“Tutti i giorni bruciati non torneranno mai” – Un ricordo di Carlo ‘Karenza’ Decanale

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Ricordare un amico

La morte di Carlo “Karenza” Decanale, avvenuta lo scorso 11 maggio, è stata un duro colpo per tutta la comunità musicale pinerolese. Al netto di tutte le vagonate di retorica del cazzo che questi eventi luttuosi si trascinano inevitabilmente dietro, è emersa in molti di noi l’esigenza di ricordare un amico. Si tratta di un ricordo il più possibile vero; raccolto mentre le bocce non sono ancora ferme, mentre ciascuno di noi, alla sua maniera, è ancora intento a masticare il suo dolore.

Una cosa che accomuna questi scritti, pare evidente dopo poche righe, è la assoluta volontà di stare alla larga da processi di beatificazione postumi. Carlo era una persona dai mille pregi e dai mille difetti, esattamente come tutti noi e trovo molto autentico che questo aspetto venga fuori dai nostri scritti. Stiamo ricordando un amico, non stiamo scrivendo un peana commemorativo per, che so, un leader politico passato a miglior vita o, peggio ancora, una figura di spicco di una qualsivoglia religione. Desidero che questo aspetto sia chiaro a chi sta per accingersi alla lettura di questi scritti.

Di alcune persone troverete qualche frase, qualche aneddoto sparsi qua e là. Hanno legittimamente preferito comparire così. Di altri troverete invece, un pensiero più articolato. Non sono solo i “punx” di quella che noi definivamo “scena” e nella quale abbiamo allegramente e sinceramente sguazzato, ma sono anche amici che hanno incrociato i loro passi con il Karenza 2.0, musicalmente e filosoficamente differente rispetto a quello che divenne “famoso” a Pinerolo e zone limitrofe. Ringrazio tutte queste persone che hanno contribuito a rendere questo scritto più sensato, più completo e più rispondente al suo obiettivo: giust’appunto “ricordare un amico”.


”LO SPAZIO CHE CI RESTA” – di Guido Rossetti

Una delle cose che da tanto tempo avevo in programma di scrivere per “L’assalto del tempo” era una lunga intervista a Karenza. Avevo sempre lasciato da parte questa “grande opera” poiché si sarebbe trattato di raccontare quasi quarant’anni di intensissima attività musicale di un personaggio assolutamente unico nel nostro sottobosco punk-rock locale. Ne parlavamo da tempo ma non avevamo nessuna fretta anche perché mi sarebbe bastato muovere la prua verso Luserna e devolvere alla causa qualche ora piacevole con lui, tra qualche birra e un po’ di Thc.


Non è più possibile.


Non mi interessa affatto l’idea di scrivere una cronistoria, l’ennesima, sulla “carriera” o sulla “militanza” di qualcuno. Credo che l’aspetto più significativo da ricordare di Karenza non fosse assolutamente il curriculum vitae, peraltro assolutamente ragguardevole. È risaputo che, a livello locale, Carlo, è stato IL punk per antonomasia; una sorta di unità di misura. Chiunque abbia bazzicato il giro delle case occupate e dei centri sociali, anche ben al di fuori delle nostre placide lande, ne aveva perlomeno sentito parlare.

cruelty free core carlo karenza decanale
Cruelty Free Core – Stranamore 1994


La mia intenzione è però quella di raccogliere, senza nostalgie stucchevoli o beatificazioni ipocrite, sentimenti sparsi, aneddoti, momenti degni di nota, da parte di amici della scena pinerolese i cui passi si sono incrociati con quelli di Karenza. Va detto però che, dal 1999 in poi, ossia dopo la sua militanza nei Delinkuere, il suo percorso umano e musicale lo aveva portato ad esplorare terreni e tematiche distanti dal punk-hardcore più “ortodosso” dei tempi di Carenze Affettive, Mahknovcina, Raymi, Chemikaos, Barboncini, CFC, Delinkuere, sino ad approdare su lidi contraddistinti da sonorità a cavallo di reggae e brit-pop e liriche molto più introspettive rispetto a quelli più rabbiosi del periodo hardcore punk.


Terminata l’avventura con i Delinkuere, Carlo iniziò ad avvertire l’impellenza di trattare argomenti più personali, prossimi alla sfera spirituale, al legame fortissimo con la “madre terra” che negli anni avvertiva maggiormente rispetto ad un tempo. Qualcuno rimase un po’ spiazzato dalle mutazioni che il nostro amico palesò nei primi anni del nuovo millennio ma va detto che vi furono dei grandi trait d’union tra queste due fasi. Tra questi ultimi va sicuramente messa sul gradino più alto del podio la consapevolezza che Carlo aveva nei confronti delle tematiche che prediligeva affrontare, sia che si trattasse delle uniformi che mal digeriva, sia che si trattasse della metempsicosi, un tema presente nella sua seconda fase nel quale esprimeva appieno il suo senso di totale fusione verso la natura e l’esistente pur mantenendo il suo caratteristico agnosticismo.

delinkuere carlo karenza decanale
Delinkuere – Delta House Torino (1996)
delinkuere carlo karenza decanale
Delinkuere – Dijon Festival Libertaire (1998)


Rimase sempre, in tutto il suo percorso , la grande attenzione ai temi sociali, ambientalistici, animalisti/antispecisti. Ricordo che, in pizzeria, “Ai topi”, dove ci eravamo visti per un concerto dei “miei” Affittasi Cantina, qualche anno fa gli dissi scherzando: ”ti stai trasformando in un Battiato punk” e la cosa ci fece ridere assai. La sua ultima registrazione “ufficiale” era un vero e proprio inno contro la tecnologia 5G, una canzone che viene regolarmente riprodotta ai cortei di coloro che sono particolarmente attivi rispetto a questa tematica.

Va detto che il periodo 2.0 di Karenza è stato costellato di belle canzoni suonate da ottimi musicisti che hanno contribuito a sviluppare idee assai gradevoli, questa volta con un abito tagliato con fogge più vicine al brit pop e al reggae piuttosto che all’Hc Punk degli esordi. Questi cambiamenti non dovrebbero stupire nessuno; spesso Karenza citava Eraclito a coloro che mettevano in discussione il suo cambio di abito musicale; lo aveva anche scritto in “Rock and Roll Shaman”, il libro con tutti i suoi testi che aveva voluto pubblicare nel 2006; ”non ci si può bagnare nello stesso fiume due volte”.

Ma allora ci risiamo, dirà qualcuno… Carlo era IL punk, la persona colta e dalla spiritualità profonda, l’amico che sapeva ascoltare… ecco incombere l’ombra del “santo”…
Nulla di tutto questo.

Al netto del fatto che era una bella persona dall’animo realmente gentile, Karenza era anche un uomo con cui non era sempre facile avere a che fare. Complessità e sfaccettature sono ingredienti della vita di ciascuno di noi, anche della sua. Come “socio” musicale, certe volte lo avrei morso per determinati aspetti del suo modo di essere. In primis tutte le questioni legate ai tempi, all’organizzazione, alla “logistica”. Se ci si accordava per trovarsi, che so, alle 17 per “scendere al Paso” a suonare, fare il soundcheck e cenare con calma, potevi scommettere che non sarebbe mai arrivato all’ora fissata. Memorabile in tal senso, la volta che, alla Delta House occupata di via Stradella, sempre a Torino, arrivò letteralmente cinque minuti prima del concerto mentre io Manolo e Ghidella stavamo fibrillando da un pezzo.


A Dijon, nel ’98, sparì di colpo perché decise al brucio di fumare un ultimo “trombone” prima di salire sul palco, insieme ad una ragazza conosciuta poco prima. Anche in quella situazione noi lo attendevamo frementi sul palco…
La pigrizia era indiscutibilmente un suo tratto distintivo e, “parlandone da vivo”, era un aspetto che ti faceva anche girare le balle. Io rimanevo sempre abbastanza basito quando Carlo spariva come Mandrake nei momenti post concerto in cui si doveva smontare l’amplificazione. Qualcuno, credo Manolo, ha ricordato per ridere la sua maniera di guidare diciamo così, estrosa. Una costante sfida alle leggi della fisica. Ricordo un viaggio Pinerolo-Luserna per andare a provare nella sua mitologica cantina come un tratto della Parigi-Dakar. Come il sottoscritto, Karenza aveva una vista non proprio da lince e questo rendeva gli spostamenti in auto con lui alla guida particolarmente avventurosi.


Personalmente non riuscivo ad accettare, da buon ansioso, tutti i problemi legati alla gestione materiale delle cose che facevamo insieme. Fare le prove con lui voleva dire che, nelle serate di minor voglia o minor ispirazione, si suonavano tre canzoni e poi lui portava la cagnolina a fare la pipì al parchetto stando via mezz’ora, dopo qualche altro pezzo “girava una paglia”, dopo qualche altro pezzo andava a dare una mescolata ai suoi alimenti vegan e questo rendeva, obiettivamente, le prove anche un esercizio di pazienza.

La sua cantina, quella che noi Delinkuere ribattezzammo “Karenzhaus”, assurta al ruolo di loco mitologico era un ricettacolo di personaggi tra i più variegati che la fauna locale potesse offrire e, tra costoro, a volte, trovavano posto anche soggetti assolutamente peculiari e prescindibili, per nulla legati ai nostri orientamenti, alle nostre idee, alle nostre pratiche, anzi…
Ciò avveniva perché Carlo era una persona estremamente generosa e che quindi, come tale, non attirava solo gli amici ma anche soggetti che di questa generosità abusavano. Poi quel luogo, certamente, era anche una meravigliosa palestra musicale dentro la quale sono transitati suonatori pinerolesi e valligiani di più generazioni e questo la rende un imprescindibile posto tappa in questo piccolo percorso della memoria.


Garantire la regolarità necessaria alla gestione di un gruppo musicale era effettivamente un suo problema e, insieme alla fine dell’incanto iniziale e ad una sommatoria di ragioni varie, determinò ad esempio la fine dei Delinkuere, una “creatura” musicale che pure aveva dato a tutti noi parecchie soddisfazioni. L’affidabilità, diciamo così, non era il suo forte. Se penso a lui, però, stando ben alla larga dall’effetto beatificante, penso ad un essere umano raro. Scriveva “la pace in terra sarà per tutti o non sarà” e nel suo piccolo agiva in questo senso. Umanamente parlando, possiamo esclamare : ”tanta roba!”


Era portatore di tante contraddizioni, esattamente come tutti noi, ma il suo telaio interiore era onesto e generoso, doti rare in questa società sempre più infarcita di competizioni quotidiane e diffidenza verso tutto ciò che è “altro”. Quando uso il termine “onestà” lo riferisco anche a determinati aspetti della vita, nella fattispecie anche a quello politico. Delinkuere era un gruppo musicale, certamente, ma anche un piccolo collettivo politico in cui il modo in cui si facevano le cose era importante almeno quanto le cose che si cantavano. Autoprodursi, autodistribuirsi, autogestirsi in toto, per scelta assolutamente consapevole e non per sfiga era una scelta chiara, inequivocabile e più volte conclamata dalle quintalate di materiale scritto che producevamo ad ogni concerto. Non cercavamo l’attenzione di nessun mercato, anzi disprezzavamo tutto ciò che era mercato, ufficiale o “indipendente” e facevamo molto bene ma questa sarebbe un’altra storia…


Ho coinvolto in questo articolo anche altre persone che lo conoscevano bene e ho pensato che il “ritratto” che ne sarebbe uscito sarebbe stato molto più completo. Il nostro grande amico comune nonché chitarrista, Andrea Ghidella, componente della prima formazione dei Delinkuere mi ha raccontato di quando si conobbero. Ovviamente due personaggi così si saranno conosciuti pogando in qualche squat, al suono di qualche band hardcore-punk, penserete voi. No, si sono conosciuti su un pullman che li portava a scuola, all’Immacolata. Karenza e Ghidella a scuola dalle suore… è già una notizia bomba.


Sempre il grande Ghidella mi ha riportato alla mente quella sera in cui, nel marzo del 1996 suonammo a Caselle per la federazione anarchica torinese. Sulla strada del ritorno qualcuno suggerì di fermarsi a Roletto per un rave party che si sarebbe svolto in quella che negli anni ’70 era la piscina “Il Veliero”. In quel luogo che già apparteneva alla generazione successiva alla nostra, una situazione poco affine a noi navigati punx di provincia, finimmo, nostro malgrado, coinvolti in una retata della Digos che in quegli anni aveva una particolare attenzione per tutti i nuovi preparati chimici che affollavano il mercato delle sostanze psicotrope. Fu una delle tante storie, spesso molto bislacche, nelle quali finivamo a trovarci tutti assieme che sempre Andrea ricorda come una delle rare volte in cui ci capitò di vedere Karenza abbastanza incazzato. Piuttosto di trovarsi in siffatta situazione è lecito pensare che avrebbe preferito trovarsi alla messa della domenica mattina…


Tra gli altri, ho voluto che in questo scritto comparisse anche Paolo Perotti che fu, dai Delinkuere in poi, un grande amico ed una figura portante del percorso musicale di Karenza, Paolo è un uomo di grande sensibilità umana e artistica e questo è ciò che mi ha detto: ”Quando mi viene in mente Carlo, mi viene in mente la sua spontaneità. Quest’ultima, nella vita come nella musica è essenziale, per rendere tutto quanto autentico”.
Lo sottoscrivo pienamente.

Nel frattempo, un’altra amica di Carlo, Valentina Messina dei Moondrift, ci informa che Il 30 settembre , al Teatro del Forte di Torre Pellice, si terrà un concerto in memoria di Carlo. A questa serata saranno invitati tutti i gruppi e le persone che hanno suonato con Karenza. Mi è parso giusto evidenziare in questa sede l’iniziativa in questione e ringrazio di cuore Valentina per averlo segnalato.

Mi fa piacere poter pubblicare in questa sede anche un ricordo di Karenza, scritto da Marco “Silenzio” Barbera. Marco è stato il fulcro creativo di quel grandissimo gruppo-collettivo politico / musicale pinerolese, forse il più grande di sempre a Panettone-city ) che risponde al nome di Barboncini. Di loro mi sono occupato proprio su queste pagine, per chi desiderasse saperne di più, ecco il link all’intervista che ripercorre la loro storia:


Mi ha colpito il fatto che, in maniera assolutamente libera e casuale , entrambi abbiamo “tratteggiato” alcune caratteristiche di Carlo in maniera molto simile. Ritengo una cosa davvero notevole il fatto di poter pubblicare lo scritto di una persona che con lui ha condiviso non solo una bellissima avventura musicale ma anche un rapporto personale ed un percorso politico di assoluto rilievo.


Buona lettura a tutti voi!


“Leader di niente, servo di nessuno” – di Marco “Silenzio” Barbera

Vidi per la prima volta Karenza sul treno nell’inverno dell’85: uno strano tipo con i capelli a spazzola tirati su col gel (il massimo di cresta ammesso dalla mamma), giacca grigia con spillette e bavero tirato su. Lo notai con fastidio perché aveva in mano due dischi: “Rebel Yell” di Billy Idol e “Ci Stanno Uccidendo Al Suono Della Nostra Musica” dei Peggio Punx. Per come la pensavo a quel tempo, uno che mischia l’anarcopunk italiano con lo pseudopunk da classifica non poteva che essere un piciu fatto e finito; di conseguenza lo evitai come la peste.


Un pomeriggio della primavera seguente, mentre ero nella sede dei punx anarchici di via San Massimo a Torino, lo scorsi in fondo alla distro, intento a scartabellare i dischi. Preso in controtempo tentai di mimetizzarmi con l’ambiente circostante; invano, visto che Oliver subito mi chiamò: “Vieni, guarda, anche lui è di Pinerolo!”. Per amor di patria misi subito in chiaro che Luserna non era Pinerolo, ma ormai il danno era fatto e la conversazione inevitabile. Fu in queste equivoche circostanze che iniziò la nostra amicizia, fonte nei decenni di bestemmie, maledizioni, pacchi, ma anche, mi piace ricordare, di soddisfazioni e creatività.

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Blencio, Karenza e Marco Barbera – Luserna San Giovanni (1989)


Subito mi chiese se fossi interessato a fare qualche iniziativa dalle nostre parti. Io avevo da tempo questo sogno nel cassetto di organizzare un concerto autogestito a Pinerolo e la buttai lì. “Eh…eh, sarebbe buono…” mi rispose. Col tempo imparai che questa espressione andava tradotta come “fate pure, avete il mio beneplacito, ma non aspettatevi però che io muova il culo o alzi un dito”. Nonostante questo, e grazie al coinvolgimento di altre persone della zona e l’aiuto di torinesi, il concerto incredibilmente andò in porto. Dal punto di vista economico fu un fallimento con perdite, multe e danni da pagare, ma politicamente fu la scintilla che fece aggregare nuove persone e diede l’inizio al movimento anarcopunk pinerolese negli anni ’80.


Lo andavo spesso a trovare a casa sua (altra cosa che imparai subito è che se aspettavi che si muovesse lui…) dove c’era un vero e proprio tesoro per i miei interessi. Avevamo praticamente la stessa età ed eravamo arrivati a quel punto tramite lo stesso percorso culturale, ascoltando gli stessi gruppi e leggendo le stesse cose. Questa affinità culturale era con lui più forte che con qualunque altra persona del nostro giro che abbia frequentato allora ed in seguito. Avendo delle disponibilità economiche superiori, Carlo comprava sempre una marea di dischi, fanzines e libri non disponibili da queste parti. In un’epoca in cui non c’era internet con YouTube, Soulseek, Spotify e soprattutto Amazon, per leggere un libro in inglese o ascoltare un disco autoprodotto bisognava ordinarlo (o, come diceva lui, “mandarlo a prendere”). Voleva dire una lunga e costosa trafila di lettere e vaglia internazionali, francobolli e banconote imboscate nella busta, spese di spedizione e doganali. Ma lui comprava tutto quello che gli pareva avesse un’attinenza col pensiero libertario e questo suo contributo è stato inestimabile. La sua casella postale 144 alle poste di Pinerolo è sempre stata a disposizione durante gli anni di collettivi, gruppi musicali ed etichette.

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Karenza, Marco Barbera e amici


Grazie a lui ed ai suoi dischi e compilation ho conosciuto e registrato moltissimi gruppi oltre a fumetti come i Freak Brothers, gli Anarchy Comics, Wildcat, Reiser, Franquin, autrici come Susan George, i film dei fratelli Marx, riviste come Class War, Peace News, Maximum Rock ‘n’ Roll e Profane Existence. Questa sua curiosità intellettuale faceva di lui una persona molto colta. Cultura che non sbandierava ma era molto difficile affrontare un argomento e trovarlo completamente impreparato. Nei tempi in cui ci frequentavamo parlava fluentemente francese ed inglese, oltre che il piemontese che usava come un’arma affilatissima con battute e modi di dire per condire un discorso che altrimenti sarebbe stato troppo serio.


Cosa indiscutibile di Karenza era l’estrema sincerità nel suo essere libertario: mai per moda o convenienza ma per sua propria natura e convinzione. Influenzato da Chomsky, Bookchin ma soprattutto dall’anarcopacifismo antimilitarista ed antinucleare inglese che, negli anni ’80, gravitava intorno alla rivista Peace News, era totalmente alieno al settarismo che in quel periodo dilaniava il movimento anarchico italiano. Era di casa al Paso come al Circolo Berneri. Faceva regolarmente sottoscrizioni a varie riviste libertarie, che distribuiva anche all’università. Ad un certo punto è sorta l’equivoca leggenda del “Jello Biafra del Pinerolese” secondo la quale Karenza sarebbe stato l’instancabile propulsore di una miriade di gruppi punk, eventi, fanzines, collettivi etc. In realtà Karenza era tutto meno che “instancabile”, anzi è stata una delle persone più pigre ed indecise che abbia conosciuto. Tutti quei gruppi son stati fondati e portati avanti da altre persone, così come le iniziative, ma siccome nel senso comune il cantante viene percepito come il leader e il contatto di qualunque iniziativa locale era la sua casella postale, ecco come credo la leggenda abbia preso piede.

L’unica cosa vera era che sì, Carlo come cantante era un emulo totale del leader dei Dead Kennedys. Il fatto è che nel seminterrato del suo palazzo la sua famiglia aveva una apprezzabile cantina inutilizzata, un gruppo metal locale chiese di poterla usare come sala prove. La misero a posto, la insonorizzarono e poi si sciolsero senza mai fruirne. Karenza si trovò così con una comoda sala prove gratuita in casa. Fu così che una miriade di gruppi lo schierò come prima o seconda voce per avere un posto dove poter provare (gratis). Karenza partecipava alle prove tirando le chiavi (“cominciate ad aprire che adesso arrivo”), presentandosi in pantofole mezzora dopo, provando per qualche decina di minuti, fumandosi un paio di cannoni e poi sparendo definitivamente con le più improbabili scuse a cui non credeva nessuno (“vado a mettere a bagno la soia”, “faccio fare pipì a Lilli”, “devo chiamare in Danimarca”).

Ai concerti arrivava sempre all’ultimo, mandandomi regolarmente in panico, e se ne andava sempre in stile Cenerentola al ballo, purtroppo dovendo prendere l’ultimo passaggio per Luserna e non potendo aiutare a pulire, mettere a posto e caricare l’amplificazione. Nonostante avesse patente e pandino, non pigliava mai la macchina e, se lo faceva, parcheggiava tre chilometri prima di dove doveva andare. L’ultima volta che lo vidi, alcuni anni fa a un concerto, si era fatto dare un passaggio da dei diciottenni che poi si sbronzarono e lo cagarono lì. A memoria d’uomo si riuscì a obbligarlo a venire ad attacchinare solo una notte, in cui si limitò a fare il palo (creando vari falsi allarmi essendo orbo e ipertimoroso).


Fu una delle prime persone, oltre a me, ad andare a vivere da solo. O meglio, non “andò” da nessuna parte: tutto il palazzo era dei suoi e, morta qualche anziana prozia, semplicemente si trasferì dall’altro lato del pianerottolo. Era comunque quanto bastava per potersi fermare a cazzeggiare fino a notte tarda o per ospitare gente con strane capigliature provenienti da fuori zona o dall’estero. Aveva stretto amicizia con i ragazzi del centro sociale di Dijon che passarono varie volte. Mi rimane impressa nella memoria la volta che stettero a casa sua delle ragazze inglesi punk cristiane: capelli verdi, chiodo, borchie e Gesù Cristo.

L’accoppiata casa libera + sala prove rendeva il posto un piccolo centro sociale, nei limiti della scarsissima affidabilità di Carlo. Avevi un bel combinare per tempo, trovarti in cinque da varie zone del Piemonte ed andare su; arrivavi, citofonavi, non c’era nessuno, bestemmiavi e te ne tornavi indietro, scoprendo il giorno dopo che era andato a portare sua zia dalla pedicure. In ogni caso fu proprio grazie a quella cantina che si riuscì ad aggregare spontaneamente una scena a Pinerolo negli sgoccioli degli anni ’80.

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Karenza a Londra (1987)


Con Karenza andai per la prima volta in treno in Inghilterra, Irlanda e Scozia, fermandoci a dormire in maniera sfacciata da contatti ottenuti in maniera improvvisata all’ultimo momento, tramite indirizzi su dischi o fanzines. Una notte mi tenne sveglio per mezz’ora perché non riusciva a decidersi se dormire col pigiama o no (chi altri si porterebbe il pigiama per dormire col sacco a pelo negli squat?), per strada non lo vedevo più e poi scoprivo che si era fermato a visitare l’ennesima farmacia per vedere rimedi naturali. Fu proprio in quel viaggio a Londra che ad un festival conobbe Charlie Harper e vide gli UK SUBS che divennero il suo gruppo preferito.


Una dote di cui Karenza era… carente è la riservatezza: se c’era un pettegolezzo o una servata doveva saperla ed attaccarsi al telefono a diffonderla. Comprese quelle che lo riguardavano, anzi, soprattutto quelle. Tutto mi portava a credere che fosse una di quelle persone che il piacere sessuale non lo ricavano dall’atto in sé, ma dal poterlo raccontare a tutti il giorno dopo, cosa che regolarmente faceva, con tutte. Era sempre impegnato nel baccaglio e cuccava anche discretamente (più di me, almeno), pure se però in genere queste fidanzatine non gli duravano più di qualche settimana. Poi, col tempo, si stabilizzò in relazioni fisse e durature.


Si invidiava a Karenza di non aver mai dovuto fare praticamente un solo giorno di vero lavoro in vita sua, ma nessuno ha mai potuto rimproverargli di non essere sempre stato generoso con tutti con tutto il cuore. Ha sempre condiviso e messo a disposizione le sue cose ed i suoi spazi. Anche troppo, anche con merde l’han ripagato a pesci in faccia. Come quelli che dopo aver visto la cantina-sala prove poi son tornati a svaligiarla portandosi via tutto (compreso il mio Marshall da 50W valvolare) o come quelli che lasciava venire a fumare nella sua associazione e poi, la prima volta che si son trovati ai ferri corti con la legge, lo hanno infamato, facendolo finire in galera per qualche giorno.


Per questo il suo difetto che mi ha sempre lasciato più basito era la sua dipendenza dal fumo, dalle canne. Nonostante fosse una persona intelligente, con molteplici interessi e capacità, sembrava come se tutto venisse un po’ in secondo piano rispetto a fumare. Gli presentavi una persona e dopo due minuti di conversazione basica passava ad informarsi se fumasse e se poteva fare una cannetta. Una volta a Londra, in uno squat, scoperto che sì, la gente a volte fumava, cominciò insistentemente a informarsi “But do you gather, some day, some time to smoke?”, il tipo ovviamente glissò ma se gli avesse detto un giorno ed un’ora in cui sarebbe girata una canna, sicuramente quel giorno non sarebbe uscito per andare da nessuna parte. Al di là degli innumerevoli aneddoti comici, questa sua debolezza patologica, stando a Luserna, lo portava a circondarsi della peggio gente. Una volta, in visita per pochi giorni dall’Inghilterra dove ormai vivevo, cercai di organizzare una cena con lui però quella sera sarebbero passati X e Y… X e Y erano due tossici poco di buono con cui Carlo non aveva niente a che spartire a livello umano e sarebbero passati solo perché avrebbero potuto fumare (e altro) senza dover stare ai giardini e pure vendergli qualcosa. Purtroppo per Karenza, pigro come un’ameba in roipnol, il servizio delivery era il non plus ultra e non ci avrebbe rinunciato per… poter far cena con me. Rimasi molto deluso e mi allontanai un po’.

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Occhio e Karenza nei Cruelty Free Core – Auditorium di Corso Piave (1993)


Anche la sua ultima lunga relazione lo portava a non uscire molto per cui, negli ultimi dieci anni, lo avrò visto sì e no tre volte, seguendo a distanza l’evoluzione della sua carriera musicale che ammetto mi lasciava come minimo alquanto perplesso. Diceva che Karenza in celtico vuol dire Amore anche se tutti sapevano che Carlo Carenza era quello che suonava il basso nei Carenza Affettiva di Luserna nell’83. Fumava sempre ma si era comprato un vaporizzatore new age. A distanza vedevo il suo avvicinarsi alla filosofia e spiritualità orientale che non mi ritengo in diritto di criticare o giudicare. Spero gli abbia portato serenità e pace in questi ultimi anni, anni in cui tra l’altro era anche finalmente diventato vegano dopo 30 anni di tentennamenti. Da quando nell’85 leggendo i flyers dei Flux Of Pink Indians era diventato vegetariano. Da quegli anni in cui lui “aveva mandato a prendere” dagli USA “Soy Not Oi!” la prima punkzine di ricette vegan, in cui compravamo i biscotti col miglio della Germinal (ottimi nel caso di un improvviso calo di zuccheri) e lui si muoveva per venire a Pinerolo (oltre che per passare alla posta) per fare la spesa alla Coap di ogni ben di dio, e dopo le prove, in fame chimica gli davamo sempre una bella botta.


È un po’ un luogo comune in questi casi, ma in effetti con lui è mancata anche una piccola parte di me. Spesso vedo o penso cose e mi verrebbe da fare una battuta e poi mi rendo conto che avrei potuto farla solo con lui, che avrebbe saputo cosa c’era dietro e tutte quelle cose ora non ho più nessuno per condividerle e scherzarci su. Questo era Karenza, punk prima di te davvero, il leader di niente ma il servo di nessuno. Uno che ha vissuto come pensava. Uno di noi.


“Sono al ponte di Bibiana” – di Paolo Ferrando

Come già accennato altre volte Carlo mi riporta ad una parola: gentilezza. Era una persona gentile nella vita di tutti i giorni; chi abita in Valpellice o nel Pinerolese lo sa bene. Aveva sempre una parola per tutti, possedeva una cultura davvero significativa ma non ne faceva mai un vanto; era l’anti-poser per eccellenza.
Sul piano meramente musicale, intorno al 2011, Karenza contattò me, Marco Varvello ed Enrico Moy per proporre dal vivo quello che era il suo ultimo disco. Il connubio che ne scaturì era un po più lontano dalle sue “stagioni” precedenti anche perchè l’estrazione di noi tre musicisti arrivava da generi completamente alieni alla musica punk. In sostanza mettemmo solo un po’ di ordine a livello interpretativo senza mai minimamente snaturare o modificare i pezzi che erano già perfettamente a posto così.
Nella parte puramente live Carlo era ineguagliabile, aveva una forza tutta sua (e solo sua); ne sono un esempio le decine di volte che, tra amici, si diceva che se chiunque tra noi avesse provato a eseguire le sue performance sul palco non sarebbe stato credibile e sarebbe risultato un po’ triste e ridicolo; solo lui poteva buttarsi a terra rotolando come un indemoniato (mettendo anche a rischio se stesso e la strumentazione…) e risultare assolutamente credibile.
Le performance di Carlo sono sempre state così, un controaltare alla sua anima gentile e generosa. Ogni tanto era anche un po da “gestire” (e lo dico con sincero affetto). Sono parecchie le volte che lo abbiamo “perso” in aeroporto, nelle città all’estero, nei locali… e poi era sempre in ritardo…
Durante il funerale, Marco Varvello mi ha ricordato un aneddoto che avevo rimosso: sala prove, tutti presenti… ”Karlo dov’è? eee boh… telefoniamogli…” La sua risposta era sempre: “eee sì sì, sto arrivando, sto passando il ponte di Bibiana”… era sempre in transito al ponte di Bibiana. Ma poi quando arrivava trafelato alle prove aveva la sua borsetta piena di doni per noi (e pure per il cane di Enrico Moy)… ergo: come facevi ad arrabbiarti con lui? Impossibile. Perchè Carlo Karenza Decanale era Carlo Karenza Decanale. Persona unica , pura e speciale. Punto.


“Grazie per la telefonata” – di Manolo Ronzino

“Carenza, Carenza, tu sei una penitenza
Carenza, Carenza ci guasti l’esistenza”
(“Carenza, grazie per la telefonata”)


Ho conosciuto Carlo prima ancora di sentire la canzone dei mitici Barboncini, gruppo nel quale ha lungamente militato, probabilmente nel 1987/1988 in uno dei concerti autogestiti all’auditorium di Pinerolo. A dire il vero non ricordo se prima di conoscere lui, avessi già sentito nominare la sua fantomatica casella postale 144: “Mister X”, verso la quale confluivano cassette demo, dischi, fanzines, lettere provenienti da ogni dove; già questo faceva di Carlo un personaggio, non avendo io ben presente all’epoca cosa fosse una casella postale, come funzionasse o come si gestisse.


…e che personaggio! Non proprio un adone, un po’ gracilotto, con una vocina talvolta flebile, sempre gentile e sorridente. Quando lo vidi per la prima volta sul palco con i Makhnovcina , dimenarsi come un ossesso e gridando a squarciagola gli slogan che lo hanno reso famoso, stentai a credere fosse la stessa persona. Cioè era lui quando sempre dal palco parlava con il pubblico, ma si trasformava in un misto tra Jello Biafra, Johnny Rotten e il diavolo della Tasmania appena battuto il “4” del pezzo che partiva. Era una trasformazione che aveva dell’incredibile, degna di un super eroe. Insomma le imitazioni e gli imitatori del Karenza “quotidiano” si sprecavano, un po’ tutti bonariamente lo prendevamo in giro, scimmiottando il suo modo di fare e la sua parlata e anche lui invero era un più che discreto imitatore di alcuni figuri e pezzi da novanta della scena locale; per contro tutti lo ammiravamo da sotto il palco: un vero idolo per noi, poco più giovani. Come lui nel giro pinerolese e anche oltre non ce n’erano.


Anche l’estratto del brano di cui sopra lo stigmatizzava, sempre bonariamente e nella tipica tradizione punk: non era il massimo dell’affidabilità! “Grazie per la telefonata” perché ovviamente si dimenticava di telefonare, arrivava in ritardo quasi sempre, guidava malissimo, anzi da schifo, gli ricordavi una cosa e ovviamente lui sistematicamente la dimenticava. Insieme agli amici lusernesi, ogni tanto compariva anche lui, quando si ricordava degli appuntamenti o non perdeva il gancio. E continuava a cantare, eccome, perfezionando testi e tematiche a lui care (non apro qui la parentesi, altri lo possono fare meglio di me, ma Karenza era avanti anni luce).


Quando con Guido decidemmo di fondare i Delinkuere, nel 1995, non avemmo dubbi su chi puntare nel ruolo di voce/leader carismatico. Carlo accettò con entusiasmo, aveva voglia anche lui di qualcosa di nuovo e costruttivo e nel giro di poche settimane trasformò le idee di Guido e le mie in qualcosa di concreto e funzionante e in seguito iniziò a proporre le sue canzoni che generalmente abbozzava alle tastiere o canticchiava in sala prove. Furono due/tre anni molto prolifici, a cui ne seguirono altri due un po’ meno, ma ugualmente divertenti e pieni di iniziative ed aneddoti.


I viaggi di andata verso i concerti dei Delinkuere erano uno spasso, in quelli di ritorno aveva un po’ il vizio di appisolarsi, ma tant’è, era perdonato, come artista dava sempre il massimo. Abbiamo continuato a vederci saltuariamente anche dopo le avventure del gruppo e l’ho seguito nelle sue successive declinazioni musicali. Ricordo un concerto che tenne da solo, un singolare one man band con la sua tastiera, al Collegio valdese di Torre Pellice nel 2007. Partì sostanzialmente in modo pacato, suonando le sue ultime produzioni decisamente più melodiche, ma trasformò l’esibizione in una sorta di assolo punk, martoriando la tastiera e scalciando tra cavi e spie, con l’apoteosi finale di “Police on my Back”, cover di una cover. Non scherzo, ma credo sia stata una delle cose più divertenti a cui abbia assistito negli ultimi 15 anni. Era veramente in forma quella sera Karenza, un intrattenitore nato.


Ultimamente non ci frequentavamo di certo, ma interagivamo piuttosto spesso attraverso Facebook, ancora fino a pochi giorni prima che capitasse la disgrazia. Aveva appena pubblicato una nuova canzone che ovviamente avevo commentato. Da qualche tempo mi ritrovo spesso sulla piazza di Luserna, accompagno mio figlio alla scuola di musica (suona la batteria guarda caso) che si trova a pochi metri dalla casa di Carlo e dalla famosa cantina/sala prove: “Vedi, quella era la cantina dove papà suonava con i suoi amici… Vedi quello lì sulla panda verde che sta manovrando in piazza e che non sa tanto guidare? È Carlo, cantava nel gruppo con papà!”


Al di là di ogni retorica, grazie Carlo, in fondo l’esistenza l’hai migliorata a molti di noi.


“I Fratelli Marx” – di Eros Roman

È passato troppo poco tempo, ancora non mi sembra reale questa tua assurda e drammatica dipartita. Sei stato uno dei miei migliori amici, abbiamo condiviso centinaia di vicende musicali e non.
Ne ricordo in particolare due: le innumerevoli serate passate insieme a vedere i film dei Fratelli Marx e gli immancabili sabati sera a “El Paso”. Per il resto, progetti musicali insieme e cose di questo tipo sento che per me è ancora troppo presto per farne un elenco, se mai lo farò. Tanto ci sono stati comunque e non li dimenticherò mai!


guidoross

Guido "Ross" Rossetti è il curatore de "L'assalto del tempo", la stanza virtuale di chi, come lui, è impegnato a riordinare gli antichi fasti della propria scena musicale. Se è vero che la musica passata va ascoltata con attenzione, è altrettanto vero che la sua cornice va descritta con la vivida passione di chi c'era. "Ricordare un futuro" è la mission che lo storico suonatore pinerolese intende dividere con i suoi lettori.

One thought on ““Tutti i giorni bruciati non torneranno mai” – Un ricordo di Carlo ‘Karenza’ Decanale

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