Massimiliano Génot, lo sguardo contemporaneo della musica classica

La retrospettiva sul mondo musicale pinerolese del passato, attivata tramite la riscoperta di vecchi servizi giornalistici locali, talvolta ci mette di fronte a personaggi che inducono a rivolgere il nostro sguardo più al presente che al tempo che fu. Sul numero 1/1989 dell’Eco Mese si parlava di un giovane pianista, che all’epoca già stava salendo prepotentemente alla ribalta. Protagonista dell’articolo era Massimiliano Génot, enfant prodige della Pinerolo musicale, un diploma di pianoforte conseguito a sedici anni e un curriculum che, poco più di trentenne, lo vedeva già in primo piano all’interno della scena classica italiana.

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Massimiliano Génot (foto di Fabio Miglio)

Oggi Massimiliano è diventato un musicista di livello internazionale: concertista, docente di conservatorio, compositore, storico e divulgatore. Da annotare anche qualche sporadica escursione nel mondo della politica. Si è esibito su alcuni dei palchi più importanti del mondo; si è aggiudicato prestigiosi premi e ha ottenuto entusiastiche recensioni ovunque abbia potuto esprimere la sua arte. Delittuoso dunque fermarsi a rispolverare un articolo vecchio di trent’anni – che pubblichiamo comunque in calce all’intervista – senza celebrare il percorso successivo che lo ha condotto a diventare ciò che è oggi: uno dei massimi interpreti del pianoforte presenti sul suolo nazionale. Una caratura, tra l’altro, che lo rende uno dei personaggi tra i più importanti tra quelli fuoriusciti dalla cerchia culturale pinerolese negli ultimi cinquant’anni.

Anche, e soprattutto, in seguito a queste considerazioni, abbiamo chiesto a Massimiliano di raccontarci la sua storia, i suoi progetti e la sua peculiare visione della musica.

Buona lettura.


Intanto, benvenuto su Groovin’. Partiamo da una delle sue attività più recenti. Nel 2021 ha pubblicato un album, nel quale recupera l’opera del compositore piemontese Giuseppe Unia, musicista non particolarmente conosciuto presso il grande pubblico. Quali sono gli elementi che l’hanno portata a voler riscoprire la sua musica? Ci racconta com’è nata e come poi si è sviluppata l’idea di realizzare questo disco?

È grazie al periodo di isolamento sociale del 2020 se sono riuscito a trovare il tempo e la lucidità necessaria per realizzare progetti lasciati in sospeso da anni, tra i quali la riscoperta di musicisti piemontesi ingiustamente dimenticati. In quel periodo sono riuscito a staccarmi dalla continua emergenza del vivere quotidiano per tornare a programmare su un arco più lungo, pensando anche a che cosa poteva rimanere di artisticamente valido dopo la mia morte, e la registrazione delle composizioni di Unia andava in quella direzione! Si può dire che in epoca di pandemia ho cercato, insieme al pianista Andrea Vigna-Taglianti, di risuscitare un compositore scomparso, e ci sembra di esserci riusciti! Recentemente il quotidiano La Repubblica ha voluto dedicare un’intera pagina a questa riscoperta, e vi sono altri segnali incoraggianti in tal senso.

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Massimiliano Génot e Andrea Vigna-Taglianti (foto di Fabio Miglio)

Nella sua lunga carriera ha spesso evidenziato una predilezione per la musica di Franz Liszt, presente in alcuni suoi lavori discografici e nei programmi dei suoi concerti. Più in generale, quali sono i periodi e i compositori che meglio riflettono la sua sensibilità musicale?

Certamente Liszt è un compositore che mi ha sempre ”rapito” per il suo slancio poetico, simile a quello filosofico e religioso. Liszt affida alla musica le grandi domande dell’umanità, facendolo sempre con freschezza, per la sua tendenza a considerare il gesto musicale sempre in divenire, mai definitivo, sempre disposto a infinite varianti, gli “ossia” con i quali costellava le sue partiture.

Lei è un pianista che ha praticamente suonato in tutto il mondo, compresi Cina, Giappone, Sudamerica (Ecuador, Brasile, Uruguay). Ci indica i momenti più importanti ed emozionanti della sua carriera da concertista? 

Beh, non sono tanto incline a guardarmi indietro, anche se dai ricordi riemergono spesso le tournée in Brasile, nelle piccole città dell’interno. Rivedo spesso nei ricordi un motociclo “Ape” che porta dentro la sala un pianoforte a mezza coda rimediato all’ultimo momento da un privato per un concerto tra ali di giovani che attendevano con pazienza, ma rivivo nei sogni anche momenti di forte tensione ai concorsi internazionali, nelle finalissime con orchestra, nelle quali ti giocavi tutto in pochi minuti. Sogno spesso di ritornare al Concorso Busoni e di dover ripetere la finale, ad esempio.

Anche la Cina mi ha lasciato forti impressioni, non tutte positive: dopo un concerto davanti a migliaia di persone mi ritrovai il giorno dopo da solo nella Città Proibita a Pechino a sbrigarmela con tipi da malaffare. Ad Amburgo ricordo l’emozione di dover suonare nella stessa sala dove Arturo Benedetti Michelangeli aveva suonato qualche giorno prima. Inoltre il ciclo di concerti per pianoforte ed orchestra concepiti con Claudio Morbo ed eseguiti più volte in Piemonte è stata una delle esperienze più intense, grazie alla forte intesa maturata nel tempo con Claudio, ora purtroppo emigrato in Ungheria. Anche i concerti tenuti nelle colonie valdesi dell’Argentina mi hanno segnato, è sembrato un viaggio all’indietro nel tempo di centocinquanta anni.

Tra le tante attività connesse alla sua professione, c’è anche un forte interesse per il suo strumento visto da un punto di vista storico. Nel suo curriculum c’è posto ad esempio per l’attività di recupero e restauro di pianoforti di epoca romantica. Come nasce questo interesse? Cosa differenzia un pianoforte d’epoca da uno di recente costruzione?

Massimiliano Génot (foto di Fabio Miglio)

Si imparano tante cose da questa esperienza: innanzitutto che dal progresso tecnologico si ricavano vantaggi ma si perdono contemporaneamente tanti altri aspetti. Per questo non sono assertore della superiorità dello strumento moderno su quello storico, ritengo che lo strumento storico sia ottimo per recuperare il repertorio antico non ancora riscoperto, ma non me la sentirei di asserire che il repertorio storico vada suonato solo su strumenti storici. Lo strumento moderno offre molte possibilità espressive modulabili dal lavoro individuale, lo strumento storico è più ricco di suo, ma la sua meccanica offre meno possibilità di individuazione personale all’interprete. Lo strumento moderno cerca di essere una sintesi soddisfacente di tutta la tradizione che l’ha preceduto, mentre lo strumento storico fotografa la situazione della sua epoca, e lì si ferma.

Il problema più grande legato a questa prassi è che ci vorrebbero almeno cinque strumenti storici in buone condizioni per equiparare la pluralità di prestazioni di uno moderno. Il problema dello strumento moderno è che non è in grado di assomigliare veramente a nessuno di questi cinque.

Attualmente lei è docente di pianoforte presso il Conservatorio di Torino. Si riescono a sintetizzare in poche parole quelli che lei ritiene i princìpi fondamentali da trasmettere a chi intraprende lo studio della musica?

Guardi, io cerco di coinvolgere i ragazzi studiando con loro, organizzando insieme laboratori di improvvisazione, facendo loro capire che in musica si deve sempre ricominciare ogni mattina, che un giorno trascorso senza studiare costituisce lo stesso problema sia che si abbia cinquant’anni o venti.

A proposito, non è raro sentirla parlare di improvvisazione, termine che spesso si associa più al mondo del jazz che a quello rigido e dogmatico della classica. Come si integra l’improvvisazione nell’ambito classico?

Parlare dell’improvvisazione nella musica classica significa affrontare la storia del distacco della musica classica da una parte di sé, purtroppo. Nel momento in cui la musica classica si è oggettivata, si è fatta prevalentemente oggetto di culto e di venerazione, tra Otto e Novecento, essa ha perso anche un pò della sua liquidità vitale. Una volta, fino agli anni Venti del Novecento, i pianisti-compositori non temevano di introdurre varianti, anche estemporanee, ai testi che interpretavano; poi questo approccio è svanito, a favore dell’assolutizzazione del testo scritto. Avere un atteggiamento improvvisativo oggi nella musica classica significa per me recuperare questa libertà di sguardo, di manipolazione, in modo da estrarre dalle opere del passato la loro contemporaneità, un po’ come fanno i registi di prosa con i loro classici, con Shakespeare, ad esempio! 

Oltre a essere un concertista di livello internazionale e un docente acclamato, lei è anche compositore. Ci riassume il suo percorso da autore? Esite la possibilità, concreta o liquida, di ascoltare la sua musica?

La mia esperienza come compositore è limitata a pochi brani, editi da Sconfinarte; ne ho qualcuno nel cassetto, ma faccio fatica a pubblicarli, per una sorta di mio ritegno personale. Mi sono formato in un’epoca dove si pubblicava soltanto se si pensava di poter dire qualcosa di veramente significativo.

Recentemente si è anche candidato per le elezioni comunali a Pinerolo. Qual è la sua visione della politica di oggi?

Si, mi sono candidato con Pinerolo a Sinistra. Sono rimasto un po’ sorpreso dal settimanale locale, che ha preferito non rendere pubblici i miei orientamenti in tempo di campagna elettorale. L’ho ritenuto un comportamento punitivo nei confronti della mia unica ricchezza, il mio capitale culturale e simbolico. E così, non avendo i capitali economici per pagarmi le inserzioni a pagamento, pochi pinerolesi hanno saputo di questa candidatura, e non è andata benissimo. Ma sono felice di aver votato e di aver fatto votare Franco Milanesi, che sarà un ottimo assessore alla cultura.

Ha ancora legami col mondo musicale pinerolese? Come ricorda il nostro territorio da un punto di vista dell’organizzazione, delle strutture e delle individualità proposte?

A essere sincero, dopo la partenza del maestro Claudio Morbo per l’Ungheria, non ho più avuto particolari rapporti con il mondo musicale pinerolese, e mi è difficile esprimere un giudizio. Mi sembra tuttavia che i tentativi di cambiamento in nome del rinnovamento abbiano talvolta sortito effetti opposti a quelli desiderati.

Nell’articolo del 1989 si parlava del suo sogno di diventare Direttore d’Orchestra. Che fine ha fatto quel sogno?

Era solo un sogno, evidentemente. Oggi mi sento pienamente appagato dal bel rapporto che ho con il mio strumento, che ha bisogno di concentrazione continua, senza troppe distrazioni, già troppe nella vita quotidiana.

Quali sono i suoi progetti futuri in ambito professionale? Su cosa sta lavorando attualmente? 

È di imminente pubblicazione un CD dedicato ad una figura romanzesca di un pianista italiano del primo Novecento completamente dimenticato, ma che ha scritto pagine significative come compositore. E poi sto lavorando sull’estetica dell’improvvisazione con il Prof. Bertinetto, del dipartimento di Filosofia di Unito, e con la psicologa Rossella Gallo, attraverso una serie di sedute sperimentali, dove affrontiamo diversi approcci improvvisativi e ne serbiamo traccia. Improvvisare, tra l’altro, significa scegliere liberamente di fronte all’imprevisto… un bell’obiettivo, di questi tempi!


Ringraziamo il Maestro Massimiliano Génot per aver condiviso con noi i suoi ricordi, i suoi pensieri e i suoi progetti. È un onore poter annoverare tra i nostri ospiti un artista del suo calibro, sicuramente tra i più prestigiosi mai passati sulle pagine di Groovin’. Per completarne degnamente il profilo tracciato e comprenderne al meglio l’arte interpretativa, abbiamo ripescato uno dei numerosi filmati tra quelli disponibili in rete, che vi riproponiamo di seguito. In conclusione, poi, trovate la riproduzione dell’articolo originale che l’Eco Mese pubblicò in quel lontano 1989. Sempre interessante poter comparare le aspirazioni del passato con le affermazioni del presente. Nel caso specifico, poi, non è difficile vedere come le promesse di un futuro radioso siano state completamente mantenute da una carriera di livello assoluto.

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Dall’Eco Mese n. 1/1989 – Gennaio 1989. Per gentile concessione dell’Eco del Chisone (www.ecodelchisone.it)

Il crepuscolo ha ormai cancellato i colori e i rilievi; nel suo angolo accogliente e austero insieme, due mani si apprestano a prendere contatto con la tastiera del pianoforte; sono quelle di Massimiliano Genot che qualcuno certamente ricorda per aver diretto l’orchestra del “Corelli” all’età di otto anni nella P.zza del Duomo a Pinerolo.

La tastiera subisce, si presta, quasi si offre all’impatto sole o aggressivo, i tasti sfiorati e sollecitati creano uno studio di Chipin stilato sia capricci di Paganini; poi esplode un canto patriottico, un grido di guerra e di rivolta: la musica si infiamma, il ritmo si accentua. “Con Maria Tipo, a Ginevra, c’è un rapporto umano e artistico, una totale apertura; con Ciccolini avevo appreso a suonare con “esprit de fitness”. Massimiliano rivela un supporto culturale notevole: Wagner, Beethoven, Verdi, i racconti di Hoffman, Gerard de Nerval, i Vangeli gnostici insieme con testi di filosofia e di storia…

“Sto ampliando sempre di più il mio repertorio che dovrà essere vasto e vario”. Un pezzo giovanile di Beethoven ne rivela in pieno la prima vivacità creativa. “Mi servo degli studi classici per comprendere fondo l’ottocento tedesco, il rapporto stretto del Maestro con i classici; ho tradotto alcuni passi dell’Odissea citati dallo stesso Beethoven ponendoli in relazione con ciò che lo stesso componeva in quel periodo… il mito di Prometeo con la “quinta”, mentre con la “nona” riappare una vision e”sub specie aeternitatis”, quasi religiosa…”

È la volta di una stupenda ballata di Chopin, la quarta, una creazione che rivela già la gravità, una certa solennità dolorosa, con improvvisi risvolti ardenti e fiammeggianti. “Mi piace l’accostamento tra poesia e musica e spesso mentre suono, mi immagino la vicenda, i simboli, le visioni che hanno ispirato la musica”.

Dopo il perfezionamento con la grande Maria Tipo, artista ormai universale, sarà la volta dei grandi concorsi internazionali. Il giovane ventenne sogna anche la direzione d’orchestra! È immerso nel suo mondo; il pianoforte ne è l’araldo fedele; c’è una sorta di incarnazione nello strumento. Suona e mi parla.

Tutto questo in assoluta semplicità, senza prosopopea; traspare solo una sicurezza estrema. Fuori, la notte ha ormai avvolto tutto; rimane nella tenebra benevola, l’eco di un giovane pianista; ne sentiremo parlare. Per lui, valgono le parole di Cziffra, suo maestro: “Credo di essere arrivato all’inizio…”

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Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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