Musica e immagini: l’arte sinestesica di Luca Storero

Luca Storero è una figura centrale per l’ambito culturale pinerolese. Non solo per le sue esperienze in campo musicale, costellate di collaborazioni con nomi e formazioni di spicco della nostra scena. Ma anche e soprattutto per il suo percorso di artista figurativo, visionario, originale e fortemente teso alla sperimentazione. Le tematiche inedite che affronta, analizzate attraverso l’utilizzo di materiali e strumenti del tutto inconsueti, sono i tratti distintivi della sua opera, in grado di creare un microcosmo fuori dal comune, denso di spunti immaginifici.

Qualche mese fa Luca ha annunciato che una selezione delle sue composizioni sarebbe stata pubblicata su Bandcamp, importante spazio per la condivisione in rete di contenuti musicali. L’approdo sulla piattaforma è stata così occasione ghiotta per incontrarlo e farci raccontare qualcosa della sua musica, della sua personale visione dell’arte e dei progetti a cui sta lavorando attualmente.


Ciao Luca, grazie per il tempo che ci dedichi. Tra gli appassionati pinerolesi di musica e di arte il tuo è un nome affermato. Esposizioni, concerti, videoclip, sono solo alcune delle forme attraverso cui ti sei espresso in questi anni. Ma per chi ancora non ti conosce a fondo, puoi sintetizzare le principali tappe della tua storia artistica?


Prima di tutto, grazie della chiacchierata. Dovendo sintetizzare, ho iniziato a disegnare da bambino, come tutti: solo che non ho più smesso! In seguito ho scoperto la musica, un viaggio che mi ha sempre più coinvolto e affascinato. Ora le arti visive e la musica si bilanciano perfettamente nella mia vita: quando sono in botta visiva non riesco a suonare nulla, e quando attraverso un periodo musicale non riesco a tenere una matita in mano!

Entrando più nel dettaglio delle tue vicende musicali, ci puoi riepilogare quelli che ritieni essere stati gli episodi salienti?

La mia prima passione è stata il disegno, la musica è arrivata dopo per osmosi con i vinili di mio fratello Massimo e l’ascolto compulsivo delle prime radio private. Dopo le classiche lezioni di piano e chitarra, ho cominciato a suonare il basso nella band I Toddiani, verso la fine degli anni Settanta, nata dalla passione sfrenata di quattro amici (oltre a me – basso e voce, Andrea Serafino – chitarra, basso, batteria, voce; Claudio Mongiello – voce, chitarra; Paolo Bianciotto – tastiere, voce) per la musica di Todd Rundgren, geniaccio di Philadelphia che, insieme a Chick Corea, ha segnato la mia adolescenza.

A metà degli ’80 ci ritroviamo negli Scopito Coast, che con l’ingresso di Andrea Ayassot diventa una fucina di groove e sperimentazioni: una vera big band (con Rossano Zinico: chitarra – Paolo Bianciotto: tastiere – Paolo Ferrando: batteria – Andrea Ayassot: sax – Roby Monnet: tromba – Andrea Paone: trombone – Jimmy Gillio: tastiere), sempre pronta a improvvisare tra jazz, rock e world music. Finita l’esperienza Scopito a metà dei ’90, i ritmi di lavoro mi hanno allontanato dalla musica attiva (lavoravo come art director in agenzie di comunicazione a Torino), fino al 2000 quando la musica è rientrata in modo prepotente nella mia vita, grazie alle possibilità dell’Home Recording. Ho potuto ricreare una mia band casalinga, sperimentando chitarre, bassi, voci e loop.

Dopo aver assistito a un concerto dei Dounia nel 2001 rimasi folgorato dal suono del Cajon così mi sono avventurato nel meraviglioso mondo delle percussioni. Negli ultimi vent’anni ho alternato produzioni casalinghe a collaborazioni esterne: ho suonato il basso in una band punk, poi in un ensemble di funky pakistano (Shanty Funky), nel 2012 ho suonato il Cajon in trio con Andrea Allione, nel progetto con Sheyla Shyon alla voce, poi ho fatto parte, insieme al chitarrista Paolo Moreschi, del trio del cantautore Andrea Mazzari fino al 2019 come percussionista. Nel 2014 ho realizzato la colonna sonora della serie di documentari “La terra che connette” di Andrea Fenoglio.

Dal 2010 accompagno la band lounge Moodgate, disegnando in diretta su tavoletta grafica con proiezione su maxi schermo. Dal 2016 sono percussionista del gruppo The Rambling Postcards, per cui realizzo anche videoclip e grafiche. Dal 2018 collaboro con l’artista Massimo Tosco, sonorizzando i suoi spettacoli teatrali. 


Compositore e polistrumentista, videomaker, illustratore, più in generale visual artist. Quale di queste espressioni artistiche meglio ti rappresenta?


Non riesco a riassumere le mie passioni se non con la parola “sinestesia”. Mi piace mescolare le carte. La musica mi accompagna sempre nelle ore di disegno o pittura, e quando suono, da buon autodidatta, procedo per immagini sonore che si materializzano nella mente.


Da qualche mese hai cominciato a pubblicare la tua musica su Bandcamp. Si trovano estratti da album del passato e produzioni inedite, ma non la tua opera omnia. Riusciamo in questa sede a riepilogare in modo completo la tua discografia ufficiale?


Le prime incisioni risalgono ai tempi degli Scopito Coast (“The First & The Last”, 1992 – “Scopito Coast”, 1995), oggi praticamente introvabili. Con Andrea Mazzari ho registrato due CD, “Rose e parole” del 2015 e “Sembra tutto così facile” del 2018. Nel 2000 è nato OFF, che tuttora è il mio alias, con cui ho pubblicato “Off” nel 2001, seguito da “Nextime” nel 2005 e “Frogments” con Andrea Ayassot nel 2013. Da allora aggiorno in continuazione “Almost Songs”, che non uscirà mai… Nel senso che preferisco pubblicare i miei brani alla spicciolata su Soundcloud, sperando che chi ascolta si crei il suo album personale: i titoli sono 130! Con Bandcamp mi sento ancora in fase di sperimentazione…

Se qualcuno avesse piacere di avere o di ascoltare i tuoi album, dove si possono trovare?

Di “Frogments” ho ancora delle copie abbinate al “Ferrabestiario degli Animetalli”, che possono essermi richieste via mail. Per gli altri titoli inviterei all’ascolto del mio profilo Soundcloud (Luca-Off), dove ho pubblicato pressoché tutto il mio lavoro.


La tua musica è un rimescolamento di influenze blues, folk, jazz e funk. Si avverte un’ampia apertura a tutti gli stili che hanno di volta in volta caratterizzato la storia della musica. C’è una linea che accomuna i tuoi lavori? Che musica ascolta Luca Storero?


Bravo, mi piace ascoltare di tutto senza pregiudizi. E amo sopratutto quei musicisti che deragliano, che tradiscono i canoni di genere… Per capirci, Robert Wyatt e tutta la scena di Canterbury, Chick Corea, Miles Davis, Gong, Gorillaz, John Zorn e banda, Snarky Puppy, Rebecca Stevens, Led Zeppelin, Area, Daniele Sepe, Nucleus, Defunkt, Perigeo, Gil Evans, Todd Rundgren… e mi fermo per non tediare oltre!


I tuoi brani hanno un che di visionario, che traspare fin dai loro stranissimi titoli. Quanto la tua propensione per l’arte figurativa ha influenzato, e influenza tuttora, la tua musica?


Nel comporre adotto un non metodo: parto da un’immagine, una suggestione, un ricordo e cerco di sonorizzarne l’atmosfera. Ma presto altri stimoli irrompono e dirottano la scrittura verso lidi inaspettati. È questo che cerco dalla musica: un invito a un viaggio che tradisca continuamente la sua meta, offrendo piccole sorprese lungo il cammino.


Anche se noi ci occupiamo esclusivamente di musica, credo sia giusto dare conto anche della tua attività di artista figurativo, che probabilmente rappresenta la parte preponderante della tua espressività creativa. La cosa che colpisce di più è la tua ricerca incessante di forme e stili originali e innovativi. Per fare qualche esempio, la particolare tecnica videografica di “Tumbleweed” dei The Rambling Postcards, la serie “Animetalli” in cui realizzi immagini con elementi di ferramenta, i tarocchi inventati su cartone da imballaggio o l’ultima serie “Biodiversità” esposta in occasione della mostra “Sottopelle”. Quali sono le tue principali ispirazioni per la tua ricerca artistica?


Come nella musica, mi approccio alle arti figurative senza pregiudizi e con tanta curiosità e voglia di sperimentare. Ma devo ammettere che il Surrealismo mi ha lasciato un segno. Da qui la passione per l’incongruenza, che prima disturba, poi fa riflettere e alla fine partorisce nuovi mondi. Mondi che cerco di illustrare con supporti e tecniche diverse…


Una curiosità sul tuo nome d’arte. Quale delle mille sfumature di significato della parola “OFF” ti ha portato a sceglierla come pseudonimo?

OFF è nato come acronimo: O.F.F. = One For Four, dal momento che compongo, suono e produco in beata solitudine. Poi mi fa pensare a qualcosa di spento che però nel profondo pulsa, come capita nell’attività onirica…


Quali sono i progetti su cui stai lavorando attualmente?


Il primo anno di pandemia è stato deleterio per la creatività, poi finalmente sono incappato nel progetto “Biodiversità”, che mi ha dato soddisfazione. Ormai sono rassegnato a non cercare l’ispirazione: è lei che mi viene a trovare quando meno me l’aspetto! E quando arriva mi sento come un biologo che scopre una nuova specie, con occhi nuovi che vedono cose nuove…


Ma le attività di Luca Storero non si esauriscono con questo, pur ricco, compendio. Dal 2016 collabora con Elena Privitera nell’associazione culturale EnPleinAir, con cui organizza mostre e performance di arte contemporanea. Da sempre, con alcuni amici, si occupa del Cineforum di Pinerolo, eredità spirituale del papà Renato. Ha inoltre una passione per l’editoria, da cui è nata l’etichetta “Lo_Fai”, con cui ha editato il “Ferrabestiario degli Animetalli”, i “Cartocchi”, gli “Animalibri”, i “Chromo Duets”, gli “Animani” e i “Cubosauri”, lavori che uniscono “surrealtà” e amore per gli animali, visionabili sul canale https://www.behance.net/lucastorero/.

Insomma, una personalità di grande spessore, multiforme, versatile, in grado di esprimersi attraverso una moltitudine di strade e forme differenti, tutte percorse con risultati eccellenti. È stato quindi un enorme piacere per noi poter ospitare Luca, ancorché un’intervista non possa dare conto in modo compiuto delle energie e dei messaggi che l’arte è in grado di trasmettere. Vi invitiamo, per tanto, a perdervi tra le sue opere, visive, musicali o trasversali che siano. Smarrirsi nell’esposizione virtuale – o reale, laddove possibile – delle sue immagini, magari accompagnati dalla colonna sonora evocativa e visionaria della sua musica, vi porterà certamente a un’entusiasmante esperienza estetica.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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