con “la scena” dei loro tempi. Voi eravate un po’ “pizzicati” tra il nascente movimento punk pinerolese (probabilmente il contributo musicale più importante di sempre dato dalla nostra terra, n.d.r.), quella tipicamente nostrana dei gruppi demenziali e “i jazzisti”, come venivano identificate tutte le creature “AllioneMella-centriche”. Che tipo di rapporti avevate con tutte queste band, se ne avevate, e di che tipo erano? Vivevate solo dinamiche di rivalità e competizione o anche situazioni di collaborazione per l’organizzazione di concerti, festival all’auditorium o simili?

Non nascondo che è difficile ricordare tutte le sfumature di un periodo che risale a quasi quarant’anni fa ma posso dire che mi ritengo fortunato perché non ricordo particolari gelosie, antagonismi o contrapposizioni, né tra di noi né nei confronti di altri gruppi. Ai tempi nostri, quella che i punk chiamano “la scena” era fatta in modo tale che ci si trovasse  ad interagire più o meno con le stesse, molte, persone, più o meno sempre negli stessi luoghi e credo si possa dire, senza retorica, che eravamo una “grande famiglia musicale”. Non ho memoria di particolari dinamiche di rivalità e competizione. Ho sempre trovato arricchente l’idea di un confronto, di uno scambio di esperienze oltre che di suoni, di discorsi e ambienti diversi, di contatti che ci possano aprire la mente, non solo a livello artistico. La musica, come la vita, è un cosmo in continua evoluzione e questo è, a mio parere, uno dei suoi aspetti più belli. Nel corso degli anni ho trovato molto stimolante ed interessante il fatto di poter suonare generi diversi e, conseguentemente, di interagire con persone diverse in contesti estremamente variegati. Sono cresciuto molto, artisticamente, grazie al fatto di avere collaborato anche con band lontane dalla mia “parrocchia musicale”; quel metal che certamente costituiva la mia principale fonte di ascolto e ispirazione ma che non aveva l’esclusiva delle mie attenzioni. Ho sempre evitato di avventurarmi in generi in cui non mi sarei sentito in grado di destreggiarmi, questo certamente sì.

Con quali band avete avuto le maggiori affinità, non solo a livello musicale ma anche dal punto di vista umano?

Non potrei indicare un gruppo in particolare con cui avessimo maggiore sintonia rispetto ad altri perché nell’enorme entourage, non solo pinerolese, a cui mi riferivo nella risposta precedente, cercavamo di “fare gruppo” con tutti. Siamo sempre stati inclini alla collaborazione e poco ci interessavano le barriere di genere o le rivalità basate sul nulla. Credo che in quasi un decennio di esistenza, i Whitefire abbiano intrattenuto rapporti umani ottimi in tutte le molteplici situazioni che hanno attraversato.

Pochi si ricordano, ingiustamente, che tu sei anche stato uno dei primi componenti degli Africa United. Premetto che, pur apprezzandone la indubbia professionalità, non li ho mai percepiti davvero come parte integrante della scena underground locale. Forse per alcuni contrasti nati con la scena punk pinerolese, intorno al 1990. Come ti trovasti coinvolto in quel progetto così lontano dalla tua orbita musicale dei tempi e come si sviluppò la tua “militanza” reggae?

La mia “militanza” negli Africa United (ai tempi il nome della band comprendeva ancora la lettera “D” finale, n.d.r.) è stata casuale così come il mio incontro con Bunna, ai tempi delle scuole superiori. Entrambi stavamo iniziando ad armeggiare con i nostri strumenti e in più lui stava prendendo confidenza con la sua voce. Aveva già in mente di suonare con altre persone e all’inizio ci trovammo in due, per dare corpo e struttura alle idee che intanto gli erano venute in mente. È stata un’esperienza molto importante per me. Considera che apprezzavo il reggae di Bob Marley ma anche di nomi “minori” quali Burning Spear, Aswad, Steel Pulse ecc. e suonare quel tipo di musica mi ha “costretto” musicalmente a mettermi al servizio di un contesto sonoro in cui c’era bisogno di mettere in qualche modo da parte quelle che erano le mie principali influenze. Il solismo sfrenato che contraddistingueva il mio modo di suonare con i Whitefire, mal si conciliava con le esigenze del tutto diverse dell’“universo in levare” in cui mi trovavo catapultato con Bunna e soci per cui fui pressoché obbligato a ampliare i miei orizzonti strumentali. Fu un periodo molto formativo per me, che mi arricchì molto dal punto di vista della sensibilità musicale. Gli Africa del periodo, benché ancora allo stato embrionale, erano già un gruppo fortemente connotato stilisticamente e questo attirò su di loro, fin dall’inizio, parecchie attenzioni. Questo volle dire trovarsi in breve tempo a suonare in situazioni assolutamente apprezzabili che ricordo con molto piacere, sia per l’affluenza di pubblico che per la qualità dei palchi su cui ci trovammo ad esibirci. Con loro ho preso parte alla realizzazione del primo demo del gruppo che comprendeva anche una canzone che gli Africa “moderni” hanno poi ripreso in un CD, successivamente.

Ero un vorace lettore di molte riviste musicali e fu grande la mia sorpresa quando vidi la recensione del vostro demo e un breve articolo su di voi nella seconda di copertina su “CIAO 2001”, in una rubrica in cui si regalava un piccolo spazio per recensioni di cassette e foto di live act di band emergenti. Ti ricordi di questo fatto? Hai altri aneddoti che ritieni imperdibili per il pubblico di lettori di Groovin’?

“Ciao 2001” era una rivista di ottimo livello, non l’unica, ma aveva il merito di dare spazio anche alle realtà meno affermate commercialmente o che comunque si potevano definire “di nicchia”. Parecchie riviste, anche “Rockerilla”, “Metal Shock” o il circuito delle fanzines permettevano di avere una certa visibilità anche senza essere dei raccomandati. Mi sento di poter affermare che esisteva la possibilità di guadagnarsi una fetta di visibilità senza intrallazzi strani ma solo per l’effettivo valore delle canzoni proposte. Negli ultimi due o tre anni uscimmo con maggiore regolarità dai confini regionali proprio grazie a un giornalista del settore che già si era occupato della “Strana Officina”, un gruppo di ambito metal che ancora oggi non ha bisogno di presentazioni (una band sfortunatissima che perse due membri fondatori, i fratelli Fabio e Roberto Cappanera, in un incidente stradale nel 1993, n.d.r.) Questa persona ampliò la nostra rete di contatti e ci spinse a registrare il famoso quinto demo di cui abbiamo parlato in una delle risposte precedenti, quello che sarebbe dovuto diventare il nostro primo LP ma che purtroppo non vide la luce per tanti motivi che sarebbe lungo spiegare. Posso dire che recentemente ho portato in digitale il frutto di quelle registrazioni per evitare il deterioramento dei nastri e per l’ovvio legame affettivo che nutro verso quel materiale. Il titolo che ho dato a questo CD è :”Irrealizzato”.

Cosa pensi e pensavi della politicizzazione della scena musicale underground Era un aspetto che in qualche modo ti coinvolgeva o ne eri totalmente estraneo?  La mia è una domanda interessata perché questo fattore, all’epoca, era pressoché imprescindibile e personalmente ha assolutamente rivoluzionato il mio modo di essere “ascoltatore”.

È una domanda alla quale mi riesce difficile rispondere… Da un lato ho vissuto fasi della mia vita personale in cui mi sono sentito politicamente attivo ma dall’altro non ho mai portato questa parte del mio modo di essere nella mia attività musicale. Non posso dire di avere vissuto in prima persona quella che tu definisci “la politicizzazione della scena musicale underground”. Ho collaborato con autori i cui testi avevano a volte un punto di osservazione politico verso l’esistente, intendendo con questo una maggiore attenzione indirizzata verso l’aspetto sociale delle nostre vite, ma non ti nascondo che mi sono sempre sentito un po’ estraneo verso questi aspetti. È un modo di vedere la questione che peraltro accomunava tutti i componenti dei Whitefire.

Ai tempo dei Whitefire, come oggi, l’immagine che si aveva e si ha dell’heavy metal non era e non è propriamente lusinghiera. Penso che il quadro che si ha dei fans di questo genere musicale sia assolutamente stereotipato; si pensa ai gruppi HM come a coacervi di zucconi destroidi e sessisti che passano il loro tempo a parlare di “figa e Harley-Davidson”, immersi nel loro chiodo e con una bottiglia di Jack Daniel’s in mano.  Una parte della responsabilità di questa immagine distorta va certamente attribuita ad alcuni dei grossi nomi del genere i quali si sono proposti proprio in questo modo. Uscendo, però, dalle generalizzazioni figlie della superficialità, mi pare, da osservatore esterno, che sia un modo ingiusto e macchiettistico di rappresentare una sottocultura che comunque ha coinvolto migliaia e migliaia di giovani per decenni. Tu, che ne sei stato “militante”, cosa ne pensi ?

Anche questa è una domanda assai complessa nel senso che all’epoca, certamente, il genere che proponevamo era connotato da determinate caratteristiche a livello di look, abbigliamento , comportamenti ecc. Io fondamentalmente amavo i capelli lunghi ma, a parte questo aspetto estetico, non mi sono mai identificato con queste generalizzazioni che intendevano rinchiudere in un recinto ideale chi ascoltava o suonava hard rock o heavy metal. Mi sono trovato più volte in situazioni diverse, come musicista o ascoltatore, in situazioni come quelle evocate dalla tua domanda ma la cosa non mi ha mai coinvolto se non, giustappunto, per banali questioni estetiche. Soprattutto nella seconda fase della band, nessuno del gruppo aveva atteggiamenti o look particolari che riprendessero gli aspetti a cui ti riferivi. Questo non ci ha mai fatti sentire “strani” né ci ha mai impedito, fortunatamente, di compiere il nostro percorso all’interno della scena HM dei nostri tempi. Alla fine la sostanza era sempre la musica e non c’era bisogno di agghindarsi in modi particolari. Se eri in grado di trasmettere energia e buone vibrazioni a chi ti veniva ad ascoltare, ne catturavi comunque l’attenzione. È un aspetto che non solo non ha mai influenzato i nostri comportamenti ma non ha nemmeno minimamente inficiato le nostre possibilità di suonare nei contesti che più gradivamo.


Mario, non mi resta che ringraziarti di cuore per questa bella chiacchierata su una gloriosa pagina da troppo tempo impolverata della nostra storia rock locale. “Groovin” e “L’assalto del tempo” sono felici di poter dare spazio a un musicista simile e ad un racconto così interessante Esco per un attimo dalle ombre del passato per far presente ai lettori che nel 2020 Mario ha pubblicato un miniLp di pregevole fattura. Il titolo di questa incisione che tutti dovreste avere per regalarvi quattro tracce davvero di alto livello è “Nebulosatarantola”.

È un delicato mix di atmosfere musicali, acustiche e sofisticate, al quale hanno collaborato svariati nomi noti del panorama rock pinerolese: da Umberto “Balistica” Cerutti, già Makhnovcina e Affittasi Cantina a Bunna degli Africa Unite e soprattutto Lucio Cassinelli, attuale voce dei 68 Special, che ha prestato la sua stupenda voce a “What I Left Behind”, il pezzo secondo me più bello di questo ottimo progetto di Mario che vi invitiamo a sostenere. Regalatelo, regalatevelo, lasciatevi avvolgere dalle accoglienti braccia della musica di un ottimo chitarrista e compositore.

A presto per un nuovo capitolo di quel folle libro che è la storia dell‘underground pinerolese!!!

Guido Ross


Per chi volesse ascoltare la musica dei Whitefire, segnaliamo che sul sito Testamusic sono disponibili alcuni mp3 relativi a delle registrazioni d’epoca della band. Buon ascolto!

Lo staff

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