Le Cannonate, la party band rivelazione dell’anno

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Gli Anni Sessanta non sono un’assoluta novità per il mondo delle cover band pinerolesi. Nel passato più o meno recente si sono visti numerosi gruppi che, ognuno a proprio modo, ne hanno riproposto le atmosfere. Ma nell’ultimo anno essi sono prepotentemente tornati in auge grazie anche alle Cannonate, una funambolica formazione visceralmente autoctona, che ripropone i classici italiani del decennio con un’attenzione quasi filologica ai suoni e agli arrangiamenti originali.

L’idea di base, infatti, non è soltanto quella di portare nelle proprie performance il divertimento intrinseco di quella fortunata stagione. C’è anche il desiderio di sottolineare la validità irripetibile delle orchestrazioni che cinquant’anni fa caratterizzarono la nostra musica d’autore. Naturalmente, le partiture vengono tradotte per un ensemble tipicamente pop-rock, senza – ad esempio – i tappeti sonori degli archi che spesso erano l’elemento timbrico caratterizzante dell’epoca. Questo, però, non fa altro che evidenziare ulteriormente il valore di quelle costruzioni melodiche e armoniche, ancora oggi esempio di una qualità di scrittura inimitabile e perfettamente adattabili a contesti anche distanti per finalità e collocazione temporale. Le Cannonate, dunque, fondamentalmente mirano a connettere l’elemento festoso degli intramontabili motivi eseguiti, con un’attenta cura dei dettagli. Un approccio quasi “alla lettera” che denota il rispetto verso le professionalità musicali di allora e fornisce alle propri esibizioni un significativo abito artistico.

La band si è formata già da alcuni anni, ma è in questo 2022 che si è affermata definitivamente come party band di rilievo. Gli ingaggi sono arrivati da tutta Italia e l’hanno condotta in situazioni davvero succose e di prestigio. Gli elementi di spicco della sua musica sono certamente l’innegabile perizia esecutiva e le intriganti e divertenti scalette, compilate sempre con un certo gusto. Ma va sottolineata anche un’altra curiosa peculiarità: la rappresentazione teatrale della propria identità. Nei loro spettacoli non manca infatti una marcata attitudine istrionica. I loro show sono infatti conditi da una serie di imprescindibili ingredienti scenici che richiamano le ambientazioni sixties. Non solo piccoli dettagli strettamente musicali, come il microfono old style, la chitarra semi-acustica o il “beatlesiano” basso Höfner. Ma anche e soprattutto l’immaginario fittizio all’interno del quale i sei costruiscono la loro identità artistica, trasformandosi in un gruppo di italo-americani dall’abbigliamento patinato, dagli improbabili nomi da emigrati, e dal marcato accento yankee. Un manipolo di musicisti – provenienti, secondo la finzione, da Cincinnati, Ohio – che da sessant’anni fanno conoscere al mondo gli evergreen della madre patria.

le cannonate party band anni sessanta

Così, dietro agli pseudonimi di Hector Sorrentino, Larry D’Alessio, Nick Romano, Eric Black e Matthew Noise, si nascondono alcune figure piuttosto note della nostra scena musicale. Dal cantante Ettore Scarrico (Artico, quando si cimenta con la sua attività cantautoriale) al saxofonista Alessio Lerda (anche percussionista alla bisogna e ammiccante uomo immagine), dal tastierista Nicola Giordano al chitarrista Marco Negro, fino al bassista Matteo Giai. La formazione attuale annovera poi, dietro ai tamburi, l’autorevole presenza del torinese Filippo Cornaglia (Feel “The Duke”, il nome d’arte prescelto), subentrato recentemente al drummer originale Tony Pavone (al secolo Andrea Caccavone). La storia artistica del batterista segnala una serie di importanti collaborazioni, alcune delle quali sovrapponibili a quelle dello stesso Matteo Giai, che innalzano ulteriormente il livello di una line-up già di per sé molto interessante. Se buttate un occhio al suo curriculum, capirete da soli il perché.

Le Cannonate, dunque, danno vita a degli spettacoli live tiratissimi, nei quali vengono riproposti gli Anni Sessanta nei loro aspetti più scatenati (Celentano, Caterina Caselli, Johnny Dorelli, Lucio Battisti) ma anche in quelli più romantici (vedasi, ad esempio, la “Città vuota” estrapolata dal vastissimo repertorio di Mina). Noi abbiamo assistito al loro ultimo show, andato in onda agli oltre 2000 metri del Rifugio Selleries, e abbiamo catturato alcuni tra i momenti salienti della serata. Ve li proponiamo in tre videoclip, filtrati dalla nostra personale rielaborazione.

Buon divertimento!

Ones

ones

Marco Ughetto, appassionato di musica e giornalismo, chitarrista e cantautore amatoriale, si laurea in Cinema al DAMS di Torino nel 2014, con una tesi sui rapporti tra cinema e cultura digitale. Nel 2002, insieme ad altri quattro amici, dà il via alla prima versione di Groovin' - il portale della musica nel Pinerolese.

http://groovin.eu

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