Groovin’ Story: la recensione di “One Night At Naima” dei Disco Inferno

Nel 2005 usciva “One Night At Naima”, uno dei tanti episodi discografici dei Disco Inferno. Da sempre il gruppo ama lasciare tracce di sé attraverso la pubblicazione di registrazioni di tour e concerti. Una scelta abbastanza inusuale per una cover band, ma è un’abitudine che ha permesso alla formazione pinerolese di disseminare la propria storia con testimonianze concrete delle tappe in cui essa si è dipanata. Soprattutto in relazione ai numerosi cambi di formazione di volta in volta intervenuti a cambiarne la fisionomia. La discografia della band consta, a oggi, di circa una decina di titoli, tra i quali anche questo CD, uscito proprio a cavallo di una delle tante variazioni di line-up. Nel live del Naima i Disco Inferno suonavano con Sebastiano Leonardi e Alessandra Turri alla voce, Claudio Devecchi alla chitarra, Paolo Gambino alle tastiere, Paolo Bruno al basso e Carlo Cannarozzo alla batteria. Una delle ultime volte in cui fu possibile vederli così, prima delle novità che di lì a poco avrebbero nuovamente scosso le loro vicende variopinte.

Il disco ve lo raccontavamo così.


Da www.groovin.it – 2005

ONE NIGHT AT NAIMA – Disco Inferno

Il suono un po’ intubato; le voci che sembrano asciutte, rese secche dalla minore percezione degli effetti; un’equalizzazione non sempre perfetta, anche perché plasmata ad hoc sulle caratteristiche fisiche della fruizione che è necessariamente diversa da quella “giusta” per un disco; gli inconvenienti tecnici con la loro dose di imprevedibilità. Il tutto dovuto alle inevitabili conseguenze che l’esibizione live porta con sé. Quel riflesso della più o meno intensa energia che si percepisce quando si sta su un palco, protagonisti di un rapporto quasi simbiotico con i feedback che impietosi fanno ritorno dalla platea. Un circolo (a priori, non è dato sapere se virtuoso o vizioso) che quasi mai risulta evidente nell’estemporanea partecipazione collettiva dei concerti, quando le emozioni irrazionali, il senso di appartenenza eminentemente rituale, le linee di forza che uniscono artisti e pubblico in un unico grande catino dove magnetismi metafisici si mescolano in uno scambio reciproco, prevalgono, salvo non rare eccezioni, su considerazioni di carattere tecnico. Sfaccettature che però è possibile scorgere in quel sound particolare tipico della presa diretta che nei decenni scorsi, prima dell’avvento dell’era informatica e delle sue nuove e più evolute forme di pirateria, caratterizzava i cosiddetti “bootleg”, registrazioni più o meno autorizzate di concerti che si trovavano sulle bancarelle ai mercatini delle pulci, su qualche catalogo per la vendita per corrispondenza e, a volte, persino nei supermercati. Alcune collane poi presentavano un retro di copertina su cui una mano stilizzata sintetizzava la qualità audio della registrazione. Pollice in su, qualità buona; pollice orizzontale, qualità discreta; pollice verso, qualità scarsa. Il fascino del bootleg stava però nel suo essere testimonianza dell’unicità del concerto, specie nel caso di quegli artisti che sanno sfruttare il live per uscire dagli schemi imposti da esigenze discografiche e riescono a fare di una serata dal vivo, un’esperienza unica ed irripetibile. E così capitava di scoprire, tra polverose cianfrusaglie ed oggetti di antiquariato, un vinile in cui una canzone ascoltata migliaia di volte, grazie ad un’esecuzione dal vivo catturata da un cacciatore di frodo, sembrava rinascere a nuova vita, risultava capace di suscitare rinnovate emozioni. E oggi il progresso non ha permesso soltanto una maggiore diffusione, spesso al limite della legalità, del materiale musicale, ma ha anche aumentato notevolmente le possibilità di realizzare registrazioni di ottima fattura grazie alla tecnologia digitale senza nemmeno dover affrontare costi proibitivi, conferendo a quelle esperienze uniche la meritata possibilità di un ascolto qualitativamente gradevole. 

“100% bootleg” è anche il marchio di fabbrica che campeggia sulla copertina cartonata della nuova e particolare uscita discografica dei Disco Inferno, “One night at Naima”, presentata sabato 14 maggio presso la discoteca Guell di Bricherasio. Si tratta della registrazione del concerto tenuto al Naima di Forlì il 19 marzo scorso, riversata su CD in modo quasi integrale, senza alcun aggiustamento da studio. Niente a che vedere per altro con quei dischi pirata di cui si parlava prima: qui l’esecuzione digitalizzata dal minidisc risulta quasi perfetta, non di rado paragonabile ad un qualunque altro prodotto da studio. La grande grinta della band e le inconfutabili capacità dei sei musicisti dunque non vengono minimamente scalfite, e la pienezza del suono che esce dalle casse è assolutamente soddisfacente, il nostro pollice non può che rivolgersi verso l’alto a manifestare la nostra più insindacabile approvazione. Ma nel contempo non mancano, e questo è tipicamente “bootleg”, cori lievemente stonati (forse un po’ troppi!), volumi aggiustati in corsa e brani tagliati con dissolvenze in ingresso o in uscita a mascherare inconvenienti tecnici come, ad esempio, la fine del minidisc su cui è registrato il concerto. Manca anche il classico boato del pubblico tra un pezzo e l’altro che nei dischi dal vivo “ufficiali” viene solitamente enfatizzato all’inverosimile. Malgrado i suoi già sottolineati pregi sonori che senza dubbio appagano l’ascolto, per certi versi il disco profuma moltissimo di autoregistrazione, come dire?, a scopo “didattico”. Insomma quella a cui i gruppi ricorrono per studiarsi (d’altronde, per stessa ammissione dei Disco Inferno, questa era in origine la sua destinazione d’uso), per capire dove si è lavorato bene e dove invece sussistono elementi ancora poco convincenti, quella del cui riascolto si sente l’immediata e urgente necessità dopo il concerto, un po’ per spirito critico e per esigenza di miglioramento e crescita ottenibili certamente a partire dai propri errori, ma anche un po’ per desiderio di autocompiacimento nel ritrovare fissati su un supporto tangibile quegli elementi positivi che sono segno inequivocabile dell’energia dello show appena passato. Una registrazione che riporta i Disco Inferno, una delle migliori band che Pinerolo abbia sfornato negli ultimi cinque anni, almeno stando ai successi riscossi in giro per la Penisola, ad una dimensione, per così dire, “umana”, molto vicina all’universo dei gruppi di base nell’accezione più positiva possibile del termine. Per me che ho avuto l’onore di passarci in una delle mie tante serate alcoliche, riascoltando in macchina One Night At Naima per un attimo ho avuto come l’impressione di venire catapultato sul furgoncino blu dei Disco Inferno, mentre dopo un concerto, sgombrato il palco dall’impianto, sostituiti i vestiti di scena, lavato via il trucco dal volto, finita la gestione del merchandising, c’è ancora tempo per un sorso di Jack Daniels o una capatina al primo autogrill per fare colazione. E intanto si riascolta la registrazione della serata e se ne rivivono le stesse irripetibili sensazioni, magari amplificate da una soddisfazione eccitata, orgasmica. Ottima idea quella di non ritoccare nulla. Non si mantengono solo gli errori, non si testimoniano solamente gli intoppi tecnici, ma anche le vibrazioni, quelle positive, si scattano delle istantanee. E per chi non ha vissuto in prima persona quei momenti, una risata di Seba che interrompe il cantato o le parabasi di Ale che interpella il pubblico finiscono per solleticare ulteriormente l’immaginazione, ci trasportano per un’ora abbondante nell’atmosfera dello show e rendono tutto ancora più ricco di calore.

Ma “One night at Naima” non si esaurisce qui. E’ soprattutto un disco celebrativo. Negli ultimi due anni i Disco Inferno hanno più volte cambiato formazione e proprio di recente è entrato nella band Paolo Battaglino, il quarto (quinto se si considera anche il periodo pionieristico dei Night Fever) chitarrista della sua storia. Da un paio d’anni, inoltre, è in vendita “Live at Fillmore”, registrazione datata novembre 2002 realizzata nel locale di Cortemaggiore con una formazione che annoverava ben tre elementi che nel frattempo hanno lasciato la band, Serena Gambel, Ivano Gruarin e Roby Pretto. Non esisteva pertanto una testimonianza del passaggio di due tra i protagonisti della storia recente del gruppo: Sebastiano Leonardi alla voce, ma soprattutto Claudio Devecchi, chitarrista che oggi è già un ex. Se per il primo ci saranno sicuramente, nel prossimo futuro, occasioni per sentirlo ancora, magari anche fissato su un supporto discografico, per il secondo invece si è recentemente conclusa l’avventura con la band pinerolese, e in qualche modo One Night at Naima è anche un omaggio alla sua preziosa collaborazione. E’ stata davvero una bella sorpresa per tutti, durante il concerto del Guell, vedere Claudio un’ultima volta indossare i costumi di scena da paladino degli anni 70 e duettare con Battaglino in un simbolico passaggio di consegne. Un musicista di razza, Claudio, 38 anni di cui quasi venti da professionista, una personalità tanto forte sopra il palco quanto pacata al di sotto, tecnica e gusto sopraffini con i quali ha saputo trasformare sempre indistintamente tutti i pochi spazi che il genere lascia alle invenzioni artistiche in occasioni fondamentali per suscitare grandi emozioni, con le sue ritmiche piene di groove e i suoi soli mai scontati. A lui va il nostro più incondizionato “in bocca al lupo” per i suoi progetti futuri ed un ringraziamento perché la sua musica lascerà sicuramente una traccia indelebile. Ascoltare il disco per credere…

ones 

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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