La musica come abbraccio globale: intervista a Roby Salvai

Roby Salvai è una figura fondamentale per il panorama musicale pinerolese. Ad eccezione di una lunga pausa di una quindicina d’anni circa, che l’ha portato all’estero per motivi professionali, da metà degli anni Ottanta è indiscusso protagonista della scena cantautoriale nostrana. Il suo però è un percorso del tutto personale, caratterizzato da un approccio intriso di jazz, di eleganza compositiva ed esecutiva, e di un afflato poetico che in zona non ha rivali. Le sue canzoni raccontano sentimenti profondi e legami inscindibili con la sua terra e con gli individui che la popolano. Una terra che non si identifica semplicemente con un preciso e delimitato fazzoletto, ma che tende ad acquisire connotazioni cosmopolite, anche in virtù dell’animo da girovago che Salvai si è costruito con le sue innumerevoli esperienze da viaggiatore.

Lo specifico approccio compositivo, che riguardi i testi o le strutture musicali, allontana Salvai dalla classica immagine del cantautore. I suoni e le armonie ricamate sotto il suo cantato, la ricercatezza degli arrangiamenti, il lirismo delle sue parole, ricalcano semmai l’universo della musica d’autore, quella che affonda le radici proprio nella finezza del jazz e dei suoi derivati. A tal proposito bisogna ricordare che Roby Salvai non è soltanto scrittore di grande talento e intenso interprete dei suoi versi, ma è anche un bassista straordinario, che si integra perfettamente in una band di musicisti di grande tecnica e sensibilità musicale come quelli che lo accompagnano nella sua recente avventura. Nuovi e vecchi amici, alcuni dei quali esponenti di spicco del jazz italiano, come ben evidenziato dai curricula in calce a questo articolo.

Nel corso dell’estate 2021 la band sarà coinvolta in una serie di date teatrali che porteranno in giro lo spettacolo “Bramaterra: sorsi di note in teatro”. La musica sarà ovviamente l’elemento principe, ma non mancheranno le contaminazioni con altre espressioni artistiche affini, come ad esempio la poesia. Ci siamo fatti raccontare di cosa si tratta direttamente dal protagonista, approfittando dell’occasione per una chiacchierata che tocca tutti gli ambiti della sua attività, dai progetti imminenti a quelli del passato, dalla sua vocazione creativa ai suoi compagni di viaggio, fino alle sue esperienze in giro per il mondo e alle sue considerazioni in merito all situazione della musica di oggi.


Benvenuto sulle pagine di Groovin’. Iniziamo l’intervista parlando del tuo progetto più imminente. In estate partirà un mini-tour che ti terrà impegnato, insieme alla tua band, in una serie di spettacoli teatrali su importanti palchi, molti dei quali tra Pinerolese e Torinese. Si chiamerà “Bramaterra”, richiamando il nome di un vino piemontese d’eccellenza. Ci racconti qualcosa più nel dettaglio? Com’è nata l’idea di uno show “eno-musicale”? Avete già definito le date delle varie tappe?

L’idea, non mia, di “Bramaterra” è stata un caso. Una sera si giocava a cercare vini e ci si imbatté in questa parola fortemente musicale e allo stesso tempo evocativa di spiritualità animista a noi totalmente sconosciuta. Solo dopo venne la conoscenza dell’eccellenza vinicola. E l’idea di intitolarvi la futura stagione live fu praticamente immediata. Racchiudeva tutto l’amore che ho per la mia terra dura, di monti, boschi, inverni rigidi e persone schive e al contempo generose. Ho ritrovato un po’ le mie origini, a lungo dimenticate e spesso ripudiate. “Bramaterra” è un buon modo di darle giustizia. Abbiamo si già alcune date fissate, tra luglio e dicembre. Altre da confermare a causa dell’incertezza del momento difficile per tutti.


“Bramaterra” sarà anche l’occasione per presentare le tue nuove canzoni, tutte scritte tra il 2020 e il 2021. Quali sono state le principali ispirazioni dei tuoi nuovi lavori?

Ho scritto 10 nuove canzoni durante questa pandemia. Ho scoperto voglia di nuove situazioni e nuovi suoni, probabilmente perché quel periodo è coinciso con un profondo e radicale cambiamento non solo della mia vita ma delle mie più indistruttibili certezze. Mutamento che se da una parte mi ha segnato dall’altra mi ha rigenerato, restituendomi forza e una più oggettiva visuale delle cose e delle persone intorno a me. Ho preso, in linea di massima, a volermi un po’ più bene. E ne sono nate canzoni dai testi sempre personali ma più leggeri, positivi, con lo sguardo verso il futuro. Mi sta nascendo molta musica tra le mani. E ho la fortuna di avere splendidi musicisti che sanno farle prendere esattamente la forma che ho in mente.

A proposito, come prendono vita le tue canzoni? Come nascono gli arrangiamenti?

Da sempre, fin da quando ero un ragazzino, le canzoni mi nascevano in mente già complete. Sentivo già chiari in testa tutti i singoli strumenti nelle loro specifiche parti. Questo dono mi è rimasto, mi accompagna da tutta la vita. Mi capita magari di svegliarmi in piena notte con una melodia in testa, mi alzo, la provo, la fisso sulla carta. Il testo arriva quasi sempre in un secondo tempo. Mi piace giocare con i termini, con l’allitterazione ed altre strutture dialettiche. Racconto, nei testi, sempre storie vere e vissute. Cercando il modo di far sì che le parole, pur essendo profondamente mie, possano essere di chiunque le ascolti ed ognuno ci possa leggere dentro un frammento del proprio vissuto.

C’è stato un tempo in cui comporre musica si riduceva ad ascoltare un riff di chitarra e ognuno dal proprio gusto ci aggiungeva il proprio strumento o una lirica. Ho sempre faticato a scrivere in questo modo: la musica va scritta su un rigo. Perché in fondo è un linguaggio con cui comunichiamo col mondo. Un libro di suoni. Mi piace pensare che qualcuna delle mie note sia un bel paragrafo in un volume molto più grande fatto della musica che scaturisce dalle emozioni di milioni di persone. Un abbraccio globale che, se scritto, chiunque un giorno potrà forse riprendere e dargli nuova vita, cambiargli abito e vestirlo di nuove emozioni oltre alle mie.

Lo scrittore Umberto Chiri, che sarà uno dei protagonisti dello spettacolo, ha fornito una sua interpretazione di “Bramaterra”, stilando un parallelismo tra l’arte e il vino, visti entrambi come il risultato di un’esplorazione delle profondità dei rispettivi ambiti elettivi. Le radici della vite che cercano la propria linfa vitale scavando anche nei terreni più aridi e irti di ostacoli, e l’artista che trova la sua ispirazione con l’introspezione del sé, soprattutto nei momenti di maggior difficoltà. Anche tu ritieni che l’arte migliore abbia bisogno di esistenze difficili? Ci sono altri parallelismi con il vino che ti hanno ispirato il percorso di “Bramaterra”?


Sono molto onorato di avere Umberto con me per questo concerto che sarà una festa di rinascita. La sua penna è capace di dinamiche che emozionano quanto una bella melodia. Sicuramente le difficoltà, specialmente di natura emotiva, hanno grande parte nell’espressione di qualsiasi artista. Ma, ed eccomi agli altri parallelismi, se è vero che la vite fatica e soffre ed ha vita dura nello spingersi attraverso profondità pietrose, è altrettanto vero che il suo frutto è di una dolcezza infinita. Non solo: la vendemmia è da secoli un momento di festa, di riunione, di canti e balli, piedi nudi e sottane alzate pestando le uve nei tini. Vendemmia era, e ancora molto è, musica, cibo buono in compagnia.

E poi ancora il vino è ebbrezza, risate, succo fresco e frizzante che disseta nell’arsura… E tutto questo, in fondo, è ciò che si ritrova nella musica, nella sua più vera e viva espressione ovvero il farla su un palco tra la gente. Il vino è festa. La musica è festa, in questo momento più che mai.

Per meglio contestualizzare il tuo approccio stilistico, credo sia opportuno affrontare a ritroso la tua storia musicale. Sappiamo che i tuoi esordi giovanili sono riconducibili all’hard rock. Oggi invece sei un cantautore che fa della raffinatezza sonora il suo marchio di fabbrica. Basti vedere il background dei musicisti di cui ti avvali, tendenzialmente di scuola jazzistica. Come si sviluppa un percorso che porta dall’heavy metal alla musica d’autore? Che cosa ha scatenato in te questo mutamento di direzione?

In realtà il rock duro e l’heavy metal hanno rappresentato un momento sicuramente importante della mia vita artistica ma piuttosto breve: ho iniziato a suonare a 7 anni al Corelli. A 14 anni suonavo, insieme a musicisti poi diventati praticamente tutti importanti esponenti del panorama musicale nostrano, musiche inedite di genere progressive rock (eravamo gli Esdra). La parentesi rockettara va dal 1985 al 1990. Cinque anni soltanto, molto intensi. Ma soltanto cinque anni. Parallelamente all’impegno con i Whitefire già lavoravo ad una musica mia, fatta di sonorità diverse, scritta e concepita in modalità diverse con musicisti di diverse provenienze.

Dal 1996, indubbiamente, l’ingresso, come bassista, in formazioni jazz e new age ha ulteriormente cambiato i miei gusti musicali e il modo di suonare il mio strumento. La musica che attualmente suono è quella che avevo in testa a 16 anni. Ciò che ora, su un palco, con questi musicisti, esce dalle casse e arriva alle orecchie e al cuore delle persone è la più autentica espressione di me stesso. È davvero un’onda che cresce, citando Finardi. E mi ci lascio trasportare.

So che ci tieni molto a sottolineare l’autenticità della musica che fate tu e la tua band. Niente artifici, niente manipolazioni elettroniche, solo gli uomini e i propri strumenti, con le proprie capacità tecniche ed espressive. Un approccio in aperta polemica con molte tendenze contemporanee. Ma c’è qualcosa che salvi della musica di oggi? Che musica ascolta Roby Salvai?


Credo nella musica suonata. Detesto le basi campionate, i suoni creati dalle macchine. Fondamentalmente perché ritengo che nessun computer, looper, drum machine avranno, e per fortuna, mai la stessa dinamica e capacità espressiva di una mano sapiente. Ma detto questo lungi da me qualsiasi polemica. Ognuno faccia arte come meglio crede. Ritengo che oggi, nonostante il dilagare della musica fatta in casa esistano bravi autori. Ed è pieno, veramente pieno, di gente brava a suonare e cantare. Tanta. E giovane. È zeppo di talenti. Forse, ma è solo un parere personale, manca un po’ oggi quella carica emotiva, quella energia che fluiva dal palco da PFM, Banco del Mutuo Soccorso, New Trolls… La stessa che fluiva da Led Zeppelin, Yes, ecc. C’è bisogno di ritrovare un po’ la musica suonata.

Cosa ascolto? Di tutto. Se studio, e studio molto, ascolto Uzeb, Weather Report, Jaco. Ascolto volentieri Fossati. Ma ascolto anche Čajkovskij, Lorenzo, Led Zeppelin, Rush, Vasco. Della musica attualmente in voga, il rap, non amo le sue sonorità ma anch’essa influenza il mio scrivere: sono affascinato dall’idea di mettere in musica testi quasi parlati e spesso mi accade di utilizzare questa tecnica vocale nelle mie recenti composizioni. Ciò che poi cerco in assoluto è la dinamica, i forti e i piani, l’espressione.

Non ascolto le cover: ritengo un limite alla creatività la dilagante moda delle cover band, e il limite più grave che ne deriva è che i locali dove si può fare musica previlegiano questo tipo di gruppi. Manca un po’ la fede nel nuovo. Se tutti suonassero cover ,”Stairway to Heaven”, x dire, non sarebbe mai stata scritta. Io investirei maggiormente su chi propone inediti. Ma è una questione di marketing, mi rendo conto. Credo però che andrebbe superata. Se ci pensi negli anni 80, qui a Pinerolo, c’erano venti band e più, e soltanto due o tre suonavano cover. Tutti producevano brani propri, c’era un grande fermento creativo. Che ha dato i suoi frutti: penso agli stessi Whitefire, agli Africa, Gerardo Cardinale e molti moltissimi altri diventati nel tempo artisti a tempo pieno. C’era la voglia, la spinta di suonare e cantare emozioni proprie e non di altri.

Con umiltà e consapevolezza di essere, come dice il mio amico e maestro Max Moriena, operai e manovali della musica. Insomma farsi il culo per creare qualcosa di nuovo e di buono. E io continuo fortemente a credere che questa sia la strada giusta da percorrere.

A proposito di band, chi sono i tuoi compagni di viaggio? Come vi siete incontrati e qual è il vostro rapporto artistico e umano?

Nel ’99, dopo il mio ultimo concerto (uno splendido concerto, al Circolo Sociale, insieme a maestri come Ciro Cirri, Guido Neri, Daniele Bianciotto, Gerardo Cardinale) partii per l’Africa mettendo sotto al letto il mio basso e la mia musica per quasi 20 anni. Nel 2017 ricevetti un SMS dal maestro Moriena: “Dobbiamo rifare la tua musica. È uno spreco non farla vivere”. Credevo fosse un’emozione momentanea. Invece Max non mollò la presa e la mia musica riprese a vivere. Dopo un primo breve periodo con una formazione diversa si consolidò lo scheletro dell’attuale band, con il Quartet composto da me, Luca Corongiu alla batteria, Max Moriena al pianoforte e Pino Sardella alle chitarre.

Mesi dopo ci fu un nuovo ingresso che cambiò radicalmente le mie canzoni, Gianluigi Corvaglia al sax, un professionista eccezionale e un amico. Dopo pochi mesi a Gianluigi subentrò Micky Chiaravalloti, e con lui la formazione divenne stabile. A fine 2019 l’ultimo apporto fu l’entrata in band del maestro Giorgio Damiano, al violino e alla chitarra classica. Ed è con questa definitiva formazione che ora il Roby Salvai Ensemble si presenta al pubblico. Dal punto di vista umano ho trovato degli amici insostituibili. Vicini nei periodi bui e costanti nella loro fede in questo progetto musicale. Sono i miei amici più cari. E nessuno di loro sarà mai sostituibile. Nella vita come sul palco.

Sappiamo che nella tua storia personale c’è una parentesi estremamente importante che ti ha portato a vivere e lavorare in Africa per circa vent’anni. Ci piacerebbe ci raccontassi qualcosa di quell’esperienza. Che cosa ti ha condotto lì? Che cosa ti porti dietro e, in particolare, quanto di quell’esperienza si ritrova oggi nella tua musica?


L’Africa nella mia vita ha avuto ed ha un gran peso. Incontrata per caso nel ’94 è diventata prima passione e poi professione: sono stato una Guida per 15 anni in svariati paesi di quel continente. Ho incontrato migliaia di persone e ognuna di loro mi ha lasciato dentro tracce che fanno di me l’uomo che oggi sono. Suoni, canti e danze mi hanno aperto la mente a nuove musicalità. Ma soprattutto l’Africa mi ha insegnato il saluto. In Europa non ci si saluta più, e l’aver vissuto a lungo laggiù mi fa percepire in modo marcato questo nostro camminare senza interazione con chi si incrocia nella vita di tutti i giorni. Io saluto anche i pali della luce e non credo cambierò.

Pur essendo un autore molto prolifico, non hai, almeno nel periodo più recente della tua vita artistica, pubblicato le tue canzoni. C’è un motivo per questa scelta? C’è nel tuo futuro più o meno prossimo l’idea di un progetto discografico? Esiste una discografia ufficiale di Roby Salvai?


In realtà esistono due CD live del Roby Salvai Ensemble. Uno unplugged e l’altro full band (acquistabili soltanto ai concerti della band, n.d.r.). Entrambi registrati in svariati concerti del 2019 e 2020. Registrazioni live non remixate, lasciate così come son state suonate. La bontà dei suoni è davvero mirabile. Il service e il fonico che da tre anni ci seguono, la Power Light di Luca Martinasso, ci hanno consegnato un prodotto di grande qualità audio. Le dinamiche sono incredibili. Pare davvero un lavoro fatto in studio. Per quanto riguarda il futuro stiamo lavorando su un EP, che vedrà la luce nel 2022.

Per concludere voglio farti una domanda di attualità. Da persona che ha girato il mondo e ha evidentemente sviluppato una sensibilità fuori dal comune, come leggi l’attuale situazione della musica, la cui crisi ormai conclamata si è aggravata in modo quasi irrimediabile in seguito alla pandemia? Come possono uscirne gli artisti e i lavoratori dello spettacolo?


Come dicevo poco prima, occorre uno sforzo di fiducia da parte delle strutture che hanno la possibilità di fare musica dal vivo. I costi sono sempre alti e i locali sono restii ora più che mai a investire denaro in eventi musicali. Noi, da parte nostra, ci siamo sforzati di limitare al minimo le richieste economiche facendo a nostra volta investimenti: abbiamo un impianto audio da concerto da 5000 Watt, che limita fortemente la spesa per chi dovesse farci esibire. Inoltre, suonando inediti tutelati non tramite SIAE, abbiamo una liberatoria che libera gli operatori dall’obbligo di versare le tasse circa i diritti d’autore, il che significa che un nostro concerto prevede una tassa esclusivamente per i diritti di spettacolo che dai 170 Euro soliti scende a una decina di Euro. Insomma ci va uno sforzo bilaterale.

La musica è arte e l’arte va pagata. Ma è necessario venirsi incontro e fare in modo di riempire le piazze di note. Anche le istituzioni dovrebbero essere più attente e sensibili e dare più spazio alle manifestazioni artistiche, ora troppo imbrigliate in iter burocratici e pianificazioni troppo rigide. Partiamo dalle strade, riempiamole di musica. Facciamo ballare la gente. Torniamo a vivere.


Roby Salvai ci tiene a precisare che i concerti di “Bramaterra” saranno completamente gratuiti per il pubblico. Tutte le spese per gli allestimenti saranno a carico della band, che si dice aperta all’appoggio di eventuali sponsorizzazioni private, per le quali saranno messi a disposizione vari spazi sulle locandine. In attesa che questo tour parta, possiamo almeno virtualmente, attraverso i filmati disponibili sul canale ufficiale del Roby Salvai Ensemble, assaporare le sensazioni che questa straordinaria formazione è in grado di suscitare. Nel ringraziare Roby per la sua disponibilità, condividiamo con piacere queste note come assaggio dei prossimi spettacoli, dei cui dettagli vi daremo conto molto presto.

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I curricula dei musicisti del Roby Salvai Ensemble

MASSIMO MORIENA
Classe 1965
Inizia a studiare jazz con il M° Gianni Negro presso il centro jazz di Torino. Proseguirà poi per 5 anni con il M° Aldo Rindone. Partecipa a seminari di Furio Di Castri, Flavio Boltro, Enrico Pieranunzi ed Enrico Rava. Nel frattempo percorre l’attività musicale con varie formazioni locali quali Hard Rain, Blooming Sound, Audio. Nel 1990 fonda, in qualità di Vicepresidente e titolare, la scuola di musica “Centromusica” di Pinerolo, arrivando a gestire le attività di insegnamento in pianoforte, teoria e solfeggio, composizione e musica d’insieme, con il M° Andrea Guariso ed il M° Michele Bianco. Nel frattempo collabora con Gianni Basso, Paolo Fresu, Aldo Rindone, Andrea Allione, Tullio De Piscopo, Michele Bianco, Barbara Mavilia, l’orchestra da camera “J.S. Bach” di Benevento diretta dal M° Franco Negri, Andrea Rapaggi, Massimo Lafronza e Nando Massimello.

Nel 1993 partecipa a una tournée europea con la formazione di musica gotica “Ordo Equitum Solis”, con la registrazione del CD dal vivo “Paraskenia”. Nell’ambito del medesimo progetto, nel 1995 suona in Russia e registra un concerto dal vivo per il primo canale televisivo russo presso gli studi televisivi di Mosca. Nello stesso periodo, partecipa al Festival Europeo Musicale a Kaliningrad (Russia). In seguito, sempre con la stessa formazione, parte per un tour negli Stati Uniti e Canada per una serie di 32 concerti presso Università, Teatri e locali in Baltimora, Cleveland, Pittsburg, Houston, Dallas, Philadelphia, Montreal, Quebec, New Orleans.

Collabora dal 1994 con il Gerardo Cardinale Trio, con concerti in tutta Italia e con la registrazione del CD “Orizzonti Mobili” ed in seguito con il Gerardo Cardinale Quartet con Daniele Bianciotto e Roberto Salvai. Nel 1996, dà il via a una collaborazione di arte pittorica con performance dal vivo insieme al pittore Luigi Piras.

Partecipa nel 1995 al Festival Internazionale d’autunno di Pinerolo con il Gerardo Cardinale Ensemble e gli Architorti, e nella sezione “piano solo” con artisti del calibro di Franco d’Andrea. Dal 2003 è pianista del Barbun Street Quartet con Roberto Coli, Federico Ariano, Daniele Bianciotto, Dino Tonelli, Mario Crivello, Dino Tonelli e Gianluigi Corvaglia. Ha collaborato inoltre con lo scrittore Fausto Coucourde, con Michele Chiaravalloti, Giuliano Scarso e Roberto Coli (con Barboun Street Quartet). Da segnalare la performance per un reading dal vivo presso il salone del libro di Torino nel 2012. Continua tutt’ora l’attività come musicista con formazioni varie in ambito Jazz e Pop e come insegnante.

ROBERTO SALVAI
Classe 1964
Nel 1971, all’età di 7 anni, si iscrive al Civico conservatorio Corelli di chitarra classica a Pinerolo (Torino), presso cui ottiene il diploma in solfeggio nel 1975. Nello stesso anno inizia lo studio della chitarra folk col maestro Mario Scrivano e si avvicina al basso elettrico da autodidatta con un basso autocostruito. In seguito studia lo strumento prima col maestro Luigi Barcellari poi in corsi e seminari della scuola di musica di Saluzzo. Nel 1977 forma la prima band. Cantine come sala prove, raccolta e vendita di stracci e cartoni per raccogliere il denaro per l’affitto degli strumenti.

Nel 1980 partecipa al 1° festival del rock italiano, arrivando con un proprio brano in semifinale. Nello stesso anno si esibisce al teatro Regio di Torino. Nel 1981 primo demo per la label Disco Top con una band di progressive rock, gli Esdra, con Lucio Cassinelli, Mario Bellia, Daniele Bianciotto e un giovanissimo Madaski (attuale leader degli Africa Unite).

Nel 1983 fonda la Roby Salvai Band con cui propone i suoi primi brani in lingua italiana. Nel 1986, parallelamente all’attività di cantautore, diventa bassista e vocalist di una band di hard rock, i Whitefire, con i quali ottiene un contratto di management dalla Music Box Promotions di Klaus Byron, Pietrasanta di Lucca, ed un conseguente gran numero di concerti in tutta Italia e nord Europa. Partecipa al Whiplash Festival di Torino ed il demo Lust and Pleasure compare nelle classifiche underground in Belgio, Olanda, Spagna ed in Germania. La label Fly By Night diviene editor e produttore della band. Nello stesso anno compare come cantautore sul vinile “Genti Emergenti” prodotto dalla Sombrero Records e dal maestro e compositore Vincenzo Mazzà, e sulla compilation 33′ “Not Just Spaghetti and Mandolini”, prodotta dalla label Amtal Blade e distribuita in tutta Europa con la supervisione di Nick Griffith.

Nel 1985 il suo brano “Vivo” viene selezionato da un produttore torinese per il Disco per l’Estate, antesignano del Festivalbar, ma il progetto non ha seguito per l’impegno economico insostenibile. Nel 1988 un altro suo brano esce sul vinile SuonoModo, prodotto dall’Associazione Musicisti di Pinerolo. Nel 1990, dopo l’incisione dei master del vinile “War”, prodotto dalla Fly by Night, termina l’esperienza Whitefire e, come cantautore, partecipa ad una campagna triennale di sensibilizzazione alle problematiche sociali in India per conto della ASSEFA mediante una serie di spettacoli. Nel 1991 si avvicina al jazz, entrando a far parte del quartetto jazz di Eloisa Bernardo, pur continuando l’attività di cantautore e collaborando con svariate band pop e rock. Nel 1999 in collaborazione con il Lions Club propone i propri brani in teatro, orchestrati per l’occasione dal maestro Massimo Moriena e dai maestri Guido Neri e Ciro Cirri degli Architorti.

Dal 1996 al 2004 è bassista nel Gerardo Cardinale Quartet con Massimo Moriena, Daniele Bianciotto e Gerardo Cardinale, con i quali si esplorano nuove vie di jazz new age. Nello stesso anno parte per l’Africa dove, per 15 anni, svolge attività di guida professionista in molti paesi del continente, accantonando l’attività musicale professionista e pubblicando diversi libri per svariate case editrici (Mucchi Modena, Polaris Firenze, Effata Torino ed altre). Nel 2016, a 52 anni, riprende l’attività di musicista e compositore con il Roby Salvai Quintet.


PINO SARDELLA
Nato a Riesi (CL) IL 27/09/1967, incomincia a suonare la chitarra all’età di 12 anni. fondando con un gruppo di amici di quartiere, la cover band “KROON”, sperimentando negli anni la ricerca di un suo suono personale. Parallelamente intraprende gli studi di chitarra classica al Conservatorio “Corelli” di Pinerolo sino a diplomarsi in solfeggio al Conservatorio “G.Verdi” di Torino. Ma la chitarra elettrica domina e si perfeziona seguendo dei corsi privati col maestro Miky Bianco, insegnante all’accademia “Lizard “di Vercelli. Parecchi sono stati i gruppi locali dove ha suonato con diverse influenze musicali.

Nell’anno 1989 con i “Four B” incide un brano sul vinile GENTI EMERGENTI edito dalla Sombrero Records. Nell’anno 1995 entra a far parte del gruppo “SESTO SENSO” cover band dei Nomadi, incidendo 2 CD. Nel 1998 e ’99 con il gruppo partecipa ad una tournée in Bosnia Erzegovina a favore della pace in quella terra devastata dalla guerra. Abbandona il gruppo nell’inverno 2008. Nel 2009 diventa lead guitar del gruppo “SENSAZIONI”. Attualmente, continuando l’attività con la sua band, è chitarrista del Roby Salvai Quintet.


LUCA CORONGIU
Classe 1975.
Si avvicina alla batteria giovanissimo, come autodidatta. Nel 1991 inizia un percorso di formazione presso il Centro Jazz con il maestro Enzo Zirilli. Seguito dai maestri Mattia Barbieri e Carlo Cannarozzo nel 1994, diciottenne, entra a far parte di una nota U2 tribute band del pinerolese, i Tre Della Piazza, con Pascal Simonetti alla chitarra, Marco Priotti alle tastiere e Roberto Salvai al basso, iniziando ad esibirsi in numerosi concerti. Nel 1995 è batterista della cover band Big Mama, con Enrico Gilli, Pascal Simonetti, Manuela Giraudo, Davide Gamba ed Alex Colognese, restando con questa formazione fino al 2005, con oltre 100 concerti all’attivo in tutta Italia. Nel 2005 sospende l’attività di musicista attivo, continuando lo studio dello strumento senza impegnarsi con formazioni fino al 2010, anno in cui riprende l’attività live e riforma i Big Mama con nuovi elementi, gruppo col quale tutt’ora è impegnato.

Nel 2016 aderisce al progetto musicale del Roby Salvai Quintet.


MICKY CHIARAVALLOTI

Studia tecnica e improvvisazione jazzistica con Alfredo Ponissi. Negli anni 80 e 90 fa parte della Big Band Orchestra Stabile del Teatro Marenco (diretta da Roberto Andreoli) mentre coltiva contemporaneamente la propria passione per la musica jazz rock e funky suonando in varie formazioni (Nuova Lega, GinoSupino, Bring On The Night). A partire dal 2002 fa parte della band del cantautore cuneese Fabio Borelli con il quale registra un CD (“Come Un Deja-Vu”), esegue diversi concerti e partecipa a una tournée in Russia nel 2010. Dal 2010 al 2012 è membro della Mellowtone Orchestra diretta da Riccardo Zegna.

Vanta collaborazioni con il maestro Enrico Sabena con cui registra colonne sonore per film (“Corazon de Mujer”, “Medusa”), documentari e spot televisivi. Attualmente è membro del quartetto Via Con Me di Enzo Fornione (tributo a Paolo Conte), del gruppo Eclysse (Pink Floyd Italian Show) e dei Barbun Street (Sting tribute band). Collabora inoltre con l’Orchestra Fondazione Fossano Musica, ed è sax del Roby Salvai Quintet.

GIORGIO DAMIANO

Nato a Pinerolo nel 1993, inizia a studiare chitarra e violino presso l’Istituto Musicale “A.Corelli” della sua città, per poi proseguire gli studi presso il conservatorio “G. F. Ghedini” di Cuneo. Oltre agli studi classici, da più di dieci anni è attivo nel panorama della musica tradizionale, con partecipazioni anche a festival internazionali. L’interesse e la passione per la musica popolare lo vedono impegnato come musicista e cantore nello storico gruppo “Badia Corale Val Chisone”, che dal 1967 si occupa del recupero del repertorio popolare delle Valli Chisone, Pellice e Germanasca. La sua attività poliedrica si arricchisce anche della recente collaborazione con il gruppo “Mechinato”, folk-band di Barge che nel corso degli anni ha ottenuto importanti riconoscimenti e vittorie in numerosi festival e concorsi nazionali. Diplomato in chitarra classica presso il conservatorio di Cuneo, aperto alla sperimentazione musicale, nel 2020 entra a far parte del Roby Salvai Ensemble.

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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