VERAMENTE MALE – I-Dea

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Incubi nucleari, pandemie, crisi energetiche, cambiamenti climatici, diritti umani calpestati. Da che ho memoria, è luogo comune disquisire di come siano cambiati i tempi, di come il mondo non sia più quello di una volta. Insomma, di come la contemporaneità, osservata di volta in volta nel suo divenire, sia sempre un po’ peggiore rispetto all’epoca immediatamente precedente. Ma mai come nei giorni che stiamo vivendo si è respirato una così allarmante aria di catastrofe. Mai prima d’ora ci siamo sentiti così sull’orlo del baratro, così prossimi al punto di non ritorno.

veramente male i-dea copertina

Anche l’ultimo lavoro degli I-Dea sembra alludere a questa atmosfera decadente. “Veramente male”, infatti, non è soltanto un titolo. È una risposta, che condensa in sé tutto il disagio nei confronti di un’esistenza piena di ossessioni inspiegabili e frenesie immotivate. L’album risente fortemente delle angosce alimentate dagli eventi degli ultimi tre anni. Prima un’emergenza sanitaria che ha scardinato le nostre certezze ed evidenziato le bassezze arroganti della nostra razza. Poi la guerra, mai così vicina a noi dalla fine del secondo conflitto mondiale. Eventi cruciali che hanno triturato definitivamente un sistema economico e sociale già in sofferenza, che oggi si presenta con l’aspetto emaciato di un malato terminale.

A connettere le sei tracce dell’EP è, dunque, un malessere generalizzato. La guerra, la crisi ambientale, la mediocrità politica, l’inerzia umana, le disuguaglianze economiche, le dinamiche demoniache del lavoro, ad esempio, si susseguono in un elenco impietoso nella title track, quasi a volerne giustificare il titolo. Mentre “Fuori città” congettura la fuga dai centri che metaforizzano le nostre psicosi. Un po’ come il precedente “Una vacanza su Marte” del 2021, che anelava a un cambio di abitudini, cercando riparo dalle paranoie quotidiane addirittura su un pianeta lontano. In quel caso, forse, si trattava poco più di un singolo estivo e la vacanza alternativa non era altro che uno sbiadito emblema dell’allontanamento dai vezzi cui ci siamo un po’ tutti assuefatti. “Fuori città”, invece, è più centrata sul recupero di stili di vita sostenibili, soprattutto per la nostra tenuta mentale. La natura e l’ambiente diventano il luogo dove rifugiarsi dallo stress, dall’inquinamento, dall’ipercinesi parossistica, dal rumore e dall’affollamento della metropoli, trasformata qui in allegoria delle isterie moderne.

Nell’album si respira un forte senso di fragilità, una vulnerabilità espressa nelle sue varie sfaccettature. Quella delle cicatrici lasciate dal lockdown, in cui la forzata immobilità di quella sospensione temporale ha trasformato le esistenze di molti in “Una domenica infinita”. Un intervallo che qualcuno ci ha venduto come un’opportunità per riavvicinarsi ad attività dimenticate, ma che solo in apparenza possedeva un aspetto di festa, mentre sotto la cenere covava il germe dell’alienazione sociale. O quella di “Cuore di vetro”, dove la rabbia per un amore sbagliato, chissà, forse anche violento, si appiccica nel petto di chi lo ha subito e lo incatena alla paura. La tracklist è poi completata da ‘Solo follia’, didascalica accusa ai signori della guerra, e dalla pregevole ballata sentimentale “Il mio equilibrio”, coi suoi echi che rimandano ai tratti melodici dei Timoria – la band di Renga e Pedrini rimane senza dubbio il modello principale degli I-Dea – nella quale trova posto il featuring di Sergio Moses, musicista torinese passato anche sul palco dell’Ariston in un’edizione del Festival di una ventina di anni fa.

C’è dunque uno spirito inquieto che permea “Veramente male”. Ma l’irrequietezza è espressa con il consueto linguaggio che da sempre contrassegna la scrittura degli I-Dea. Un indirizzo compositivo fondato su uno stile estremamente personale, diretto, senza i crismi cupi dell’esistenzialismo, né la rabbia combat della denuncia sociale. Come già dimostrato in passato, agli I-Dea piace lambire i temi in superficie, anche con un certo disincanto e una sostanziale leggerezza. Forse per trovare immediatezza nei messaggi e maggiore semplicità comunicativa. A ben vedere, è una linea coerente con il sempre equilibrato trattamento strumentale, dove i suoni ruvidi e robusti, ispirati ai classici stilemi del rock italiano anni Novanta, non riescono a mascherare completamente l’impronta pop delle melodie, delle strutture ritmiche, del registro dei testi e anche dell’orientamento imprescindibile ai ritornelli facili da cantare. A proposito, si veda l’ossessiva ripetitività del refrain di “Veramente male” che, per chi scrive, è già un tormentone irrinunciabile, dalla forte valenza apotropaica e consolatoria.

Complessivamente si tratta di un mini album realizzato con grande mestiere, in continuità con il lavoro precedente, di cui, in buona sostanza, è un’estensione. Tutti gli elementi, dalla solida sezione ritmica alle spinte saturazioni valvolari, fino alla carismatica vocalità di Gianvito Piliero, sono come sempre bilanciati a dovere e infondono a questi venti minuti musicali una spiccata radiofonicità. Spiegano, per altro, anche i numeri di tutto rispetto ottenuti sui canali distributivi. Il videoclip di “Fuori città”, ad esempio, ha registrato quasi quattromila visualizzazioni su YouTube nei primi sette giorni di diffusione. Sono dati che, evidentemente, non possono essere liquidati come una casualità e riassumono, al di là della loro sterilità oggettiva, la bontà di un lavoro che non potrà non trovare riscontri positivi tra gli appassionati del genere.

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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