KALACAFÈ – Kalamandra

Siamo nel 2005. I Kalamandra stanno per svoltare e, dopo tre demo autoprodotti, hanno l’occasione della vita. Una produzione curata da nomi altisonanti dell’indie italiano per un disco che rimarrà in qualche modo il loro canto del cigno. Su Groovin’ raccontammo così quel mini-album, nel quale suonò la formazione storica, composta da Nicola Lollino (tastiere e voce), Marco Gentile (chitarra e violino), Mattia Siccinio (sax), Dario Balmas (basso) e Alessandro Raise (batteria).

Ones


Da www.groovin.it – 2005

Sulla stufa la Moka comincia a gorgogliare e il suo profumo inonda dolcemente la cucina. Un aroma intenso porta con sé atmosfere che sanno di intimità domestica e di colazioni a letto, di break che spezzano giornate pesanti, di sferzate d’energia mentre fuori è ancora buio e gli occhi fanno fatica a schiudersi. Rumori e odori che, per la loro tradizione di lunga data e le connotazioni esotiche, hanno origini lontane, nel tempo e nello spazio. Ma sono figure che nello stesso istante sono molto prossime al nostro mondo, fanno parte di un’iconografia nitida dai contorni ben
delineati. Figure che ci risultano assai familiari perché hanno il grande pregio di rientrare a pieno titolo nel corpus scenografico della nostra appartenenza nazionale. Per una volta, però, quale che sia il rimando immaginifico che ne scaturisce, il caffè diventa protagonista di un evento che esula dalla sua specificità rituale per candidarsi a diventare emblema di un universo semiotico più generale ma non per questo meno rappresentativo della nostra cultura, la cui manifestazione esteriore è data da quell’agglomerato di suoni, ritmi, melodie, sensazioni e vibrazioni intense che da sempre chiamiamo musica.


Dopo quasi un anno di attesa sta per uscire finalmente il nuovo disco dei Kalamandra. Nel titolo, “Kalacafè, si fondono il nome di una delle nostre band più amate e la più tipica tra le bevande nazionali, che in questo contesto si erge a paradigma degli elementi stilistici e del sentimento di appartenenza culturale del gruppo di Nicola Lollino. “Kalacafè” fa parte della collana della Room Service Records, marchio ideato da Paolo “Gep” Cucco, già batterista dei Mau Mau e di Mao, con l’obiettivo di promuovere gli aspetti maggiormente “cameristici” della musica attraverso la selezione di artisti e gruppi che tendono a portare in primo piano, anche se non sempre in modo necessariamente esclusivo, sonorità acustiche e toni confidenziali lontani dall’espressività urlata tipica della nostra modernità. Dopo tre demo autoprodotti, di cui solo due distribuiti al pubblico, “Kalacafè” può essere considerato a buon titolo il primo disco ufficiale dei Kalamandra.


L’occasione per realizzare il disco è arrivata circa un anno fa – esordiscono i Kalamandra nel nostro incontro – in un momento che non poteva dimostrarsi più propizio. Stavamo attraversando una fase di stallo in cui cominciavamo a porgerci molte domande sul nostro futuro. C’era bisogno di uno stimolo forte e questa opportunità è stata proprio quello che ci voleva. Dopo tre anni di lavoro, finalmente, siamo stati presi in considerazione dagli addetti ai lavori. È anche un premio per i nostri sforzi.


“Kalacafè”, dunque. Il caffè che ci ricorda vaste piantagioni in terre remote, un esotismo che diventa sigla dell’etnicità, dell’amore per i viaggi e per territori da esplorare. Ma anche il “café”, quello con una effe sola della dizione francese, quello che ci riporta all’epoca dei café chantant, i fumosi locali in cui si esibivano gli antesignani degli chansonnier d’oltralpe, da Aristide Bruant, passando per Charles Trenet, fino a Brassens, Brel, e via dicendo, con le loro storie ambientate nei bassifondi, tra vicoli scuri e bar affollati, che tanto hanno influenzato le varie generazioni cantautoriali europee, non ultime quelle nostrane, da Tenco a Vinicio Capossela. Ma anche il Caffè, quello tutto italiano, simbolo per eccellenza del nostro costume nazionale, per buona parte di noi appuntamento
quotidiano irrinunciabile.

Nella musica dei Kalamandra ci sono un po’ tutti questi elementi, dosati sapientemente in una gustosissima miscela, anche se l’elemento dell’italianità sembra spiccare su tutti gi altri. “Crediamo che nelle nostre canzoni – asserisce la band al completo, senza tentennamenti – sia possibile scorgere rimandi alla nostra società, a un’Italia alla “soliti ignoti”, a tutto ciò che di grottesco c’è nella nostra cultura nazionale. E poi la nostra musica è proprio come il caffè: scura ed amara e nello stesso tempo energica, diciamo ‘caffeinica’.”

Sulla copertina, realizzata dagli stessi Kalamandra senza affidarsi a grafici professionisti, campeggiano una caffettiera napoletana e una tazzina metallica. In verità, nella loro lucentezza quasi abbagliante, appaiono un po’ troppo “nuove” perché possano assurgere pienamente a simbolo dell’anacronismo nostalgico cui inevitabilmente sono collegate; ma forse, proprio per questa contraddizione, sanno creare un azzeccato contrasto tra tradizione e modernità, dicotomia che è anche cifra stilistica dei Kalamandra, da sempre artefici di interessanti alchimie in cui si fondono sonorità popolari con strutture e ritmi attuali, senza dimenticare le strizzate d’occhio alla tecnologia
che emergono soprattutto nell’utilizzo del violino elettrico, già di per sé una presenza quasi ossimorica.


Tra i credits del disco compaiono molti nomi altisonanti. In primis, il già citato Paolo GEP Cucco, che si è occupato della produzione artistica. “L’incontro con Gep – ci viene spiegato – è stato piuttosto casuale ma la sua presenza è risultata fondamentale. Grazie alla sua grande esperienza è riuscito ad essere per noi un appoggio talmente importante che lo si potrebbe considerare a buon titolo il sesto elemento dei Kalamandra. Noi non volevamo stravolgere i pezzi e lui ci ha capiti immediatamente. Anche nei suggerimenti che ci ha dato ci ha lasciato molta libertà di azione” In effetti, muovendosi lungo le tracce di “Kalacafè” non sembra di scorgere più di tanto il lavoro di una mano esterna. Il sound generale ricalca sostanzialmente quello che da sempre è lo stile Kalamandra.

Cosa si aspettano dunque i Kalamandra per il futuro e qual è stato il peso della produzione rispetto ai precedenti demo autoprodotti? “Le differenze più marcate si vedranno nei live, nel senso che questo ci permetterà di suonare dal vivo molto più di prima. La promozione sarà fatta ad un livello a cui non avremmo mai potuto accedere. Avremo un ufficio stampa dedicato e un booking che si avvarrà di contatti anche internazionali”.
Diciamo che, nel nostro caso, un autorevole punto di vista esterno – aggiunge Benz, violinista del gruppo – ci ha permesso di dare un respiro più ampio alla nostra musica. Abbiamo cercato di eliminare un po’ di “muri”, di rendere il tutto un po’ meno macchinoso, di limare le tante sfaccettature stilistiche presenti nelle nostre canzoni per creare una linea più coerente, e quindi più facilmente fruibile da parte del pubblico”.

Siccia, saxofonista che non ha certo bisogno di presentazioni, conclude con un’ulteriore precisazione: “Non bisogna dimenticare la possibilità di registrare bene, senza i vincoli di tempo e di disponibilità economiche normalmente collegati all’autoproduzione, ottenendo un prodotto con un alto grado di qualità”. In linea quindi con le intenzioni “intimistiche” dell’ideatore dell’etichetta, i Kalamandra hanno intrapreso una strada creativa che li porterà a “una musica più emozionale, meno cervellotica, ma nello stesso tempo meno banale con un sound il meno ovvio possibile”. Ma tra le tante collaborazioni eccellenti che hanno contribuito alla realizzazione di Kalacafé, spicca sicuramente quella di Madaski, che si è occupato di mixaggio e mastering. “Madaski è un grande professionista, per molti di noi è anche un importante punto di riferimento, per questo siamo molto contenti che sia stato lui a mixare il disco, ottenendo per altro un ottimo risultato”.


Parliamo dei contenuti. “Kalacafè”, che non sarà distribuito attraverso il consueto canale dei negozi di dischi ma lo si potrà acquistare ai concerti della band o sul sito internet www.roomservicerecords.it , presenta solamente cinque canzoni, in linea con la politica di contenimento dei costi della Room Service che, anche con questa iniziativa, cerca di affrontare a suo modo la grande crisi che negli ultimi anni ha colpito il mercato discografico. “Certo – confermano i Kalamandra – è sicuramente una scelta azzeccata puntare su un prodotto di questo tipo. Con pochi pezzi, è vero, ma con un prezzo più basso della media che lo rende molto più accessibile. Non a caso il primo gruppo della Room Service, grazie a questa formula, ha esaurito in poco tempo le sue prime 500 copie. Se “Kalacafé” venderà bene, realizzeremo un secondo disco entro breve, se n’è già parlato”.

Il CD si apre con “Elsa”, una delle hit più conosciute e apprezzate dei Kalamandra. Già presente sul primo demo “A Mali Estremi”, in “Kalacafè” le è stata fornita una veste del tutto insolita, con l’introduzione di un arrangiamento di chitarra, vagamente rockabilly, e di parti di tromba, queste ultime suonate da un Siccia sempre più polistrumentista. Non stupitevi se inizialmente rimarrete un po’ interdetti. Già al secondo ascolto ci si accorge di come questo nuovo
abito di “Elsa” risulti in definitiva decisamente accattivante, in grado di apportare rinnovate atmosfere pur senza operare sostanziali stravolgimenti. “Elsa – ci viene precisato – è stata la prima canzone su cui abbiamo lavorato da quando esistiamo. Allora eravamo più acerbi dal punto di vista degli arrangiamenti e c’erano molte cose che oggi non ci piacevano più, ad esempio la parte del violino. Ecco perché abbiamo pensato di rivederne alcuni aspetti”.

Nessun mutamento di rotta nel sound dei Kalamandra, dunque. D’altronde la chitarra non era di per sé una novità assoluta. Da tempo fa parte in pianta stabile del repertorio live del gruppo la canzone “I marinai”, che è a sua volta presente in “Kalacafè”, in cui Benz abbandona il violino per abbracciare la sei corde. “I marinai” era inclusa, assieme ad altre due canzoni del nuovo disco, “Un’altra becera canzone d’amore” e “Stelle buie”, all’interno del terzo demo di cui si è parlato più sopra. Di fatto sono degli inediti e già questo sarebbe un buon motivo per accaparrarsi una copia dell’album. L’unica novità assoluta del CD, però, è “Serenata malandata”, traccia numero 5 che chiude “Kalacafè”, in cui l’eclettismo di Siccia raggiunge il suo massimo livello con i ben 5 strumenti (basso tuba, tromba, clarino basso, sax tenore e soprano) suonati nel corso degli oltre quattro minuti del brano.

“Serenata malandata” costituisce anche l’estrema sintesi di quei tratti stilistici che sono alla base di tutto il disco: “L’aspetto grottesco, lo stile bandistico, il violino suonato come un mandolino. Tutto riporta all’italianità di cui si parlava prima. Naturalmente l’idea del pezzo c’era già in precedenza, ma gli arrangiamenti peculiari della versione di “Kalacafè” sono frutto della situazione ambientale in cui questi hanno preso corpo. Il grosso del lavoro infatti l’abbiamo fatto al Mulino Mau House, lo studio dei Mau Mau. Un ambiente piuttosto grande, con la luce che filtra appena e la Dora che gli scorre di sotto. Una sala in cui abbiamo trovato un sacco di percussioni con le quali ci siamo divertiti a sperimentare e “giocare”. Insomma, un ambiente allo stesso tempo caldo e suggestivo in cui siamo riusciti a ricreare un’atmosfera ludica e serena, elementi che sono stati determinanti per esaltare i tratti più caratteristici della canzone”.


Un disco, si diceva, che raccoglie immagini e sensazioni legate ai grandi temi da sempre presenti nelle canzoni di Nicola Lollino, non solo voce solista ma anche autore dei testi. In primis, il viaggio, in tutte le sue accezioni, in un continuo oscillare tra desiderio di fuga e curiosità esplorativa, tra partenze e ritorni, con il mare elemento pressoché onnipresente e ben rappresentativo di quelle terre calde in cui le canzoni dei Kalamandra sembrano essere
geograficamente collocate. In secondo luogo, l’amore, vissuto sempre in modo apparentemente problematico, con storie che finiscono per diventare il fondale permanente di ogni aspetto della quotidianità. I sentimenti e il mondo, dunque, raccontati da Lollino col suo tono disincantato che lascia trapelare una visione (auto)ironica e, di conseguenza, dolceamara, con la quale lo chansonnier nostrano riesce pienamente a rivelarci il suo abituale modo di essere perennemente dissacrante.


Naturalmente si tratta di mie personali interpretazioni. Impossibile sperare in qualche riflessione più approfondita da parte dell’autore perché, come giustamente egli stesso sottolinea, spiegare i propri versi significa limitare, ingabbiandole, le immagini mentali dell’interpretazione. Un unico commento, a chiusura dell’intervista, ci viene lasciato da Lollino come compendio della sua ispirazione creativa: “Il viaggio per me è una metafora dell’esistente ed ogni tappa rappresenta un istante valido in sé e valido in prospettiva. Gli amori, le canzoni sono quegli istanti”.

Concludo con due segnalazioni. La prima riguarda il sito internet ufficiale dei Kalamandra www.kalamandra.it: dopo qualche tempo di inaccessibilità dovuto a dei lavori di restyling, è ora nuovamente on line con i testi del nuovo disco, le foto, il guestbook e altre succose novità. La seconda invece riguarda proprio “Kalacafè”, che sarà presentato ufficialmente al pubblico pinerolese il prossimo sabato 23 aprile presso i locali di Villa Olanda, in occasione di una festa organizzata in collaborazione con il gruppo SPAD. Un’ottima opportunità per ascoltare in anteprima le cinque canzoni del CD e, naturalmente, acquistarne una copia.

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ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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